La bellezza salverà il Mondo?

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Nel romanzo L’’idiota, considerato uno dei più celebri capolavori della letteratura russa,  Fëdor Dostoevskij assume una premessa affascinante, quanto pericolosa: “la bellezza salverà il Mondo”. Il filosofo bulgaro Cvetan Todorov propone la bellezza come metodo di ricerca, di aspirazione all’assoluto e richiama i personaggi che hanno posto la propria vita al servizio della bellezza.

Tra questi, Oscar Wilde incentra il suo intero vissuto sulla ricerca della bellezza, nella convinzione quasi paradossale che la bellezza sia fede, morale, unica certezza, dalle cui storpiature derivino i vizi del Mondo. Per Wilde la bellezza è verità, l’arte ricerca la verità che la vita tenta di dissimulare. Non importa se il nostro ritratto, il nostro Io più profondo mostri i segni del decadimento fisico e morale, non importa se il nostro animo sia così turpe da non poter essere purificato dalla più impetuosa corrente del Lete e dell’Eunoè, non importa la catarsi, o il riscatto morale, l’importante è che esso non sia visibile agli occhi, l’importante è non mostrarlo, cospargerne l’orlo di miele. Come i medici, quando tentano di dare ai bambini il tetro assenzio, richiamando un’immagine di lucreziana memoria, che prima cospargono l’orlo intorno alla tazza con il dolce miele affichè le labbra sprovvedute vengano illuse e intanto venga bevuta l’amara medicina, così inganniamo gli occhi affinchè una forma inebriante possa distrarci da un contenuto vacuo, inesistente, un nulla.

Prendiamo ad esempio Monna Lisa, uno dei volti più analizzati dalla critica della storia dell’arte. Un paesaggio sfumato che incornicia un volto, una pittura innovativa e particolare, mistero sulla donna, sul suo vissuto, sulla sua reale esistenza, ma l’importante è che sorrida. Non importa cosa si celi dietro il volto, dietro la bellezza, il mistero rende il viso più interessante, non importa il primo atto, non importa l’epilogo, lei è lì imperscrutabile, eternamente sorride. Protagonista è solo ed esclusivamente la bellezza.

Se da una lettura superficiale può apparire che Oscar Wilde sia un sostenitore di un’etica di vita sregolata, mascherata da una società che ricerca la bellezza, una lettura più approfondita e teleologicamente orientata del libro Il ritratto di Dorian Gray rivela, tuttavia, una sconcertante realtà, veicolata e rivelata dall’arte. La bellezza è effimera e l’arte non può cambiarlo. L’arte può ingannarci, può propinarci il mito dell’eterna giovinezza, ma non può sostituirsi alla vita. E cosa rimane della bellezza di Dorian Gray una volta che il ritratto sia  stato distrutto? Soltanto la verità, quella stessa verità che si era legata alla bellezza condensata in un’opera d’arte, la verità intuitiva che la bellezza è tale proprio perché destinata a cessare, che la bellezza sia nell’effimero. La bellezza non dona immortalità, solo l’arte può farlo. Quello che Wilde sembra dire dunque è che la bellezza abbia quasi una valenza eternatrice, quello che invece sottintende e non rivela a tutti, è che la bellezza non può eternare, solo l’arte può farlo. La bellezza è un privilegio concesso agli uomini che può permettere loro di aspirare all’infinito, di trascendere da sé, di tendere all’eternità ma l’uomo è legato alla vita e la vita è legata all’effimero. Quindi l’arte ricerca il bello e lo rappresenta solo in quanto l’artista è consapevole della sua fugacità, che è legata all’insostenibile fugacità della vita umana. In quest’ottica non sarà la bellezza a salvare il Mondo.

La bellezza può rendere la vita più sopportabile, può incantare, può illudere, ma non può eludere la mancanza di un contenuto.

Che ruolo ha la forma, tuttavia, quando essa sia solo un piacevole involucro che contenga una ricca e preziosa essenza? In che rapporti dobbiamo porre la forma e la sostanza?

