King (Roger) è morto, lunga vita al Re. Ma chi è ora il Re?

Il Masters di Londra 2020 si è concluso con la vittoria di Daniil Medvedev ai danni di Dominic Thiem. Una persona che non segua assiduamente il tennis potrebbe rimanere sorpresa nel leggere questo esito. Dove sono i grandi nomi? Chi sono questi due? Ma guardiamoci un attimo indietro: il Masters è un torneo che già l’anno scorso aveva avuto un esito “rivoluzionario”, con la vittoria di Stefanos Tsitsipas, i cui maggiori successi riguardavano fino a quel momento semplici tornei ATP 250; e così l’anno prima, con la vittoria di Aleksandr Zverev.

Le sconfitte di Novak Đoković e Rafael Nadal, entrambe maturate in match portati al terzo set, hanno il sapore di una svolta epocale: arrivate così, nell’ultimo torneo della stagione, sul parquet dei migliori otto giocatori al mondo, hanno lanciato Thiem e Medvedev in finale nelle ATP World Tour Finals. Đoković ha  così fallito il tentativo di eguagliare il record di Roger Feder (6 volte campione al Masters) e, ancora una volta, Rafa ha visto sfumare la possibilità di conquistare l’unico grande titolo che gli manca.

Sembra dunque davvero che la O2 Arena sia davvero il tappeto rosso perfetto da srotolare dinnanzi alla tanto attesa “next generation”.

Si cominciò a parlare di questo mito, ossia che, sì, prima o poi sarebbero sorti dei talenti in grado di detronizzare le Tre Corone del tennis contemporaneo (Federer-Nadal-Đoković), diversi anni fa, con l’affermarsi ad alti livelli di tennisti come Grigor Dimitrov (all’epoca designato precocemente da molti come erede di Federer, appellativo con cui qualche incauto ora si riferisce a Tsitsipas) e Milos Raonic, giocatori che tra mille alti e bassi hanno sì bazzicato i piani alti della classifica ATP, ma che non sono mai riusciti ad affermarsi come degni eredi al trono (basti pensare che, in due, hanno racimolato “solo” un ATP Finals, uno Slam – entrambi da parte del bulgaro – e una finale Slam – risultato più alto mai raggiunto da Raonic – , per un totale di 17 titoli ATP conquistati dal 2011 ad oggi). Stiamo parlando a grandi linee, dunque, del 2014.

Ebbene, dal 2014 ad oggi, le suddette Tre Corone hanno conquistato ancora 21 (Federer, classe 1981) + 22 (Nadal, classe 1986) + 33 (Đoković, classe 1987) = 76 titoli ATP.

E dire che qualcuno, tra gli addetti ai lavori, all’epoca profetizzava una non troppo lontana classifica che avrebbe visto Dimitrov al primo posto del ranking ATP e Raonic al secondo.

C’è però da considerare un particolare interessante: Dominic Thiem, austriaco, ad oggi uno dei candidati più forti in circolazione per il primato in classifica, unico ad aver vinto uno Slam (l’US Open 2020) anagraficamente è più vicino a questa generazione di mezzo (nasce nel ’93) che a quella dei nuovi fenomeni, eppure, essendo come si sul dire “sbocciato tardi” (entra nella Top 10 appena nel 2016 – Raonic conclude l’annata 2013 come numero 7, Dimitrov diventa numero 8 nel 2014) e, soprattutto, essendo i suoi maggiori successi contemporanei a quelli della next-gen vera e propria, penso si possa considerare a ragione come un membro un po’ fuori età di quest’ultima.

Ma diamo un’occhiata più ravvicinata agli altri tre contendenti.

Da chi cominciare se non da Daniil Medvedev, russo, classe 1996, che nell’estate 2019 ha stupito tutti con un exploit che lo ha condotto a disputare 4 finali ATP, di cui una vinta (il Western and Southern Open di Cincinnati) e tre perse: Washington (500), Montreal (1000) e US Open. Un’impresa non da poco per un ragazzo che, fino a quel momento, aveva vinto solo 4 tornei, il primo nel gennaio 2018. Nell’autunno dello stesso anno il russo ha poi dimostrato di non essere solo un fenomeno momentaneo, vincendo ancora un ATP 250 ma, soprattutto, l’ultimo Master 1000 della stagione, Parigi-Bercy, contro il connazionale (almeno di origine) Zverev. E ora è campione in carica del Masters.

Continuiamo proprio con Zverev, tedesco ma di origini russe, classe 1997. Il numero di partite disputate contro Thiem e il loro esito (finora otto volte su dieci favorevole all’austriaco) ha sicuramente destato un brivido in tutti gli appassionati di tennis, tanto che Paolo Bertolucci qualche anno dichiarò che, come accaduto per l’infinita rivalità tra Federer e Nadal, probabilmente all’inizio Thiem avrebbe prevalso in un maggior numero di sfide ma, a fine carriera, il confronto sugli scontri diretti sarebbe peso dalla parte di Zverev. Non possiamo sapere ciò che accadrà, ma guardando ai titoli vinti pare che sarà proprio questa la rivalità più appassionante nei prossimi anni: tra i suoi successi si annotano tre Master 1000 e, come si è già detto le ATP World Tour Finals 2018.

E infine Tsitsipas, greco, classe 1998, il più giovane dei quattro, finora un po’ indietro per numero e rango di tornei vinti, ma capace di aggiudicarsi il Masters 2019 solo un anno dopo aver vinto il medesimo torneo nella categoria “juniores”. Un giocatore che per stile di gioco è già stato accostato nientemeno che a sua maestà Roger Federer, specialmente per il suo prezioso gioco a rete e per il rovescio a una mano. Un po’ presto per avanzare paragoni con King Roger, ma c’è senza dubbio tanto, tanto tempo a disposizione per il greco.

In questa sede non si intende decretare un definitivo passaggio di consegne, anzi, Nadal e Đoković probabilmente resteranno ancorati alla Top 5 ancora per un bel po’ e collezioneranno ancora diversi titoli prestigiosi. E Federer promette che nel 2021 tornerà finalmente, dopo quasi 12 mesi di fermo, a solcare i campi da tennis del circuito. Eppure si ha l’impressione che, dopo quella meravigliosa e terribile finale di Wimbledon 2019, il Re sia morto e il suo seggio sia rimasto vacante, senza che uno tra Nadal e Đoković sia stato in grado di prenderne univocamente il posto – non materialmente (nel 2019 Roger non era certo in cima al ranking, né ai primi posto per trofei sollevati) ma per quanto concerne l’immagine, quel mito che solo lo svizzero è stato in grado di creare nell’immaginario comune.

Ma ora the King (Roger) is dead e, salvo improbabili resurrezioni (in cui comunque io stessa spero ancora, lo ammetto), questo è il momento in cui più che mai i giovani devono ambire ad arrivare in alto. E non solo i quattro cui questo articolo è stato dedicato; c’è fior fiore di ragazzi promettenti di cui sicuramente si parlerà ancora, da Shapovalov a Rublev, passando per il nostro Marco Berrettini. Con la finale tra Medvedev e Thiem sembra che il passaggio generazionale si sia alla fine compiuto con successo. Chi tra i nuovi campioni riuscirà a imporsi sul breve e sul lungo periodo, solo il tempo ce lo dirà.

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