Il Legame: il film Netflix che porta Ernesto De Martino al cinema

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Il nuovo film uscito su piattaforma Netflix, che vede tra i protagonisti Riccardo Scamarcio ed è intitolato Il legame, struttura la sua trama all’interno dell’universo tematico che identifica la cultura di un certo entroterra del meridione italiano. Una specifica dimensione culturale che oggi probabilmente non esiste più o ha molte difficoltà a coesistere, senza critiche destrutturanti, con una dimensione metropolitana dell’esistenza, tipica degli agglomerati urbani.

Affrontare tali tematiche, oggi dunque, rappresenta un’ardua scelta poiché, sin da quando si è cominciato a sentire dagli anni ’60 in poi il peso di un’occidentalizzazione totalizzante che si basava su una globalizzazione delle diversità, certe dimensioni culturali e identitarie si andavano appiattendo sempre di più, scomparendo quasi nel nulla. Oggi, parlarne, significa quasi tentare di parlare di qualcosa che abbia a che fare con l’assurdo.

Il mondo a cui si fa riferimento nella pellicola è quello definito da Ernesto De Martino nelle sue opere, inerenti alla letteratura antropologica e diventate dei classici di riferimento per la disciplina. Ernesto De Martino fu uno dei più grandi antropologi italiani e vissuti nel ‘900, un gigante che ha fatto da scuola a molti sviluppi della disciplina di riferimento. Allievo di Benedetto Croce, da cui però poi se ne discostò creando una disputa che fece storia all’interno delle posizioni inerenti ai cosiddetti “popoli senza storia”. Opere come Il mondo magico (1948), La terra del rimorso (1961) o Sud e magia (1959), che portano la sua firma, riecheggiano come classici di riferimento all’interno di quel mondo di rappresentazioni che cerca di razionalizzare la dimensione culturale di quelle società che da Antonio Gramsci in poi vennero definite come “subalterne”, in contrapposizione all’egemonia culturale delle società complesse e metropolitane. De Martino descriveva, negli anni’50, questa parte di società dimenticata e volutamente marginalizzata. La società in cui il magismo e le fatture erano degli elementi ben chiari che definivano una specifica Weltanschaung, cioè una “visione del mondo”, fu oggetto identificativo degli studi demartiniani. Una società in cui il mago o chi ne faceva le veci aveva la possibilità di espletare una funzione sociale ben specifica, una figura che riuscisse a salvaguardare l’individuo dalle angosce dell’esistenza. In Sud e magia (1959), De Martino parla del grande tema della cosiddetta “fascinazione”, la quale rappresenta l’elemento costitutivo della bassa magia lucana. Nel testo scrive:

“Il tema fondamentale della bassa magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto: fascinatura o affascino). Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”.

Il film, che ha l’intenzione di rifarsi ad una certa tipologia di horror all’americana possiamo constatare, in realtà basa la sua tematica su un concetto chiave della letteratura del De Martino. Il magismo si struttura sul concetto di “fascinazione”, dalla quale – per l’appunto come asserisce lo stesso autore – tutte le forme di magia sono in diretta connessione psicologica con essa. Dunque, ritornando al film, sul quale poche recensioni hanno fatto cenno di tutta una tradizione disciplinare che ne mettesse in risalto la matrice; si tratta di una rappresentazione cinematografica di contesti etno-antropologici che hanno visto una documentazione visuale solo per via di classici documentari come “Nel Sud di Ernesto De Martino” del 1977.
Dunque, il film, potrebbe anche rappresentare una forma di resistenza nei confronti di un approccio che ha visto il mondo magico e fascinato di De Martino come un qualcosa di totalmente assurdo e impossibile da razionalizzare attraverso categorie logiche dell’intelletto. La magia non può esistere ed avere, a seconda del contesto, la stessa valenza che ha la medicina nel curare il malessere sotto tutte le sue forme. Bene, si, questa è la posizione che identifica la Weltanschaung di un individuo occidentale e diventa quasi illogico pensare il contrario. Ma in riferimento ad un contesto come quello rappresentato dal regista de “Il legame”, Domenico Emanuele De Feudis, il quale in un’intervista ha asserito che voleva raccontare la sua terra, non si può non pensare che allora in base ai contesti sociali cambiano le necessità dell’individuo. Il regista, raccontando di Francesco (Riccardo Scamarcio) che porta la sua futura moglie, con la figlioletta, nella casa della madre – la quale è ovviamente la figura ideale di “maga” che De Martino poteva ritrovarsi ad intervistare – ti mette in risalto il rapporto conflittuale tra logica metropolitana della vita e visione dell’esistenza da parte di un individuo, alfabetizzato e cosciente (com’è la figura della madre), che invece vede l’esistenza sotto un altro profilo valoriale determinato da un contesto in cui la magia ha una sua efficacia. Il regista riesce con semplicità ad evidenziare questo aspetto, facendo uscire fuori le diversità dei punti di vista.

Inoltre, data la provenienza pugliese e l’intenzione del regista di raccontare la terra in questione, va anche evidenziato come le citazioni del film non si fermano soltanto a Sud e magia, che magari più risultare come il testo più comunemente conosciuto, ma vanno anche oltre arrivando ad un’altra opera dall’importante rilievo che è per l’appunto quella dedicata al tarantismo pugliese: “La terra del rimorso” (1961). In questo testo De Martino spiega come nella Puglia di quei tempi era diffuso il fenomeno del tarantismo, che per l’appunto prevede che quando si cade vittima del morso di una tarantola si diventata “tarantati”, ovvero avvelenati per causa di una tarantola. Il fenomeno che ha una duplice valenza, cioè storico-culturale in quanto tale tipologia di stato degente presenta una sua storia diacronica e anche una specifica modalità di contenimento danni, e medica poiché si tratta pur sempre di avvelenamento. Nell’ottica di De Martino, qualora il parere medico avesse dato una reale soluzione al problema dei tarantati presi in analisi allora non avrebbe avuto senso continuare la sua ricerca, per l’appunto nel testo scrisse:

“…stava davanti a noi in primo luogo il compito di valutare l’ipotesi antagonista, cioè l’interpretazione medica del tarantismo come malattia: se questa ipotesi si fosse manifestata per vera( appunto per verificarla avevamo con noi un medico), tutta la nostra indagine, per il modo con il quale era stata impostata, doveva considerarsi fallita, e non restava che sciogliere l’équipe, impropriamente diretta da uno storico della vita religiosa mentre avrebbe dovuto esserlo da un medico.”

Ma in realtà, nell’opera viene spiegato come il fattore risolutore non sia da ritrovare nel parere medico, ma sia un fattore legato più alla dimensione culturale del luogo. De feudis, il regista, questo aspetto lo affronta e dedica una parte del film alla comprensione del fatto che il medico non potrà curare la tarantata, ovvero la figlia di Emma, moglie di Francesco. Sarà, per l’appunto, la madre di Francesco a trovare la soluzione reale al problema e troverà un modo per affrontare il pericolo che incombe attraverso dei mezzi che identificano la tipologia di approccio a certe dinamiche che possono, certamente, sembrare assurde di fronte ad un primo impatto.

Il film, data la tematica, è un coraggioso tentativo di mettere in camera il mondo di Ernesto De Martino. Riesce nel suo intento, il regista, dando una certa identità filmica ad un mondo conosciuto unicamente sotto il profilo scientifico ed accademico.

De Feudis, originario di Trani in Puglia, è riuscito a raccontare la sua terra.

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