The Gentlemen: Guy Ritchie riscopre la sua Londra per un gangster movie anni 90’

Questo articolo racconta il film The Gentlemen di Guy Ritchie in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Esistono generi cinematografici che non conoscono in alcun modo crisi d’identità. Alla fine degli anni Novanta, in piena estasi tarantiniana molti rivolsero lo sguardo anche alla cara vecchia Inghilterra ed a quel Guy Ritchie che con Lock & Stock – Pazzi scatenati incuriosì molto il Vecchio continente ed ebbe apprezzamenti anche oltreoceano. Quello che ha contraddistinto in passato il regista di Hatfield e che comunque si è ripresentato anche in molte sue “creature recenti” è certamente quel senso dello British-style vecchia maniera che affascina tanto chi va a vedere i suoi film. Ritchie si sente dannatamente a suo agio in un progetto che riprende quelle gangster story tra abiti di sartoria e whisky pregiati, riabbracciando quell’arte manipolatoria e così amabilmente ingarbugliata della malavita londinese.

In sostanza il regista riesce a migliorare un processo narrativo già conosciuto a chi apprezza le sue opere, senza tralasciare le origini, ma soprattutto senza peli sulla lingua, merce rara al giorno d’oggi dove quando si toccano determinate situazioni o etnie si rischia di affrontare un percorso pieno di insidie. Infatti la caratterizzazione dei personaggi è senza sbavature, così da insaporire ulteriormente l’animosità della storia. Le diverse aree del racconto, che chiaramente risulta in pieno stile Ritchie convulso ed ansiogeno rendono comunque seguibile la trama con tutte le sue innumerevoli sfaccettature. La maestria nella narrazione fuoriesce in tutto il suo splendore con i tipici “malintesi” che nella storia portano i personaggi in situazioni salvifiche o esiziali esattamente come Tarantino.

La rielaborazione tramite flashback dell’ascesa di Micheal “Mickey” Pearson, interpretato magnificamente da Matthew McConaughey che ormai in questi ruoli ambiguamente criminali da il meglio, riaffermando ulteriormente la sua nuova “vita cinematografica”, è narrata da Hugh Grant, un inglese doc alle prese con un ruolo insolitamente viscido. Nonostante l’epiteto poco lusinghiero, l’attore nativo della City è un abile manipolatore, solo che crogiolandosi troppo nella sua destrezza sarà vittima del suo enorme ego, ed è anche grazie a questo che probabilmente tra le tante prime donne del film spicca incredibilmente e rappresenta a piene mani l’alter-ego del regista. L’ego, però, rappresenta il sostantivo applicabile a quasi tutti i personaggi di questa assurda battaglia criminale, brutale a volte, ma degna di una grande partita di scacchi.

La tipica ironia a tratti grottesca del regista apre grandi fonti di dibattito, anche in riferimento al multiculturalismo della città e gioca sulle idiosincrasie di numerose etnie. Ad esempio si comprende subito l’origine irlandese di “Coach”, quel Colin Farrell che dismessi i panni del bel tenebroso si cimenta bene nel ruolo da “working class” della piccola criminalità con quel senso dell’onore oramai sconosciuto. Gli anni Novanta del Novecento, che vengono annoverati come l’ultima grande epoca artistica sin ora, rivivono in un filo conduttore di situazionismo e gestualità. Nonostante questo il colloquio con l’attualità è presente, tra una rapina trasmessa su youtube e perfomance rap per ostentare la voglia di essere ammirati. Il cast, è composto da moltissimi attori britannici, di cui oltre ai sopracitati sono presenti Charlie Hunnam, Michelle Dockery e Henry Golding, tutti amalgamati benissimo con gli yankee più british in circolazione come McConaughey e Jeremy Strong.

La colonna sonora rispecchia lo stile che vige nel film, strizzando l’occhio a delle grandissime band del passato come i Cream e la loro Sunshine of your love, i Roxy Music e In every dream home a heartache ed i The Jam con That’s entertainment. La sensazione predominante per chi ha seguito la carriera del regista di Hatfield, è quella di aver ritrovato un vecchio compagno di bevute, che non vive solo degli albori del passato, ma che è riuscito pienamente ad inserirsi anche in un contesto diverso da quello in cui è partito, fornendogli comunque un gran tocco di stile. Le discussioni al limite del metafisico sul cinema: esilarante l’opinione di Fletcher/Grant su Coppola, ma anche l’amore per l’analogico in un mondo digitale probabilmente sono frutto di opinioni del regista stesso, che con molti esempi lampanti mostra il come tutto si sia ridotto a mera farsa.

I nobili di un tempo che tutt’ora vivono in grandi palazzi, ma che non possono più mantenerli e nonostante tutto ancora provano ad ostentare ricchezza rendendosi alquanto ridicoli, o gli scandali continui delle personalità “di spicco”, sono solo alcuni dei mali di una società del benessere malata e senza fondamento, ma anche la smania di emergere dei giovani della working class che essendo consapevoli che non si arricchiranno mai puntano alla visibilità ad ogni costo. Anche questo contribuisce irrimediabilmente a rendere quest’opera più matura e morigerata portando lentamente Ritchie ad una nuova fase della sua carriera, rimanendo però ancorato alle vecchie abitudini che sono dure a a morire, proprio come cantava un altro grande artista britannico: quel Mick Jagger in un remake “inglesissimo” di qualche decennio fa. 

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