Sin dai tempi della Grecia antica, l’ideale della “kalokagathia” si è posto al centro della società. La bellezza era considerata in passato come lo specchio dell’interiorità delle persone, e questo pensiero ben si ritrova nel mondo della lirica arcaica, che celebra la bellezza, dove troviamo poetesse come Saffo famose per la loro forma poco piacevole, nella realtà dei poemi omerici, dove figure come Tersite non trovano spazio, nei poemi cavallereschi di Ariosto e Tasso, dove, per la prima volta, la bellezza viene vista come dote essenziale, ma allo stesso tempo ingabbiante, per giungere poi, infine, alla modernità.

Sulla figura di Saffo si sofferma Leopardi, che si accosta al suo personaggio, in quanto egli stesso si rivede nei panni della poetessa a cui la natura non madre, ma “matrigna”, non ha donato la bellezza, ma l’intelletto per poterlo capire. Egli parte dalla riflessione che il dolore e la sofferenza, a lui compagni, non fossero propri dei moderni, ma fossero connaturati alla specie umana fin dall’antichità, che questo “male di vivere” andasse ricercato, dunque, anche nei poeti arcaici. Egli riprende la leggenda di Ovidio circa un presunto suicidio della poetessa Saffo, maestra nella poesia ma di sgradevole aspetto. Secondo la leggenda l’infelice amore con un giovane e bellissimo marinaio di nome Faone l’avrebbe indotta a gettarsi dalla rupe di Leucade. Su questa base, Leopardi compone la canzone L’ultimo canto di Saffo, di cui riporto un frammento, dove immagina la poetessa dare l’estremo saluto alla Terra con parole di sconforto, che spingono verso una profonda riflessione.

“Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.”

Neanche l’eccelso talento avrebbe potuto salvare Saffo dalla sua triste sorte, dunque perché non sorretto dalla bellezza. “Virtù non luce in disadorno ammanto”, che sia data alla sostanza, una degna garanzia!

Siamo arrivati al secondo assunto: se la bellezza da sola non salverà il mondo in quanto effimera, in quanto una mera forma e la sostanza non è in grado da sola di sopperire alla mancanza di una gradevole forma, cosa accade quando esse siano in egual misura compenetrate?

Nei poemi cavallereschi per la prima volta assistiamo alla bellezza come a una qualità che ingabbia i personaggi. La bellezza di Angelica, in un’ottica di valore tipica del pensiero greco, dovrebbe corrispondere ad una bellezza interiore. La bellezza interiore, tuttavia, non avrebbe trovato spazio in un corpo “disadorno”.  In una prospettiva arcaica, la bellezza dovrebbe essere, tra tutte le virtù di Angelica, la sua più grande fortuna. Per la bella principessa del Catai, tuttavia, la sua virtù diviene una prigione. La bellezza di Angelica la priva della sua libertà e non permette che fuoriescano il suo pensiero e le sue passioni, trasformandola in oggetto del desiderio, una figura più contemplativa, che dinamica, che in un’ottica cavalleresca dovrebbe essere un mezzo attraverso cui  il Cavaliere, quale servo d’amore, possa realizzare la sua ascesi. Angelica, tuttavia, fuoriesce dai canoni. Se in un primo momento vediamo Angelica come oggetto, che già dal primo canto si lascia condurre da Orlando, al quale viene tolta la “sua” donna sul campo di battaglia, gradualmente assistiamo ad una crescita del personaggio che la vede come salvatrice di se stessa. La trasformazione di Angelica da oggetto del desiderio a soggetto con desideri è presente più che mai quando ella stessa prova il sentimento che aveva infiammato gli animi dei suoi pretendenti.

