Ivan Milat, il killer degli autostoppisti: la storia vera che ha ispirato Wolf Creek

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Le folli storie dei serial killer più perversi dei tempi moderni

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L’Australia è una delle mete più apprezzate dai turisti di tutto il mondo. Tra le molte attrazioni si distingue anche per via dei suoi paesaggi naturali sconfinati e delle caratteristiche remote di alcuni luoghi, ideali per un viaggio introspettivo e avventuroso.

Durante gli anni ’90 molti ragazzi si addentravano per quelle terre, muniti di un sacco a pelo sulle spalle e spostandosi tramite autostop.

Mentre la maggior parte tornavano a casa sani e salvi, di alcuni purtroppo si persero le tracce.

Questa storia riguarda sette di essi, che sfortunatamente andarono incontro ad un destino fatale, trovandosi sulla stessa strada di uno psicopatico assassino.

Backpacker Murders

19 Settembre 1992. Due corridori stanno attraversando la foresta di Belanglo, nelle Southern Highlands, quando improvvisamente intravedono una sagoma nella vegetazione. Decidono di avvicinarsi per controllare di cosa si tratti, trovando davanti ai loro occhi un cadavere in decomposizione.

La situazione viene segnalata alla Polizia, che circonda la zona. La mattina successiva verrà rinvenuto anche un altro corpo, a 30 metri di distanza dal primo.

Il calco dei denti permetterà di riconoscere l’identità di entrambi i soggetti: Caroline Clarke e Joanne Walters, due turiste britanniche di 22 anni, scomparse ad Aprile.

Sono state brutalmente massacrate. Joanne è stata colpita da 14 coltellate. Quattro al petto, una al collo e nove alla schiena. Caroline invece è stata uccisa a colpi di arma da fuoco. Precisamente ha subito 10 spari alla testa. Un duplice omicidio feroce e disumano.

Gli agenti decidono di setacciare la foresta, sospettando la presenza di altri cadaveri nell’area. Le ricerche daranno esito negativo. Tuttavia, quello che emergerà nei mesi successivi confermerà che l’impressione iniziale della Polizia era corretta.

Ottobre 1993. Un residente locale sta cercando legna da ardere nella selva quando si imbatte in una serie di ossa. Avvisa immediatamente gli inquirenti, i quali attraverso gli scavi riescono a far emergere i resti di due persone. Le analisi porteranno a scoprire che si tratta dei corpi di James Gibson e Deborah Everist, una coppia di diciannovenni di Frankston dichiarati scomparsi il 30 Dicembre 1989.

Anche in questo caso il bilancio è impietoso. James è stato attinto da 8 coltellate, al petto e alla schiena. Deborah è stata colpita selvaggiamente. Il suo cranio è distrutto e presenta anche ferite di arma da taglio sull’osso frontale e sul dorso.

A questo punto gli agenti decidono di controllare nuovamente la zona. La ricerca stavolta porterà ad altre terrificanti rivelazioni.

L’1 Novembre 1993 viene trovato uno scheletro. I resti appartengono a Simone Schmidl, una turista tedesca di 21 anni, sparita nel Gennaio 1991. L’autopsia dimostrerà che anche lei è stata uccisa con almeno 8 coltellate: due le hanno staccato la spina dorsale e le altre sono state dirette al cuore e ai polmoni.

Accanto ai resti sono presenti brandelli di vestiti, che non sono di proprietà della vittima. Gli indumenti sembrano appartenere a Anja Habschied, una ragazza tedesca di 20 anni che risulta scomparsa da Dicembre 1991 insieme al suo fidanzato Gabor Neugebauer, di anni 21.

Si teme lo scenario peggiore, che purtroppo si verificherà pochi giorni dopo. Il 4 Novembre, all’interno della foresta, vengono rinvenuti i loro cadaveri. Anja è stata decapitata e la sua testa non è nelle vicinanze. Gabor ha ricevuto sei colpi di arma da fuoco nel cranio.

A questo punto il quadro è chiaro. Uno spaventoso serial killer si aggira per la zona, prendendo di mira i giovani viaggiatori che si muovono nel territorio.

Viene soprannominato “Backpacker Killer”, ovvero l’assassino dei saccopelisti.

L’indagine

Le autorità avviano una task force e mettono in guardia tutti i turisti dell’area. Vengono esortati ad evitare le zone particolarmente isolate e gli autostop. Attraverso attente ricerche restringono il campo dei sospettati ad una lista di 32 persone. L’assassino è molto probabilmente un locale, in quanto conosce bene i posti dove ha colpito.

