John Bonham: cuore e tecnica di uno dei più grandi batteristi di sempre

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È ormai consuetudine annoverare John Bonham tra i migliori batteristi rock di sempre. Evitando di assegnarli una posizione in una classifica di stampo sanremese, in quanto le arti eludono le logiche della competizione sportiva, possiamo riconoscere l’importanza della sua figura all’interno della tradizione musicale rock. Infatti il suo approccio allo strumento, il suo stile musicale e le sue scelte di arrangiamento hanno sicuramente mutato il ruolo della batteria all’interno di un brano rock. La sua grandezza artistica è quindi determinata non tanto dalle abilità tecniche e dalla potenza espressiva, ma dalla sua attitudine musicale e dalle scelte timbriche messe in atto, tant’è che dopo la sua tragica morte avvenuta il 25 settembre del 1980, i Led Zeppelin decisero di non sostituirlo e dunque di sciogliersi definitivamente. Oltre il grande affetto che legava i membri della band, Bonham costituiva una parte determinante del sound degli Zeppelin.

Il primo album della band britannica esce nel 1969 con in nome di Led Zeppelin I e sin dalla traccia d’apertura Good Times Bad Times si avverte la differenza stilistica tra John Bonham e gli altri batteristi rock britannici coevi come Charlie Watts, Ringo Starr, Ginger Baker, Keith Moon ecc.

Di fatto, che cosa è avvenuto? Ascoltando i brani precedenti al 1969 dei Rolling Stones, i Cream, gli Who e tante altre band, si nota come la batteria – oltre che marcare determinati accenti all’interno del brano aumentandone la dinamica – o scandisce la pulsazione metronomica, o venivano creati dei groove regolari e rigidi. Emblematico è il caso di (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones, in cui Charlie Watts colpisce cassa, rullante e charleston scandiscono esattamente in sincrono il beat del brano. 

Nell’intro di Good Times Bad Times accade subito qualcosa di diverso. Il batterista britannico, dopo aver accentuato la doppia plettrata di Page, aziona il pedale del charleston per scandire i quarti, poi gli ottavi, di seguito aumenta la dinamica percuotendo con le bacchette il campanaccio. Inusuale è l’utilizzo di questo strumento, mai comparso in un set di una batteria rock prima di Bonham, così come l’enorme gong posizionato alle sue spalle. Infine, dopo un fill spezzato in cui sembra che un oggetto rotoli prima in avanti e poi torna indietro, risolve la tensione in un groove decisamente movimentato determinato dall’incastro irregolare di grancassa, rullante e charleston. Qui il lavoro di indipendenza degli arti era notevole in quanto con i due elementi della batteria egli crea delle figure groovemiche complesse su un ostinato fisso formato dal campanaccio (suonato con la mano destra) e dal charleston a pedale (suonato con piede sinistro).

Possiamo asserire che queste scelte stilistiche provengono da uno dei più importanti batteristi bebop: Max Roach. È infatti evidente come Bonham assimili le espressioni del solo The Third Eye e The Drum Also Waltzes, per poi rivisitarle in chiave rock in God Times Bad Times, nelle improvvisazioni di matrice psichedelica di Whole Lotta Love e Dazed And Confused ed infine nel solo di Moby Dick.

A testimoniare l’importanza della tradizione jazz per il batterista britannico (in particolare del bepop) vi è una dichiarazione del suo tecnico personale Jeff Ocheltree:

John ascoltava Max Roach, Alphonse Mouzon, Elvis Jones e un sacco di batteristi jazz. C’è una cosa che mi infastidisce a proposito di John Bonham – disse – tutti pensano che lui fosse un batterista duro che picchiava forte sui suoi tamburi. In realtà, Bonham era appassionato di swing e suonava con molta tecnica”.

Un altro elemento ripreso dal sound della tradizione jazz riguarda l’accordatura delle pelli della batteria. All’ascolto dei dischi dei Led Zeppelin, è evidente come egli tirasse le pelli di tutti i tamburi per avere un suono più squillante e potente. Questa caratteristica è riscontrabile in particolare in molti batteristi delle big band degli anni ’30, in pieno periodo della Swing Era. Tra i nomi più importanti sia per la qualità musicale, sia per l’ammirazione di Bonham nei loro confronti, dobbiamo segnalare Buddy Rich e Gene Krupa.

Di quest’ultimo possiamo notare la consonanza tra l’intro di Sing, Sing, Sing (brano di Luis Palma del 1936 e coverizzato da Benny Goodman nel 1937, con alla batteria proprio Gene Krupa) – in cui lo swing è decisamente più marcato e aggressivo rispetto al brano di Luis Palma – e quello di Poor Tom, contenuto nell’album Coda successivo allo scioglimento della band.

Inoltre quel motivo percussivo viene rivisitato in chiave rock nella seconda parte della traccia conclusiva di Led Zeppelin I, ossia How Many More Times, in particolare nel momento in cui la band termina l’improvvisazione psichedelica e compie una transizione verso il finale in cui viene ripreso il riff principale. 