Il tema della bellezza come gabbia è presenta nella vita di routine di tutte le principesse degli stati assoluti ottocenteschi. Le principesse devono essere belle, devono dedicarsi alla cura del corpo, come un dovere, devono intrecciarsi i capelli e mantenere la perfezione per tutta la loro vita. A loro non è concesso di sbagliare, la loro bellezza è un dovere ed ogni errore è un peccato. La principessa Elisabetta di Baviera viveva la bellezza in modo doveroso, la sua vita tormentata l’aveva spinta verso una vita “sgregolata”, votata alla forma fisica tanto da farle perdere di vista gli altri obiettivi. Ella dedicava la sua vita alla cura del corpo tra un rigido allenamento e una dieta ferrea. La sua bellezza era diventata ormai la sua gabbia, della quale non riusciva a liberarsi, dalla quale era così dipendente da decidere di coprirsi il volto per non essere riconosciuta e di non mostrarlo mai più, quasi a voler scomparire,quasi a volersi liberare dalla sua gabbia e tenersi lontano il più possibile dalla gelida vita di corte.

La bellezza diviene dunque un veleno, tanto dolce per chi non lo possiede, tanto amaro per chi lo possiede.

Cogliamo in queste storie quanto la bellezza possa essere potente e quanto in potenza abbia la forza necessaria per  “salvare il Mondo”, ma in atto nessuno riesce a sopportarla, nessuno riesce a viverla rimanendo in equilibrio con se stesso, nessuno riesce a fare i conti con questo fardello.

Ma se questo fardello non dovesse essere portato? Se la bellezza vera fosse un valore a cui gli uomini tendono e che si sforzano di raggiungere e per cui si maledicono?

Secondo una visione platonica, intendiamo la bellezza come infinità trascendentale, come un’idea presente nell’Iperuranio, a cui le copie che sono sulla Terra tendono e si avvicinano, e a cui sono legate da rapporti di mimesi e metessi, di imitazione e di partecipazione.

In questo senso chi non la possiede si maledirebbe perché conosce l’idea del bello, ma è conscio di non poterla raggiungere. Chi la possiede, allo stesso modo si dannerebbe nel cercare di perfezionarsi, portando su di sé un peso che è troppo grande data la limitatezza umana. La bellezza dovrebbe dunque essere conosciuta attraverso l’ammirazione del bello e del sublime, mai assunta come vera e propria fede, perché il limitato uomo, non può comprendere l’illimitata idea di bellezza, può avvicinarsi ad essa e percepirla attraverso l’ incontro con il bello, ma potrà assaporarla e assimilarla solo alla fine, dopo aver contemplato tutte le altre idee e per ultima quella del Sommo Bene, l’Essere Supremo, “l’amor che move il Sole e l’altre stelle”. Solo il Sommo Bene dà intellegibilità alle idee, e attraverso il Bene esse possono essere capite. Questa concezione finalistica si avvicina all’etica Cristiana. La bellezza è intorno a noi, e ci permette di trascendere, di avvicinarci alla perfezione, al divino. Le cose sono belle perché l’uomo possa conoscere l’idea del bello, l’idea del bene e possa praticarlo. La bellezza dunque non sarebbe una caratteristica da considerare solo in rapporto al genere umano e fine a sé stessa. L’uomo dovrebbe, attraverso la bellezza, in cui è immerso, sentirsi parte di un cosmo, di un progetto, di una potenza infinita.

Terminerei con un concetto espresso pienamente nel toccante film Collateral Beauty.

Quando viviamo momenti dolorosi, ci isoliamo dal mondo e cadiamo in una insofferente indolenza, ci rifuggiamo nella turris eburnea, non quella del sapiente, che non si lascia scuotere dai tormenti della vita, ma quella dell’uomo che nel dimenticare il dolore, tralascia anche il bello di vivere. Di qui il concetto di bellezza collaterale che viene definito come “un sorriso nel dolore”, il modo attraverso cui trovare il bello nella sofferenza. Siamo immersi in una realtà grande e meravigliosa dove tempo amore e morte sono collegati tra loro e agiscono sinergicamente creando equilibri precari, da cui l’uomo non deve lasciarsi destabilizzare. Vedere la bellezza collaterale vuol dire guardare il vero volto del dolore e attraversarlo, allargare i propri orizzonti, rendersi conto di tutto il bello che ancora c’è da scoprire.

“L’importante è cogliere la bellezza collaterale”, che è il legame profondo con tutte le cose.

In questa prospettiva, la bellezza salverà il Mondo? Si la Bellezza salverà il Mondo.

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