Maradona di Kusturica: un viaggio balcano-argentino dentro l’interiorità del Pibe de oro

Questo articolo racconta il documentario Maradona di Kusturika in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Che cos’è che nella storia dell’umanità ha creato i miti? Certamente una delle prime cose che ci verrebbe in mente sarebbe rivolgere lo sguardo alle grandi imprese. Cosa sarebbe Giulio Cesare senza la conquista della Gallia o Alessandro Magno senza la presa della Persia? Oltre ai risultati ottenuti però, quello che colpisce più di tutto è la personalità degli stessi, anche attraverso fragilità ed enormi cadute che vengono puntualmente perdonate. Questo perché la normalità diciamocelo non è fonte di fremito dell’animo, o almeno così è stato per molto tempo. “Lentamente muore..” (per citare il titolo di una lirica erroneamente affibbiata al poeta cileno Pablo Neruda e che in realtà appartiene alla poetessa brasiliana Martha Medeiros) chi rende la sua vita uguale ogni giorno.

Per tutto il Diciannovesimo e Ventesimo secolo l’hanno fatta da padrone pittori, compositori, rockstar e calciatori. Questi ultimi hanno creato una vera e propria aura di mistero, è inutile dire che tutto ciò è lontano anni luce dall’oggi, dove tutto rappresenta una occasione per farsi pubblicità mirata soprattutto a rifocillare ulteriormente portafogli rigonfi, senza supporto udite bene di capacità reali e dimostrate. Probabilmente uno degli ultimi dei pagani di questa grandiosa saga di “genio e sregolatezza” è stata rappresentata da Diego Armando Maradona. E chi se non uno “sregolato balcanico” poteva abbracciare l’epopea di un uomo che si è concesso addirittura di segnare con una mano? Emir Kusturica, regista e musicista nato a Sarajevo nell’attuale Bosnia Erzegovina, ma naturalizzato Serbo (per via delle origini familiari), in quel calderone di culture che era la ex-Jugoslavia.

Il regista, grande estimatore del campione argentino, non soltanto per le prodezze sul campo, ma anche per le sue posizioni politiche, decide di approfondire l’umanità di Diego seguendolo per più o meno due anni: dal 2005 al 2007. Il risultato è un miscellaneo di viaggi, avventure e spezzoni di azioni calcistiche che rappresentano delle vere e proprie opere d’arte. Perché se chiaramente Maradona esprime i suoi più oscuri vizi e difetti con una sincerità genuina, cosa insolita per un personaggio pubblico, così con la stessa eloquenza esprime giudizi più che esatti sulla politica Nord-americana ed inglese. Quella delle Islas Malvinas, che per noi “occidentali” hanno il nome di isole Falkland, per gli argentini rappresenta ancora una ferita aperta, con quelle centinaia di soldati morti per mera cupidigia di entrambe le parti: per l’appunto Inghilterra ed Argentina. Questo portò a quattro anni dalla fine del mini-conflitto, le due nazioni a scontrarsi calcisticamente nei Mondiali di Messico 86’ per i quarti di finale della competizione nel leggendario stadio Azteca.

Qui successe l’imponderabile, Maradona riuscì a segnare una doppietta, ed entrambi i goal con qualcosa che sarebbe rimasto nella storia. Perché se il secondo goal venne messo a segno dopo aver dribblato mezza compagine inglese, votato tra l’altro nel 2002 come il goal del secolo, il primo venne realizzato di mano. Per un erroneo campanile che il centrocampista inglese Steve Hodge alzò nella propria area di rigore, Maradona si intrufolò nell’azione e beffò il portiere inglese Peter Shilton, più alto di lui di venti centimetri, deviando il pallone con l’arto sinistro, sancendo l’uno a zero per l’Albiceleste. Durante la conversazione intrattenuta con Kusturica per il documentario, lo stesso calciatore ammise che fu come rubare un portafoglio ad un inglese e farla franca, lui stesso diede il soprannome a quel goal così decisivo chiamandolo “Mano de Dios”. Ovviamente con il forte risentimento che albergava in quel periodo, non si può di certo biasimare Diego e la sua squadra, che a dire il vero dopo il goal dell’uno a zero rimase incredula credendo che la rete venisse annullata. Fu lo stesso numero dieci argentino ad intimare i compagni di abbracciarlo in modo da darla a bere all’arbitro.

Il ritratto che il regista fa di quello che probabilmente è il giocatore di calcio più forte di tutti i tempi è molto schietto, senza artifizi di alcun genere. Ovviamente sin da subito si nota la stima reciproca e sembra che a conversare siano due vecchi amici, Diego non si risparmia neanche politicamente, schierandosi apertamente con tutti i popoli dell’America Latina vessati dall’ingombrante vicino del Nord, diventato nel tempo amico del leader cubano Fidel Castro, ed estimatore del Chavismo in Venezuela, nonché amico dell’ex-presidente boliviano Evo Morales, cacciato a forza con un golpe ideato indovinate da chi?

Il progetto “Kusturiciano” nato a Buenos Aires durante il compleanno della figlia minore del Pibe rappresenta una testimonianza importantissima su una figura imprescindibile del Ventesimo secolo, anche per i non appassionati al gioco più bello del mondo. La  barca senza cime, che rappresenta il carattere e l’animo di un uomo (da noi, che nel tempo siamo diventati meno romantici diremmo “cane sciolto”), colpisce in positivo anche imbolsito e segnato da una vita di eccessi, ma con un carisma da vendere e con una leggera malinconia che lo attraversa, esternandolo tramite le sue parole e permeando l’intera opera. Il finale sulle note di Manu Chao è la ciliegina su una torta creata ad opera d’arte che rispecchia a pieno l’interiorità di un uomo che ha vissuto su quella di Malickiana memoria sottile linea rossa tutta la vita.  

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