Tornando a God Times Bad Times, a circa 30 secondi del brano emerge subito una delle peculiarità di Bonham, ossia invece di percuotere la grancassa con un solo colpo, lui ne inserisce due consecutivi suonati molto rapidamente con la tecnica dello slide sul mitico pedale Speed King della Ludwig. Questo sound simula quello prodotto dal doppio pedale, mai utilizzato durante la sua carriera. I due rapidi colpi sulla grancassa immediatamente successivi al beat tenuto sul campanaccio (o sul charleston) formano una terzina: un gruppo di tre beat molto ravvicinati. Questa tecnica da lui spesso utilizzata garantisce una maggiore dinamicità e potenza al groove, entrambe caratteristiche provenienti dal genere funky. Perciò il jazz ed il funky erano i due poli musicali riuniti da John Bonham, motore pulsante degli Zeppelin. Quegli stilemi groovemici o quella modalità di esprimere lo swing, inseriti poi nel rock, aumentavano notevolmente la vivacità di un brano. Del resto, qual è uno degli aspetti peculiari di un grande un artista? Sicuramente la capacità di miscelare in modo originale le estetiche artistiche esistenti, riuscendo ad ottenere un risultato innovativo.    

In particolare è interessante notare come in Darlene ci sia una reinterpretazione rock di Funky Drummer di James Brown e di Ziggy Modeliste di Danny Adler, altro capostipite del funky. Queste modalità di concepire un groove con accenti spostati rispetto alla convenzionale cadenza sul secondo e quarto beat del 4/4, pause che troncano le battute in anticipo rispetto alla regolare cadenza, volti anche a diffondere delle reazioni psico-motorie nel pubblico, sono rintracciabili anche in altri brani ben più noti come Ramble on, Immigrant Song, nella parte tra le strofe e l’assolo di In My Time of Dying, Custard Pie, The Crunge, ma anche nella prima sezione del già citato How Many More Times

È interessante notare come in Fool In The Rain vi sia una atipica apertura di charleston con cui si innesca un ondeggiamento ritmico volto a sbilanciare la sua regolarità. Alcuni elementi di questo groove sono stati ripresi in un secondo momento da Jeff Porcaro in Rosanna, noto brano dei Toto.

In Four Sticks invece si riscontra un ritorno alle sonorità delle big band, questa volta però amalgamato con una peculiarità tipica del funky. Ossia, mentre il charleston scandisce i quarti su cui si innesta il groove principale ottenuto percuotendo il tom ed un timpano, i colpi della grancassa, per incrementare il senso ritmico del brano, vengono posizionati in levare. Tuttavia essendo in un contesto hard rock, quindi l’attenzione di Bonham è rivolta anche alla massa di volume prodotta, utilizza 4 bacchette legate tra loro a coppie da due, in modo da generare un notevole impatto sonoro tipico dell’estetica rock.

Quei colpi così pesanti derivano dallo stile di Keith Moon, con cui i Led Zeppelin si esibirono, e Ginger Baker, altro batterista decisamente apprezzato da Bonham. Questo è deducibile dall’autobiografia del musicista dei Cream intitolata Hellraiser: The Autobiography of the World’s Greatest Drummer, in cui scrisse:

“John Bonham una volta fece una dichiarazione, nella quale affermò che c’erano solo due batteristi nella storia del rock ‘n’ roll inglese: lui stesso e Ginger Baker.”

Oltre all’abilità nell’unire organicamente differenti tradizioni musicali per innovare le sonorità del rock, un’altra peculiarità di John Bonham riguarda la ricerca sonora in studio di registrazione e l’equilibrato temperamento musicale all’interno dei brani.

È attestato che egli, durante le registrazioni di Led Zeppelin IV e Houses of the Holy, avesse posizionato la batteria in un sottoscala del castello di Jimmy Page ad Hedley Grange. L’intenzione era di produrre un ampio riverbero, una scelta che ha caratterizzato in parte il suono del suo strumento.

Tali scelte risaltano in The Crunge, in D’yer Mak’er, nella celebre No Quarter, ma anche in When The Levee Breaks, brano di chiusura di Led Zeppelin IV. In quest’ultimo si nota la sua elevata abilità nel gestire l’utilizzo dei piatti, infatti il riverbero presente nel sottoscala condiziona notevolmente le caratteristiche timbriche di un piatto e questo rischierebbe di compromettere l’intero sound del brano sovrastando gli altri strumenti e la voce di Robert Plant. Perciò il crash – uno dei piatti più invasivi – viene utilizzato soltanto nei fill che determinano il passaggio da una sezione all’altra del brano.  

Dunque le scelte stilistiche innovative ed inconsuete apportate nella tradizione rock, fino ad allora in linea di massima legata al blues e al folk britannico, hanno determinato l’importanza di John Bonham. Egli ha portato questo genere su un altro piano espressivo: di fatto il batterista non si limita più ad accompagnare gli altri musicisti della band ma diventa parte centrale dell’arrangiamento di un brano. Nel suo lavoro carpisce sonorità del passato, è attento al gusto musicale contemporaneo e personalizza lo stile proponendo dei risultati all’avanguardia. Questa attitudine è stata fondamentale per le generazioni successive, ed è evidente ascoltando alcuni tra i più importanti batteristi attuali come Gavin Harrison e Danny Carey.

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