Il mattino ha l’oro in bocca: la storia di Marco Baldini nella spensierata Italia degli anni 80’

Questo articolo racconta il film Il mattino ha l’oro in bocca di Francesco Patierno in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Gli anni Ottanta italiani, si sa, hanno rappresentato un turbinio di spenseriatezza goliardica che, se da un lato ha fatto godere delle prelibatezze di un Paese ancora reduce dai fasti del boom economico, dall’altro ha pregiudicato pesantemente tutti i decenni a venire, che al posto di rendere più morigerata una popolazione già attirata dall’effimero più di altri popoli europei, ha fatto scuola per il decadimento quasi totale di una Nazione in cerca di una guida. Chiaramente, però, abbiamo mantenuto la nostra sana attitudine alle storie con un pizzico di beata e surreale comicità, che è forse il vero segreto di una intera comunità che in fondo non si è mai presa seriamente.

Così, dal romanzo autobiografico Il giocatore – (ogni scommessa è un debito) di Marco Baldini, il regista napoletano Francesco Patierno si cimenta negli anni Ottanta italiani. Quello che ne esce è una storia a tratti goliardica ed anche un po’ grottesca, sulle fragilità di un uomo simpatico e capace, che grazie alla sua parlantina ed un talento innato nello sparare castronerie si costruisce un mestiere. Marco inizia giovanissimo a lavorare per alcune radio della sua regione (Toscana) e qui viene notato da quel Claudio Cecchetto che ha rappresentato un guru assoluto nello scoprire talenti televisivi e musicali in Italia, di questi ultimi ancora tanti sulla breccia dell’onda professionale nelle varie emittenti nazionali. Da qui comincia a lavorare per Radio Deejay e conosce un giovanissimo ed alquanto spiantato Rosario Tindaro Fiorello, anche lui scoperto dal talent scout veneto, e così nascerà un grande sodalizio professionale ed umano che ora definiremmo d’altri tempi.

Dopo questo prologo diremmo che la vita di Marco si stia mettendo sui giusti binari, avendo realizzato un sogno professionale non da tutti, ma come sempre il diavolo si nasconde nei dettagli. Proprio perché il conduttore radiofonico, insieme all’arte oratoria apprende un vizio di quelli pessimi: il gioco d’azzardo. Questo lo conduce ad un decadimento a volte anche morale, ma grazie ai colleghi ed alla famiglia si rimetterà in sesto più volte, ed anche negli ultimi anni in diverse occasioni è riuscito a rialzarsi.

C’è da dire che Patierno, lascia un po’ da parte tutta la marea di musica e cultura pop di quella Italia, per concentrarsi semplicemente sul protagonista. Lo stesso Fiorello, interpretato da Corrado Fortuna, appare pochissime volte, dando al film quasi l’epiteto di monografia. Ma chi è che si cimenta nei panni dello speaker? Il camaleontico Elio Germano, sempre a suo agio anche “foneticamente” con ruoli di personaggi insoliti.

Lo scorcio degli anni Ottanta nel Belpaese è elucubrativo e si nota sin da subito come le priorità di un Paese in neanche un decennio siano inesorabilmente cambiate. La narrazione del regista in alcuni tratti risulta spiccia ed anche un pelino raffazzonata, però se questa pellicola possiede un merito, è proprio quello di mettere in luce attraverso una vicenda insolita una istantanea di un decennio di cambiamenti radicali e decisamente controversi.

La sceneggiatura, curata da Baldini stesso a quattro mani con Patierno, cerca di non buttarsi troppo nel drammatico, mantenendo quella famosa linea di galleggiamento che strizza tutte e due gli occhi alla commedia. Nel cast compaiono anche le bellissime Martina Stella e Laura Chiatti, che purtroppo, anche per via della pellicola ridotta all’osso con le caratterizzazioni dei personaggi secondari, rimangono decisamente sottotono, soprattutto la seconda che ha affrontato anche qualche film importante nel corso della sua carriera, anche con buoni risultati. Singolare la scelta del padre dello speaker toscano, quel Carlo Monni che rappresenta quasi una figura mitologica: poeta ed attore italiano, che tanto ha rappresentato una bellissima pagina di cinema nostrano, principalmente per il sodalizio artistico ed umano con Roberto Benigni, prima che quest’ultimo si desse alla “paraculaggine”. Monni ha all’attivo anche collaborazioni importanti con i grandissimi della nostra regia, come Mario Monicelli, Massimo Troisi, Pupi Avati e Paolo Virzì.

Il gioco compulsivo fondamentalmente è sempre esistito nelle “società del benessere”, ed accentuato negli ultimi decenni con i vari ammennicoli che lo Stato si è inventato per spremere al meglio i suoi figli più sprovveduti. In sintesi, quello che viene approfondito maggiormente e che rappresenta il tema centrale della storia è il lato oscuro di Marco, che mette in risalto anche le varie sfaccettature di un uomo che in fondo è molto di più che una figura di spettacolo, ma anche una brava persona. Patierno rende la narrazione umana di questo film atipico piacevole e leggera, il non avventurarsi nella profonda complessità della vicenda è certamente un’arma a doppio taglio per l’opera, che di certo non passerà alla storia, ma che ci illustra comunque una piacevole storia di uno dei personaggi radiofonici più famosi d’Italia.  

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