Una canzone d’amore per Bobby Long: un viaggio interiore tra la sonnecchiosa Louisiana

Questo articolo racconta il film Una canzone d’amore per Bobby Long di Shainee Gabel in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

A volte esistono opere che superano la tanto agognata linea di demarcazione tra il tangibile e l’intangibile. La cosa che di più affascina però è che questa piccola gemma cinematografica che è Una canzone d’amore per Bobby Long, non promossa a pieni voti dalla critica dell’epoca, rappresenta una nicchia di spettatori che rende ancora di più questa storia epica (non nel senso canonico del termine) e romantica.

Tratto dal romanzo Off Magazine Street di Ronald Everett Capps, la regista Shainee Gabel tesse una storia di una tenerezza rara per il cinema moderno. Un vero inno agli indesiderati, ma anche ad un certo tipo di letteratura e musica che sembra oramai rilegata ai pochi postremi rimasti in una società sempre più rapida e figlia diretta dell’apparire. Le tre esistenze, prese in causa solo apparentemente prive di risorse, riusciranno incredibilmente a creare qualcosa di buono e raggiungere diversi scopi alquanto nobili come ad esempio l’acquisire una buona istruzione, o lo smettere con le cattive abitudini per migliorare le proprie esistenze.

L’analisi profonda che la Gabel intraprende sui tre protagonisti è molto approfondita e particolare, volgendo ai lati caratteriali più umanistici, rasentando la documentaristica. D’altronde la regista al suo esordio mise in cantiere proprio un documentario, che sfiorò anche la statuetta ad Hollywood, e fa certamente suoi gli scritti di Capps, donando alla pellicola la stessa forza prorompente del romanzo. Questo anche grazie a tre attori in stato di grazia che vengono abilmente supportati anche dai ruoli secondari. John Travolta, nei panni del professore di letteratura che ha abbandonato la professione e purtroppo anche una esistenza di affetti, ritrova tutta la sua abilità recitativa dopo qualche parentesi di troppo nei soliti “action movie”, ed una Scarlett Johansson ancora giovanissima ma lanciatissima nell’Olimpo cinematografico, prima di tutti quei dannati film commerciali che non danno giustizia all’enorme talento dell’attrice newyorkese.

La Louisiana ed in particolare New Orleans, che rappresenta tutt’ora un sogno di redenzione e di fuga romantica per molti dimenticati o che vogliono diventarlo, è la location perfetta per questo intreccio di vite, tra musica country, blues & jazz e citazioni amabilmente colte. La sorpresa, nella discesa liquorosa verso gli inferi dei due uomini, Travolta ed il suo fedele biografo, nonché studente prediletto Lawson Pines (interpretato in modo magnifico da Gabriel Macht), trova redenzione grazie al più classico dei cliché: Il salvataggio della giovane ed angustiata ragazza. Nonostante questo funziona alla grande, perché alla fine non siamo tutti legati da storie simili nel passaggio su questa terra?

Il viaggio interiore è lungo e tormentato, attraverso i racconti dei vicini che rappresentano quasi una famiglia per i tre, e soprattutto le centinaia di libri che Lorraine (madre defunta della giovane Purslane Will/Johansson) ha lasciato nella vecchia casa di legno che i protagonisti condividono. Il tutto sarà determinante non soltanto per la figlia in grosso debito d’affetto, ma per i due eruditi oramai rassegnati ad una esistenza ai margini, ma con ancora moltissimo da dare. L’originalità dei caratteri che attraversano e vivono le strade della Città è essa stessa la Città, con i colori a volte pastello a volte un po’ sfocati di una umanità ai limiti del perduto, ma anche tanto vogliosa di rivalsa e figlia di qualcosa di puro, antico.

Tutte le citazioni di Frost e Whitman, per citarne solo alcuni, sono frutto non soltanto del passato da letterato del professore, ma vengono facilmente applicate alle più disparate vicende delle vite di questi auto-diseredati, donandogli quell’aria piacevolmente decadente di chi in fondo vive così perché non accetta nessun compromesso con la società che gli risulta così terribilmente opprimente. L’inevitabile ed accomodante sensibilità dell’opera, che per alcuni rappresenta una grossa lacuna, in realtà è un esperimento sociale a cuore aperto di chi non si rassegna ad un mondo che viaggia in direzione univoca. Quasi si respira la pioggia cittadina sull’uscio della veranda, tra una sigaretta ed una disquisizione socio-filosofica con Bobby, affrontando i propri fallimenti ed aspirazioni ancora in piedi.

L’affrontare a spalle larghe i propri difetti e tutto ciò che non possiamo lasciare indietro, citando un Bono Vox d’annata, rende la pellicola molto introspettiva e godibile fino ai commoventi titoli di coda. Tutto ciò che discorre questa sorta di “trattato delle emozioni umane” è qualcosa che si respira a pieni polmoni, si accarezza ma non si vede mai, anche se esprime una presenza piena e quasi assordante. Quella voglia incredibilmente viscerale ed affamata di umanità, quella dei bordi delle strade, quella che spesso ignoriamo, ci regala irrimediabilmente l’amore per l’esistenza. L’amore di Bobby Long per “tutto ciò che esiste”, parola di Lawson, ci dona l’ennesima lezione sul valore umano e sulle emozioni sopite.

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