Everybody Wants To Rule The World: il significato del brano dei Tears For Fears

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Se si mettono da parte i libri di storia, vuoi perché poco stimolanti, vuoi perché troppo asettici, è la musica lo strumento più attendibile per recuperare il passato, nei gusti, nelle idee e nelle paure che lo caratterizzano.

Purtroppo e per fortuna, chi sta scrivendo non ha vissuto gli anni ’80. Da un lato li ha immaginati, sognati; dall’altro ne ha letti vizi e virtù. Ma soprattutto, se li è sentiti raccontare da uno stereo, rimanendone affascinato nel bene e nel male, pervaso da quel sentimento romantico che l’essere umano inevitabilmente nutre verso i tempi che furono.

Voce affidabile dell’estetica del proprio tempo, i Tears For Fears si propongono come compagni ideali di un viaggio all’indietro tra luci e ombre. Eppure, tra le loro canzoni ce ne sono alcune che sembrano incarnare lo spirito di ogni epoca, ed Everybody Wants To Rule The World è uno di questi manifesti sempre validi. Se ogni generazione ha i suoi incubi, questo brano, che sotto il sound rassicurante della New Wave cela un intreccio di cinismo, desiderio di supremazia e miraggi di una libertà lontana, è un anti-inno alle visioni che tormentano l’immaginario di tutti noi. A prescindere dagli anni in cui la vita ci ha sorteggiato.

Traccia dell’album Song from the Big Chair (uno dei maggiori successi del gruppo) risalente al 1985, Everybody Wants To Rule The World , inserita nel progetto all’ultimo momento, è un riferimento alla Guerra Fredda ancora in corso. Inizialmente, Roland Orzabal pensa di intitolarla Everybody Wants To Go To War, salvo poi rendersi conto che così non suona bene.

Le parole del giovane cantante sono dettate dal sospetto collettivo di una possibile guerra nucleare, così come dal timore dell’ignoto che alberga nella totale incertezza del futuro che verrà. Presupposti che permettono al testo di uscire dalla situazione bellica e di allargarsi, diventare uno sfogo incredibilmente orecchiabile contro la sete di potere di quei “dittatori personali” – come un genitore autoritario o un superiore prepotente al lavoro – che vorrebbero sempre ordinarci cosa fare, guidando ogni azione della nostra esistenza.

I versi di apertura, di un’ineluttabilità quasi spaventosa, ci portano in una sorta di mondo orwelliano, un sistema fondato sulla sorveglianza costante e oppressivo:

Welcome to your life
There’s no turning back
Even while we sleep
We will find you
Acting on your best behaviour
Turn your back on mother nature
Everybody wants to rule the world

Una volta presa la coscienza di essere vivi, si acquisisce anche quella di essere continuamente osservati e giudicati, premiati o puniti da un potere reclamato e “giustificato” dal solo fatto di stare più in alto. Un controllo, quello di chi si impone, a cui non si può sfuggire e che non può non far pensare alla morsa in cui le rivoluzioni digitali del nuovo millennio hanno stretto la realtà, ormai rimpicciolita e regolata dal principio ansiogeno dell’accettazione e della bella figura. Non c’è scampo dai tiranni come non ce n’è dal grande occhio dell’opinione pubblica, affamata di errori da condannare e ridicolizzare.

Le note scorrono e a poco a poco si svelano altre paranoie e fragilità dell’uomo moderno:

It’s my own design
It’s my own remorse
Help me to decide
Help me make the most
Of freedom and of pleasure
Nothing ever lasts forever
Everybody wants to rule the world

Vivere per consumare, consumare per godere appieno di una libertà precaria e temporanea, minacciata da ogni lato da nuvole che promettono tempesta, terribile incantesimo di pochi dominatori. Al di là delle gioie fugaci, uno scenario desolato: le tensioni tra Stati Uniti e URSS, i test nucleari, sogni di edifici che crollano (Holding hands while the walls come tumbling down / When they do I’ll be right behind you).

La canzone “parla alle ansie di tutte le epoche”, così è stato detto ed è difficile non essere d’accordo.

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