Jacques Brel: il cantautore più influente della storia

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L’influenza di Jacques Brel sul mondo del cantautorato è straordinariamente capillare. I versi delle sue canzoni, incastonati come gemme preziose nelle tre decadi comprese tra gli anni ’50 e i ’70, riecheggiano nei testi degli artisti più disparati. A volte esplicitamente tradotti, altre saggiamente rubati.

In particolare, le prime generazioni di cantautori italiani trovano in Brel una fonte d’ispirazione impareggiabile, affascinati da come i suoi brani si differenzino da quelli che propone loro l’Italia in quanto a profondità e complessità.

A tal proposito Francesco Guccini nel 1982 dichiara: “Dopo vent’anni di mamme nere, di barche bianche, di colombe che volavano, di papaveri che entravano dalla finestra, di anatre che uscivano dalla porta, dalla disperazione uno doveva guardarsi in giro. E l’unica possibilità erano i francesi – Brel, Brassens (…). Quindi si copiava, ma la canzone melodica ci aveva regalato vent’anni di queste cose. Il cantautore, tanto bistrattato (…), ha scoperto che fare delle canzoni è anche un fatto d’intelligenza (…)”. E in un’intervista più recente afferma: “Dal punto di vista musicale prima ci sono stati i francesi Jacques Brel e George Brassens: amavo quel tipo di canzone, l’armonia e il linguaggio”.

Ma anche dall’esterno questo rapporto d’ispirazione non reciproca che i nostri cantautori hanno con Brel sembra da subito chiaro. Un articolo-intervista del 1964, intitolato “Ritratto di Luigi Tenco”, contiene una digressione che tratta la somiglianza tra il cantante alessandrino e il collega di Schaerbeek. Per citarne l’inizio: “Tenco, l’anticonformista della canzone italiana. Fra i giovani in Belgio c’è uno come lui, Jacques Brel. Scrive singolari e splendide canzoni; una parla di un paese piatto, brumoso, fustigato da un vento crudele; ma gli piace perché è il suo. E tante altre, che parlano di uomini veri, con i loro difetti e le loro virtù”.

Andiamo però a scoprire più di preciso quali artisti italiani hanno maggiormente risentito dell’influenza del cantautore belga.

Giorgio Gaber

Il signor G è sicuramente il cantautore italiano più simile a Jacques Brel. La sua familiarità col mondo del teatro ed il suo approccio così recitativo all’interpretazione delle canzoni infatti non possono che farci pensare al protagonista di questo articolo, che sul finire degli anni ‘50 si impose nella scena francese grazie alle sue violente e innovative esibizioni presso cabaret e teatri.

Giorgio Gaber adatta ed esegue alcuni dei principali successi di Brel: Che bella gente (“Ces-gens là”), L’amico (“Jef”) e I borghesi (“Les bourgeois”). Ma anche Ora che non sono più innamorato richiama in più punti La chanson des vieux amants.

Herbert Pagani

Anche lui si trovava molto a suo agio nelle vesti di cantante-attore, e, avvantaggiato dal suo bilinguismo, attinse a piene mani dalla produzione musicale e poetica di Jacques Brel.

Nel corso della sua carriera interpreta a sua volta Che bella gente e gli adattamenti Sai che basta l’amore (Quand on n’à que l’amour) e Lombardia (“Le plat pays”). Personalmente ho sempre apprezzato in modo particolare il lavoro fatto con l’ultimo dei brani citati: chiunque sia nato o abbia almeno vissuto nella pianura lombarda non può non rivedere la propria terra nelle malinconiche parole di Brel.

Sergio Endrigo

L’influenza del cantautore belga su Endrigo è meno palpabile, ma comunque presente. Tanto da fargli dichiarare: “(…) Mi sono appassionato alle canzoni di Jacques Brel. L’ho conosciuto alla RCA nel ’64 perché volevano farlo cantare in italiano. Ma Brel era fiammingo e la sua pronuncia francese era ottima, ma quando cantava in italiano sembrava un tedesco. Non se ne fece nulla. Quando l’ho conosciuto gli ho detto che senza aver ascoltato ed amato le sue canzoni non avrei mai potuto scrivere “Viva Maddalena”. Ed effettivamente il brano citato dallo stesso autore ha una violenza espressiva molto in linea con quella di tanti lavori di Jacques Brel. In particolare quel crescendo così esasperato e così spinto è un marchio tipicamente “breliano”. E come se non bastasse, anche la protagonista del testo sembra essere presa in prestito da Madeleine.
Un altro chiaro esempio di questa influenza è la sua signature-song, Io che amo solo te, che contiene una traduzione piuttosto palese di alcuni versi del brano La tendresse. Riporto di seguito a confronto le porzioni di testo interessate.

Io mi fermerò
e ti regalerò
quel che resta della mia gioventù.

Je t’offrirais le temps
qu’il reste de jeunesse
à l’été finissant.

Inoltre anche la nota Ti amo del cantautore polese è un adattamento (piuttosto semplificato) di “Je t’aime”.

Oltre a questi tre potrei parlare dei casi di tantissimi altri autori italiani pesantemente influenzati dalla musica di Brel, come ad esempio Paoli, Tenco e Vecchioni. Tuttavia trovo più interessante spostarmi nella parte anglofona del mondo, raccontandovi della grande ammirazione che due musicisti di primissimo ordine avevano nei confronti del cantautore belga.

Scott Walker

Walker è stato indubbiamente uno dei cantautori più geniali e al contempo meno celebrati mai esistiti. Nato in Ohio, da giovanissimo si trasferisce con i fratelli a Londra per tentare la sorte in ambito musicale. Inizialmente si impone come artista Pop sulla falsa riga dei Beatles, ma sul finire degli anni ’60 lascia i Walker Brothers per poter coltivare uno stile più personale: oscuro e malinconico, nostalgico ma al contempo avanguardista. Ed è proprio in questo periodo che per lui Jacques Brel diventa quasi un’ossessione: tra il ’67 e il ’69 interpreta ben nove sue canzoni tradotte in inglese, che raccoglierà poi in un unico lp nel 1981 (con l’aggiunta di un inedito). Le traduzione sono di Mort Shuman, eccezion fatta per If you go away (“Ne me quitte pas”) che è opera di Rod McKuen.

David Bowie

Last but not least, anche il duca bianco era un grande fan di Jacques Brel. Bowie infatti esegue dal vivo sin dal ’68 la traduzione di Amsterdam di Mort Shuman, a volte citata come “Port of Amsterdam”. Scartata da The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars nel 1972, l’anno seguente viene pubblicata come lato b di un 45 giri e poi inclusa in numerose raccolte. Inoltre, sempre nel biennio ’72-’73, il cantautore londinese è solito suonare in live una personale versione di My death (“La mort”). Pare anche che nello stesso periodo Bowie avesse tentato di conoscere Brel di persona mentre era di passaggio a Parigi, ma che quest’ultimo avesse rifiutato con parole poco gentili, insultandolo per la sua presunta (e poi smentita) omosessualità.

In ultimo luogo, anche la bellissima Sons of the silent age, contenuta nell’album Heroes, è ricca di riferimenti alle canzoni di Jacques Brel. Dal titolo, che richiama “Fils de…”, alla citazione a “Les vieux” sul finale.

Sons of silent age (…) they never die, they just go to sleep one day

Les vieux ne meurent pas, ils s’endorment un jour et dorment trop longtemps

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