Perché fa paura il Requiem di Mozart

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“Lei ci crede a questo? a un fuoco inestinguibile, che divora eternamente”

È novembre, Wolfgang Amadeus Mozart sta lavorando febbricitante dal letto, cercando di immaginare il tono di uno dei misteri più grandi di sempre e non sa che sta per morire.

Lui, che ha segnato il suo secolo e la Storia della Musica di ogni epoca, si sta spegnendo lentamente mentre con il passare dei giorni prende vita il suo Requiem. È animato solo dall’ispirazione e dalle domande che lo consumano. A chi lo guarda sembra che stia trasferendo il proprio afflato vitale nella sua stessa opera.

Corre l’anno 1791 e per lui è successo di tutto: la celebrazione delle sue opere, i i viaggi, riconoscimenti in giro per l’Europa, ora la malattia. E anche un grande enigma.

La composizione del Requiem è una delle più misteriose della storia della musica: non è certo come nasce e neppure come il lavoro viene concluso. La storia ci restituisce una figura incappucciata che bussa alla porta di casa Mozart nell’estate del 1971. Offre cento ducati,cinquanta in anticipo a lui che aveva bisogno di soldi. Quattro settimane di tempo, una sola condizione: rispettare l’anonimato del richiedente.

Chi era quella figura misteriosa? Forse, fantasticava nel 1800 Aleksandr Pushkin, poeta russo, era lo stesso Salieri, altro celebre musicista dell’epoca, che voleva ucciderlo con la sua stessa arte. Pushkin ci scriverà un’opera che a lungo alimenta le suggestioni di molti-l’ultimo è il regista del film Amadeus.
Oggi sappiamo che si trattava del vedovo Walsegg, che usava chiedere a musicisti la composizione di opere che poi avrebbe presentato come sue e che voleva una messa da Requiem per la consorte morta prematuramente.

Nello stesso periodo Mozart però deve comporre La clemenza di Tito (La prima rappresentazione si tenne al Teatro degli Stati di Praga il 6 settembre 1791 in occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia. ) quindi ancora viene interrotto dalla prima del Flauto Magico. La figura si ripresenta alla porta, e chiede spiegazioni, e ogni volta deve chiedere una proroga. Così Mozart è inseguito dagli ammiratori, dai committenti, dalle scadenze continue. Un carico di stress notevole.

Sembra che un giorno passeggiando per Vienna rispose assorto alla moglie Constanze che stava pensando alla musica per il suo funerale.Il 20 novembre viene colto dalla febbre. Muore il 5 dicembre,prima di concludere l’opera.

Il suo allievo e amico Sussmaye porta a termine il Requiem su richiesta della vedova,che così può consegnare il lavoro al misterioso emissario. Scrive Carl de Nys ne La musica religiosa di Mozart :

Süssmayer lavorò così bene che la musicologia, fino ai più recenti studi scientifici, non poté determinare con precisione ciò che era di Mozart e ciò che era del suo collaboratore. Egli ricopiò la partitura compiuta, ma conosceva bene anche i “segreti del mestiere” di Mozart e aveva certamente avuto a disposizione appunti del maestro oggi scomparsi. Per il Sanctus si ispirò ad un Heilig, heilig di Wilhelm Friedemann Bach. Ed il suo Sanctus/Benedictus, leggermente breve, non è però indegno del resto della partitura. Per le ultime due sequenze si limitò a riprendere la musica dell’Introît e del Kyrie di Mozart, il che risulta meno felice, perché la prosodia della lingua latina, alla quale Mozart attribuiva una grande importanza, non viene rispettata: si tratta in ogni caso di una commovente testimonianza di modestia e di ammirazione per il maestro e l’amico.


La prima parte del Requiem è stata composta da qualcuno che pensava di scrivere per sé, dice il professore di musica Enrico Euron; la seconda parte perde questo carico emotivo, portata a termine con le sue indicazioni.

Opera altissima ed emozionante, ancora oggi ci scuote e interroga. Ci lascia sognanti pensando all’uomo Mozart che compone qualcosa di inconcepibile per un cuore umano. Eppure il Requiem non può essere frutto di ispirazione divina, non è un’opera serena: è l’ultimo messaggio di un uomo che ha paura davanti alla morte. Sì, la morte è un portale oscuro che si apre davanti a noi spettatori: ci sono promesse di punizioni, giudizi e richieste di perdono.

La composizione è complessa: per solisti, coro e orchestra. Soprani, contralti, tenori e bassi-decine di cantanti si amalgamano in un coro imponente.

