L’ultima ora: l’etica della colpa in una società al tramonto

Questo articolo racconta il film L’ultima Ora di Sébastien Marnier in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Nel 2013 il filosofo francese Alain Finkielkraut pubblicò Identità infelice, saggio con cui coniò il termine “oicofobia” (dal greco οἶκος, “casa” o “famiglia”, e Φόβος, letteralmente “paura”). Con tale neologismo Finkielkraut indicava l’odio verso la casa natale, il disconoscimento da parte della gioventù occidentale odierna dell’identità culturale stessa dell’Europa e dei valori su cui essa si fonda. Questo concetto tuttavia non trova applicazione solo sul piano culturale, ma si traduce in un generale rifiuto verso la società occidentale e tutti i suoi mali, veri o presunti.

Ne L’ultima ora, (in originale L’heure de la sortie) l’oicofobia trova una delle sue esemplificazioni più estreme, affrontando con grande originalità il tema che forse più infiamma il dibattito politico e ideologico contemporaneo: l’ecologismo.

Marnier mette in scena un gruppo di adolescenti dalle doti intellettuali fuori dall’ordinario che, con atteggiamento vittimistico ed elitarista, si alienano completamente rispetto ai loro compagni di classe e dal professore (supplente, chiamato a sostituire il predecessore morto suicida) che tenta inutilmente di comprendere quale sia la radice del disagio che cova in loro. Il motivo, a detta loro: la troppa lucidità, che impedisce loro di accettare i crimini che gli uomini compiono contro il loro pianeta. Una generazione divorata dal senso di colpa e dal risentimento verso il mondo che è stato consegnato loro. I figli prediletti di una società verso cui provano solo odio, ma delle cui comodità non esitano ad usufruire (tranne i telefoni cellulari: quelli sono radioattivi e assemblati da bambini schiavi). Adolescenti dalle facoltà intellettive straordinarie, ma terribilmente vulnerabili e impreparati ad affrontare in modo costruttivo le crudeltà del mondo.

Marnier gioca consapevolmente con lo spettatore e con i generi narrativi, con una pellicola caratterizzata da una forte dinamicità: se la prima parte del film sembra incastrarsi nel solco del “semplice” thriller psicologico (adolescenti che serbano deviazioni latenti e conducono alla pazzia il malcapitato professore di turno), il proseguo induce chi guarda su una serie di false piste, che rispecchiano la confusione del protagonista Pierre, quando comincia segretamente a pedinare i ragazzi per scoprire cosa nascondano. Spettatore e personaggio procedono di pari passo nel cercare di arrivare alla verità. Ecco dunque che quello che potrebbe sembrare un passatempo che esalta la violenza e la legge del più forte si trasforma nel sospetto che dietro vi sia un disegno più grande, un attentato forse – l’atteggiamento dei ragazzi ricorda vagamente quello della Merry Levov di Pastorale Americana di Roth. Ma la verità è qualcosa di più intimo e amaro.

“Ci state conducendo all’estinzione” sentenzia uno di loro davanti alla telecamera con cui riprendono i loro rituali, senza avere l’idea precisa di chi sia il “voi” a chi si sta rivolgendo. Politici, industriali, dittatori, terroristi. Forse anche le persone comuni, che non possono permettersi un’automobile elettrica e che d’inverno accendono il riscaldamento. Ma quello di cui non si rendono conto è che è questa stessa ideologia a portare all’estinzione, dalla sua forma più piccola (il suicidio, che si scoprirà essere il loro ultimo fine) a quella di un’intera specie o almeno, di un’intera società. La rinuncia all’auto conservazione e la distruzione di quella spinta vitale che nei secoli ha permesso alla popolazione europea di crescere anche in condizioni molto più spietate di quelle attuali da tutti i punti di vista. A ogni tortura che i ragazzi si infliggono l’un l’altro per prepararsi al suicidio finale, il filo che li lega alla vita si assottiglia.

L’ultima ora è un film all’insegna del disagio. Un disagio che si insinua nello spettatore a ogni scena di più, come gli scarafaggi che pian piano iniziano ad infestare la casa del protagonista, – realtà? Simbolismo? Suggestione? – in un rimando delizioso alla Metamorfosi di Kafka (sul quale egli sta tentando, in modo fallimentare, di scrivere una tesi).

La convinzione che il futuro non possa che essere nefasto sembra trovare conferma nel finale apocalittico, provocatorio, spiazzante e al contempo perfettamente prevedibile. Il quadro inizialmente pieno di speranza – il professore che, dopo aver impedito in extremis l’attuarsi del loro piano, osserva i ragazzi in riva al lago, apparentemente spensierati – si trasforma in cupa ecatombe, con l’esplosione della centrale nucleare che con le sue ciminiere ha dominato il paesaggio per tutto il film.

Impossibile che questi giovani profeti dell’apocalisse non creino una suggestione che rimanda ai demoni di Dostoevskij, per cui mi affido alle parole di Gianlorenzo Pacini:

“Ma chi sono questi uomini, chi sono i ‘demoni’? I demoni sono anzitutto ‘uomini d’idea’, come li definisce Bachtìn, cioè uomini posseduti, tormentati, divorati da un’idea, cioè da una concezione onnicomprensiva, onniesplicativa e onnirisolutiva della realtà, uomini che si credono in possesso della ‘Verità’, ma ognuno dei quali si è costruito una sua Verità’ in una forma aberrante, distruttiva, catastrofica.”

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