Ogni Cosa è Illuminata: Schreiber al suo esordio, tra umorismo e storia

Questo articolo racconta il film Ogni Cosa è Illuminata di Liev Schreiber in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Come spesso esclama nelle sue opere di viaggio lo scrittore triestino Paolo Rumiz, l’Europa vera è rimasta quella dell’ ex-patto di Varsavia. Non soltanto perché quella frazione estesa di territorio ha vissuto meno l’apparente progresso dell’Unione monetaria e di un sistema economico selvaggio. Anche se oramai questi paesi vagano in orbita tedesca, che a differenza degli orrori perpetrati negli anni 30’/40’ del Novecento, ora li stanno conquistando anche a livello socio-culturale, abbagliandoli con migliori opportunità lavorative ed  influenzandoli soprattutto a livello comunitario durante le riunioni della UE.

Ma durante il periodo sopracitato, purtroppo le efferatezze dei nazisti in quei territori, nei confronti della etnia ebraica furono ancora più spietate. Questo perché? In realtà non si conosce bene il motivo, ma da quello che si evince da diversi studi sociologici effettuati dopo la Guerra, emerse un sentimento di maggiore ostilità nei confronti degli ebrei, che al giorno d’oggi stanno ritornando a vivere nei territori dei loro avi.

Di tutte le etnie di cui è composta la nostra Europa centrale, che molto spesso viene semplicemente definita ed accorpata in un enorme pentolone denominato “Europa dell’Est”, solo in poche sono realmente in questo punto cardinale, dato che quasi fino ai confini Russi, si potrebbe definire Europa occidentale, se non addirittura fino a San Pietroburgo. L’Ucraina, che confina ad Est proprio con l’ingombrante vicino ex-sovietico, fu teatro come tutti gli altri Paesi europei di enormi rastrellamenti e violenze. Fortunatamente molti vennero aiutati a nascondersi nonostante l’avversione, e riuscirono ad emigrare perlopiù negli Stati Uniti.

Da qui il romanzo dello scrittore Statunitense Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. L’uomo, alla ricerca delle sue origini, alla fine del secolo scorso viaggiò attraverso l’Ucraina per documentarsi sulla esistenza del nonno, scampato per miracolo a quel periodo buio. Il titolo del libro è un omaggio a Milan Kundera ed alla sua Insostenibile leggerezza dell’essere e racconta non soltanto il viaggio in sé, ma un intreccio di storie che si muovono tra una foschia di sensazioni difficilmente comprensibili, per agli appartenenti alla nostra epoca.

Da questa epopea alla ricerca delle proprie radici, l’esordiente regista Liev Schreiber, noto ai più per i suoi ruoli attoriali ma con uno spirito ed un animo figlio di molte culture (addirittura otto etnie differenti, tra cui quella ucraino – ebraica), riesce a donare alla storia su pellicola, quella sensazione e voglia di scoperta che colpisce in modo placido sino in fondo. L’invito alla riflessione, che emerge prorompente nel finale è camuffato benissimo durante la prima parte del film, con quell’umorismo infarcito forse di qualche stereotipo di troppo sugli ucraini, ma in epoca di politicamente corretto è veramente una boccata d’ossigeno, pensando che alla fine sono “solo” passati quindici anni dal suo approdo nelle sale. In più c’è anche quel sano umorismo yiddish, riservato solo a chi sa apprezzarlo.

Ma oltre che alla forza del racconto, merita un plauso particolare l’interpretazione di Elijah Wood. L’attore statunitense, che oggi chissà per quale motivo si trova fuori dal cinema che conta, esprime con sincerità e con un lavoro encomiabile il ruolo del protagonista. La gestualità, ma soprattutto l’identificazione nello scrittore/viaggiatore è l’emblema della storia stessa, e lui se ne fa ambasciatore, assimilando le idee sia dell’autore del romanzo che del regista. Lontano anni luce dalla trilogia Jacksoniana, dove è stato più la rappresentazione di un simbolo ai fini della storia che padrone dello schermo con una interpretazione migliore.

Sicuramente la pellicola possiede un forte sapore “Kusturiziano”, che regala una ulteriore venatura a questo insolito road-movie. Ma le sorprese non finiscono di certo qui, con la strampalata interpretazione dell’attore e musicista ucraino Eugene Hütz, conosciuto ai più come il frontman dei Gogol Bordello, che partecipano anche al film accogliendo il protagonista all’arrivo in stazione sottoforma di banda di paese.

Quello che rappresenta il tema principale dell’opera è certamente il ricordo. Partendo da una semplice fotografia, il giovane riesce a ricostruire un intero mondo, fatto di vita quotidiana e inenarrabili peripezie di un popolo, ma anche di minoranze o semplici oppositori che per sopravvivere all’orrore hanno sacrificato tutto. L’insistere sui ricordi e sugli avvenimenti passati rappresenta realmente un dovere civile e morale, soprattutto nell’epoca delle fake news e della disattenzione ai limiti del patologico da parte di persone che corrono insieme ad una società che è soggetta alla dimenticanza e alla scarsa empatia. La diversità del girato, rispetto ai canoni cinematografici convenzionali fanno di quest’opera prima, (ancora rimasta tale) una piccola gemma, da interpellare se si vuole iniziare ad approfondire un tema così complesso come quello dei rastrellamenti nazisti, mirati ad annientare un popolo, e così conoscere anche i lati più bui del “Secolo breve”.

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