Quando De André riscrisse i Vangeli: La Buona Novella e Tre Madri

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Una sigaretta ormai spenta nella mano destra, sospesa sulla pancia della chitarra. Le dita sfiorano leggermente le corde in attesa di un suono deciso che dia inizio al concerto. Poco più in là, un bicchiere di whisky vuoto, bevuto alla goccia per fugare la timidezza prima di salire sul palco. Dopo alcune brevi parole, pronunciate lente ed a suono profondo, la voce si allinea alle stoccate di chitarra: inizia la musica. In sequenza le prime invettive contro il potere e la borghesia, i canti sugli emarginati ed i reietti, quelle Anime Salve dimenticate dal mondo.

Questa forse è l’immagine che subito viene in mente se si pensa a Fabrizio De Andrè.

Ma Faber è anche altro. È una voce che scivola timida nell’abisso spirituale degli uomini. Ma proprio questo aspetto morale viene spesso dimenticato.

Forse per rimanere i soliti “duri e cazzuti” libertari, per non rischiare di ammorbidire l’immagine del cantautore anti-sistema. Forse perché parlare di Dio ( che sia quello cristiano, ebraico o islamico) ci rende tutti un po’ più melliflui e ci sentiamo flosci e bigotti con la pappagorgia stretta nel collarino sacerdotale.
Ma sta di fatto che De André con Dio parla, lo incalza ( forse era stanco forse troppo occupato / e non ascoltò il mio dolore, da Testamento di Tito) , ne mostra la debolezza, gli indica la Chiesa e quello che è diventata: la cloaca del mondo ( per citare Dante), aggrovigliata fra i suoi mille divieti, così lontani dagli uomini e così lontani dal cielo ( lo sanno a memoria il diritti divino / e scordano sempre il perdono, Testamento di Tito).

Su queste riflessioni nasce l’album La buona novella, pubblicato nel 1970. L’intenzione è quasi dantesca: mettere in musica il Nuovo Testamento basandosi sugli scritti di alcuni vangeli apocrifi, ripercorrendo l’infanzia di Maria sino al giorno della crocifissione dove a prendere parola è Tito, uno dei due ladroni inchiodati al legno.

E lo fa come solo gli riesce fare: raccontando storie di uomini e di donne, delle loro fragilità, senza marchi di beatitudine.

Insomma, una agiografia laica.

L’album ha un esodo ben preciso: il Laudate hominem, cantato coralmente come si usava nelle tragedie greche, da cui traspare una viscerale ricerca di umanità, tanto impellente da spingersi a cercarla anche nella dimensione divina (non voglio pensarti figlio di Dio / ma figlio dell’uomo, fratello anche mio). Cristo è prima di tutto uomo e come tale viene raccontato, per i suoi gesti di solidarietà e comunanza.  Se fosse veramente Messia questo non ci è dato sapere e nemmeno, francamente, interessa.
Del resto anche Nietzsche considerava il Nazareno come un “Heiliger Anarchist” ( ne L’Anticristo).

Un brano in particolare merita attenzione: Tre madri.

Siamo ai piedi delle tre croci sulla collina del Golgota, dopo la Via della croce cantata dall’omonimo brano che precede quello in questione. Una di queste madri è Maria, la cui voce narrante dilaga per tutto il disco come un rosario ripetuto a singhiozzo.

Ma se si pensa all’immagine della Vergine subito vengono alla mente i mille trittici del ‘300: sulle pale d’orate il disegno d’una Maria statica, dallo sguardo quasi severo. Gli occhi sono bottoni opachi cuciti sulle fosse del volto. Devota, accetta con serenità il volere di Dio. Non è donna, ma santa.

Poi arriva il Rinascimento, la prospettiva cambia. I colori colano dalle tavolozze come gocce d’acqua su un tegame d’olio bollente. L’innovazione è dirompente.

Nella Deposizione di Raffaello (nota come Deposizione Borghese) la Madonna è presa da svenimento, le si sciolgono le ginocchia, quel dolore non è naturale: una madre non dovrebbe mai sopravvivere al figlio.

Ed è proprio sulla scia di queste rappresentazioni che si dovrebbe ascoltare il brano Tre madri. Per la prima volta de André mette in scena il dolore delle madri di Tito e Dimaco, i due ladroni crocifissi insieme a Cristo.
Sono anch’essi uomini, macchiati d’un solo peccato: aver rubato per fame.

Le prime strofe ne danno subito il senso “Tito, non sei figlio di Dio / Ma c’è chi muore nel dirti addio / Dimaco ignori chi fu tuo padre / Ma più di te muore tua madre”, perché anche il più torbido dei carnefici ha degli affetti, ha un amore a cui volgere gli occhi prima di morire.

Non c’è  uomo che non sia degno di aiuto, di comprensione, di pietà.

È un immagine breve quella di queste due donne, chiuse nella loro sofferenza. Ma non è un pianto muto e le labbra pronunciano una frase che suona quasi come un rimprovero “con troppe lacrime piangi Maria / […] lascia noi piangere un po’ più forte chi non risorgerà più dalla morte”. Maria, dal canto suo, offre una risposta dal sapore di pentimento e di rimorso “Piango di lui ciò che mi è tolto / Le braccia magre, la fronte, il volto / Ogni sua vita che vive ancora / Che vedo spegnersi ora per ora”.

E poi ancora, sino a spingersi oltre, sino a rimarcare il proprio dolore quasi in diniego con la natura divina:
“Per me sei figlio, vita morente / Ti portò cieco questo mio ventre / Come nel grembo, e adesso in croce / Ti chiama amore questa mia voce / Non fossi stato figlio di Dio / T’avrei ancora per figlio mio.

Versi di un’umanità che è totalizzante.

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