Whitewashing e dintorni: le polemiche intorno alle produzioni moderne

Quante volte è capitato che l’adattamento cinematografico o – più frequentemente, oggigiorno, televisivo – di un romanzo o di un cartone animato abbia largamente deluso gli spettatori affezionati al prodotto originale? Ricordiamo tutti l’orrore destato da pellicole come Dragon Ball Evolution (2009) o Eragon (2006) o, in tempi più recenti, l’adattamento Netflix di Death Note (2017). Trame stravolte, personaggi privati del loro background, love story inesistenti e recitazione scadente, e via dicendo.

In molti casi però, parte delle critiche riservate a questi prodotti concernono la scelta degli attori, con il frequente riferimento alla pratica del whitewashing, ossia il fatto che vengano scritturati attori caucasici per interpretare personaggi che in origine sarebbero di etnia sub-sahariana, asiatica o amerinda. Ed è innegabile che questa tendenza sia radicata nelle produzioni occidentali, hollywoodiane e non solo, a partire dagli albori del cinema, dove addirittura personaggi di pelle scura erano interpretati da bianchi che si pitturavano il volto.

Con l’evolversi degli orientamenti progressisti e delle politiche di inclusività nel cinema, fortunatamente, la succitata pratica della black face è stata abbandonata e i casi di whitewashing sono via via diminuiti, pur non essendo spariti del tutto. Contemporaneamente, però, nell’ultimo decennio circa, si è assistito alla nascita, per contraltare, di una pratica opposta, ossia la trasformazione di personaggi descritti nell’opera di provenienza (cartacea o meno) come bianchi e rappresentati sullo schermo tramite attori di colore: può venire in mente il caso della Torre Nera (2017), trattato dalla famosa saga di Stephen King, dove il protagonista veniva descritto come “simile a Clint Eastwood” e sullo schermo è invece interpretato dall’attore afroamericano Idris Elba.

A volte, però, il politicamente corretto sconfina nella deformazione storica: è il caso della serie Merlin (2008-2012), dove abbiamo una Ginevra di colore, o della recentissima Cursed (2020), sempre ispirata al ciclo bretone, dove è lo stesso Re Artù ad avere origini africane.

È anche curioso notare come le critiche non sembrino interessate al grado di fedeltà all’originale, quanto al mero conflitto “caucasici-non caucasici”, ignorando invece casi di cambio di etnia che non coinvolgano bianchi: un esempio potrebbe essere lo sfortunato adattamento cinematografico de L’ultimo dominatore dell’aria, cartone americano che però si ispira evidentemente alla grafica degli anime giapponesi; ebbene, in questa pellicola hanno suscitato polemiche due personaggi che, originariamente, avrebbero dovuto avere la pelle olivastra e sono interpretati da attori bianchi mentre, al contrario, la scelta di attori indiani per interpretare personaggi che, all’aspetto, avrebbero dovuto essere sino-tibetani o nipponici non pare aver infastidito nessuno.

Bisogna però ammettere che la regina  di questa linea è senza dubbio Netflix, ed è proprio su un prodotto di tale piattaforma streaming che andrò a soffermarmi. Sto parlando di Fate – The Winx Saga, una serie che avrebbe già sufficienti problemi su cui riflettere senza aggiungere quelli inerenti al nostro discorso.

Chi non ricorda le cinque – poi sei – fatine colorate di Iginio Straffi, che dal 2004 hanno conquistato il pubblico infantile italiano e internazionale? Un gruppo di giovani ispirate dai valori più alti di amicizia, coraggio, pietà, difesa dei più deboli e salvaguardia della natura, che già all’epoca aveva destato qualche perplessità da parte della critica per la rappresentazione estremizzata della bellezza femminile e una presunta sessualizzazione dei personaggi. Obiezioni inconfutabili vista l’altezza siderurgica delle protagoniste, dotate di vitini da vespa, gambe lunghissime e occhioni irresistibili. Ma tali aspetti controversi non possono cancellare un dato altrettanto inequivocabile: le Winx nascono come cartone all’insegna della diversità e dell’inclusività: abbiamo infatti tre ragazze caucasiche, una che potrebbe essere nativa americana, una asiatica e, dalla seconda stagione, una di colore.

Ma nell’adattamento live-action del 2021, supervisionato da Iginio Straffi in persona, Netflix si è imbattuta in numerose e inviperite polemiche, che hanno accusato il colosso americano nientemeno che di razzismo. Sì, proprio Netflix, la paladina delle diversità, del gender free, del female power eccetera. Una tendenza anche qui confermata da alcune mosse strategiche, come l’inserimento di Terra (Eliot Salt, nella foto, n.d.a.), un personaggio palesemente ideato per incarnare la body positivity, l’inserimento di Aisha (Precious Mustapha), unica delle Winx di colore, fin dalla prima stagione e la creazione ad hoc di un personaggio omosessuale, lo Specialista Dane (Theo Graham), assente nel cartone animato.

Una linea che tuttavia finisce con l’ingannarsi da sola e incespicare, poiché se è vero che la fata dei fiori è qui sovrappeso e presa in giro per le sue forme, nel cartone Flora era (o almeno così sostiene una larga fetta di fan) di origini latino-americane. Ecco quindi che, se da una parte la scelta ha soddisfatto gli spettatori sensibili al body shaming, dall’altra molti si sono scandalizzati per il presunto whitewashing. Ma è niente in confronto al polverone che si è sollevato per la scelta dell’attrice destinata a interpretare l’altra fatina non caucasica che ha qui un volto occidentale: Musa (Elisha Applebaum) che, dagli occhi a mandorla alla provenienza da un pianeta con pagode e tatami, suggeriva un’etnia asiatica.

Lo scenario che sembra delinearsi è che le trasposizioni non siano più un’occasione per accontentare gli appassionati delle più svariate saghe cartacee o serie animate, ma un pretesto per mettere in scena una società che rispecchi al massimo gli ideali del ben pensiero liberal. E guai a prendersi delle deroghe, perché si rischia di incappare nel tribunale dell’inquisizione di migliaia di fan offesi nel profondo poiché ”non rappresentati”.

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