Un aiuto fondamentale arriva il 13 Novembre 1993, quando la Polizia riceve una chiamata da Paul Onions, un ragazzo britannico di 24 anni.

Il giovane dichiara di essere scampato per un pelo alla morte. Il 25 Gennaio 1990 Paul stava viaggiando con il suo sacco a pelo lungo l’Australia, e facendo l’autostop era stato caricato da un uomo che diceva di chiamarsi Bill. Arrivati nelle vicinanze della foresta di Belanglo, l’autista ferma improvvisamente la macchina e tira fuori una pistola e delle corde. Paul riesce ad uscire velocemente dal veicolo, mentre Bill lo insegue sparando un colpo verso di lui.

Il ragazzo viene salvato da un motociclista che stava passando per quella strada. Entrambi si dirigono alla caserma, e danno una descrizione dell’assalitore e del suo veicolo. Gli inquirenti rintracciano la denuncia relativa a quell’episodio. In quei fogli si fa menzione di un soggetto particolarmente sospetto su cui indagare. Il suo nome è Ivan Milat.

Milat, 49 anni, operaio stradale, viene messo sotto sorveglianza. Si scopre così che aveva venduto la sua auto subito dopo la scoperta dei primi due corpi. Risulta anche che nei giorni della scomparsa delle vittime non avesse lavorato.

Paul Onions, il testimone sopravvissuto, lo riconosce come l’uomo che aveva tentato di ucciderlo.

Raccolti questi elementi, il 22 Maggio 1994 Ivan Milat viene arrestato. Nella sua abitazione verranno trovati un coltello e numerose pistole, tra cui due compatibili con quelle utilizzate nei delitti. Oltre a questo, sono presenti alcuni effetti personali delle vittime.

La perquisizione ha dissipato ogni dubbio: Ivan Milat è il Backpacker Killer.

Ivan Milat

AP Photo/Rick Rycroft

Nato il 27 Dicembre 1944 da genitori di origine croata, Milat è il quinto discendente di una famiglia particolarmente numerosa, che conta al suo interno 14 figli.

Il ragazzo cresce sviluppando un temperamento difficile e si rende spesso protagonista di vari furti e scassinamenti. Trascorre la sua adolescenza entrando e uscendo dal carcere giovanile.

Nel 1971 viene accusato del rapimento di due autostoppiste, con conseguente stupro di una di esse. Nell’attesa del processo, scappa in Nuova Zelanda, dove vivrà da ricercato per un anno, prima di essere individuato e arrestato.

In tribunale le accuse nei suoi confronti cadono e viene scarcerato.

Dal 1975 in poi sembra cominciare una nuova vita per lui. Conosce una ragazza, Karen Duck, con cui decide di andare a convivere. Insieme a loro abita anche il figlio di Karen, nato da una precedente relazione.

Nel 1984 si sposano e tutto scorre tranquillamente. Ivan ha diverse passioni: le auto, l’allenamento coi pesi, la caccia. Sul lavoro viene definito come un tipo affidabile e responsabile.

Ma le cose si complicano quando cominciano a sorgere divergenze tra i due coniugi, che porteranno Karen ad interrompere la convivenza. Il divorzio avviene ad Ottobre del 1989.

Milat torna quindi a vivere con la madre. Dopo questo fatto la sua indole assassina prenderà il sopravvento, avviando di fatto la sua carriera omicida. Comincia ad individuare giovani turisti, attirandoli nella sua trappola con la scusa di un passaggio in auto. Sceglie la foresta di Belanglo come luogo prediletto, dove per quattro anni seminerà il terrore, lasciando dietro di sé la vita di sette persone.

La condanna

Alla fine del processo Milat viene condannato all’ergastolo.

Dal carcere lancerà numerosi appelli. Nel 2009, nel tentativo di sensibilizzare la corte, compie un atto di autolesionismo e si taglia il mignolo con un coltello di plastica. Nel 2011 avvia uno sciopero della fame, durante il quale perderà 25 chili, con lo scopo di farsi portare una playstation in cella.

Nel 2019 gli viene diagnosticato un cancro esofageo che, il 27 Ottobre dello stesso anno, lo porterà alla morte, all’età di 74 anni.

La storia di Ivan Milat è quella di uno dei serial killer più inquietanti con cui l’Australia abbia mai avuto a che fare. Una vicenda che ha impressionato tutti per l’efferatezza e la crudeltà dei fatti.

Il caso ha ispirato anche la realizzazione del film Wolf Creek, diretto da Greg McLean e uscito nel 2005.

Fonti:

medium.com
theivanmilatfiles.com

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