Requiem, da requiem aeternam dona eis Domine: una preghiera di pace, che qui invece è animata da un’armonia di strumenti e voci al galoppo, in tumulto. Anche il Dies irae nasce da una preghiera, un testo che parla di giudizio severo, pena, della fine del tempo, di paura. E ti sembra di vederli questi giudici che si ergono dal buio e ti guardano dall’alto..I toni carichi, cupi, altissimi riflettono l’anima di chi desidera calcare il tono tragico: sottolineano non la prospettiva di pace, ma piuttosto di giudizio, severo e pesantissimo, che accompagnano il malato.

Non per forza deve essere paura per se stessi. Non escludo che soffermandosi su questo enorme tema, abbia avuto in mente volti cari.

“Lei ci crede a questo? a un fuoco inestinguibile, che divora eternamente” chiede in Amadeus Tom Hulce-Mozart a Salieri. Proprio in quel momento inizia ad aver paura. E lo immaginiamo così mentre compone il Kyrie Eleison, questo alternarsi di voci lo rende universale, altissimo. Per quanto solenne, non è una richiesta che suona coraggiosa, più un pianto. Mozart scriveva mente le forze pian piano le forze lo abbandonavano, in un’epoca dove gli uomini che avevano lavorato e condotto una vita attiva non erano più considerati così giovani. Mozart scriveva, sollecitato da una figura misteriosa, dalle spese da pagare, dalle composizioni ancora in lista.E le voci si uniscono alla fine, ancora più convinte.

Infine il Lacrimosa. Leggenda (quante ce ne sono su Mozart!) vuole che scoppiò in pianto scrivendola. La verità è che ne scrisse solo le prime otto battute, ma oggi tu l’effetto cercato lo senti già dall’introduzione dei violini.Oggi è considerata un banco di prova per i direttori d’orchestra perché composto da crome ascendenti e discendenti, da voce che continuano ferme a chiedere pietà, che il Giudizio sia clemente con loro.

Mentre scriveva Wolfgang Amadeus Mozart pensava alla morte ogni giorno, costretto a letto dalla febbre che lo consumava come l’opera che stava scrivendo. Chi puo dire se poi si è redento, se l’animo con cui scrive riflette proprio quello di chi vorrebbe essere perdonato: è così intenso da chiederci se fosse per lui un lavoro come gli altri.

La tradizione ci restituisce Mozart che si riscopre sempre più umano e mortale mentre compone l’ultima altissima opera; che è musica ma è anche un grido che attraversa tempo e spazio e ancora ci agita. Che storia straordinaria, quella di un artista che si consuma fino a spegnersi proprio componendo un’opera sulla morte. L’immagine di Mozart che corre in consapevole verso la conclusione di un’opera e della sua vita ci affascina ancora oggi e ci ispira, perchè le domande che lo agitano sono ancora quelle: il mistero che contempla l’artista è rimasto ancora altissimo.

Ma questo monumento oggi può diventare per noi esempio e non solo fonte di ombra. Come lui, tremiamo di fronte a questo abisso dove non riusciamo a guardare: come lui, allo stesso tempo ci meravigliamo e desideriamo sapere. Il Requiem di Mozart non è un compito fatto per riscattare il premio pattuito; non è scritto secondo le regole, non può mimetizzarsi ma invece è potente, vuole essere ricordato. Solo un secolo dopo si sarebbe parlato del sublime dei romantici, che paralizza e affascina assieme: come quando si avvicina il temporale in spiaggia, o di notte osservi il monte che si staglia contro l’infinito d’argento.

Ecco, così vuole farti sentire quest’opera: vuole colpirti allo stomaco, e lasciarti attonito ad ascoltarla: vuole che non pensi a nient’altro. Vuole spaventarti e affascinarti assieme. E doveva essere così, la più spaventosa e la più meravigliosa di tutte, perché nei secoli noi ci stupissimo come si stupiva lui di questo mistero; e che provassimo la sua paura. che rivivessimo ogni volta quello che stava vivendo anche lui.Sembra quasi che ti afferri.

Il Requiem è un monumento altissimo, che resta come monito: ci ricorda che la morte non è una tragedia che succede agli altri, ma che dobbiamo farci i conti ogni giorno,e ogni giorno sentirci chiamati alla responsabilità di essere vivi. Dobbiamo temerla e rispettarla, perché riconoscerla presenza concreta significa rispettare la vita stessa.

Con convinzione, e ad alta voce, ci conduce tra le domande che più gli divampano dentro, in cerca di pace: dal grido di Dies Irae ai toni di preghiera del lacrimosa. Fino all’Amen, forte, potente, punto conclusivo che con ultimo respiro fa tacere il coro. Così sia.

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