Il Rumore del Bianco: una Love Story da Satie ai Giardini di Mirò e oltre

Cos’è la vocazione melodica? Ci sono musicisti che hanno nel DNA un preciso codice e qualsiasi cosa facciano vanno inevitabilmente a dipingere paesaggi sonori in cui quell’elemento diventa preponderante. Qualsiasi sia il genere, qualsiasi siano gli strumenti utilizzati, in qualsiasi contesto.

La Melodia è quel “richiamo del cuore” che di solito gira attorno agli intervalli di 6a.

La prima stretta al cuore che ricordo fu la melodia portante della colonna sonora di Love Story. Uscì nel 1970 e divenne presto fenomeno pop. Del film non capii nulla quando lo vidi al cinema dell’oratorio anni e anni dopo, ma quella tristezza di 6a minore mi sporcò il sangue, rendendomi stranamente malinconico per giorni, insediandosi come un virus nel mio organismo, pronto a riattivarsi alla prima occasione.

Intuii che per la mia indole la melodia era materiale da maneggiare con cautela.

Qualche anno dopo mi ritrovai immerso in un periodo “classico”, che inevitabilmente fu guidato da quel virus. Il parassita della 6a minore mi distrasse presto da Bach e dopo essersi a lungo soffermato su Chopin, fu placato dal distacco di Debussy, ponte fra romanticismo e modernità, ma alla fine mi portò comunque ad impazzire sulla sintesi operata da Erik Satie. Che era un illusionista, sia ben chiaro, un ingannatore dei sensi. Ben lontano dalle complessità del conterraneo dei Des Pas sur la Neige. E così il mio cervello stette a lungo in rianimazione, sotto la morfina delle Gymnopedies e delle Gnossiennes!

Impatto analogo, molto meno drammatico e più maturo ovviamente, ebbe il lavoro di una band italiana. Agli inizi del 2001 ricevetti per mano di uno dei componenti il primo Ep dei Giardini di Mirò, Iceberg Ep (Gammapop/Zum, 1999).

In quegli anni ero assorbito dal jazz e dalla black music e quel lavoro squarciò la mia prospettiva, costringendomi ad approfondire fenomeni come Mogwai, Godspeed You! Black Emperor, Explosions in the Sky e tutto quel movimento di cui i Giardini di Mirò sono considerati parte integrante a livello internazionale. Soprattutto rimasi colpito da come una realtà locale, molto vicina a me geograficamente, potesse suonare così europea, contingente e algida, e al contempo restare fedele ad un innato approccio melodico.

Quell’Ep è un disco a cui rimango ancora oggi affezionato e ritengo abbia il plusvalore del gusto libero di ciò che è acerbo, ma all’interno di una prospettiva che giunta a compimento, avrebbe regalato alla discografia italiana momenti di indiscutibile valore artistico.

Oggi, a gennaio 2021, vivo la sorpresa di ritrovare quell’indefinito retrogusto che ha riacceso l’intero percorso sinaptico.

Ho tra le mani Luccicanza (Waves Music, 2020) de Il Rumore del Bianco e stavolta l’intervallo del cuore è immerso in un’ambientazione di grande freschezza, che vuole ricostruire il percorso pittorico del post rock dall’angolazione della new wave. Un esperimento dal sapore cinematografico che attira i sensi e in cui il registra scopre dalle inquadrature trame del reale inaspettate.

Le macchie elettroniche di A Propos D’Erik rinnovano percorsi intimamente assorbiti, e L’Altra Casa del Sogno mantiene la promessa del titolo con millimetrica precisione.

Sorprende come elementi lontani dal contesto di partenza risultino così naturalmente integrati, giocando liberamente con i riferimenti. Se Low-dives omaggia il dream pop di Souvlaki , Videogame è l’intermezzo dalla spinta electro che lo anticipa.

Questa decorazione rende il tutto più sublime vuole attraversare la soglia del suono liberandosi dell’estetica per emozionare: diventa ricordo di appartamenti popolari anni 80 e giovani coppie alle prime armi, come una poesia di Raboni ricollocata.

Da Genova Il Rumore del Bianco è un trio che ha scelto la via strumentale per attraversare questo lungo Inverno pandemico e scaldare il cuore con la cara, vecchia, sempre nuova, benedetta melodia.

Il Rumore del Bianco
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Luccicanza, il nuovo album è su Spotify e sugli altri portali di streaming

Testo: Massimo Scaccaglia

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