Light of Love: il lamento esistenziale di Florence Welch

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È un colosso dell’indie rock: origine inglese e passione per il mondo greco e gli Arctic Monkeys. Spirito vivace e una soave voce dalla dolcezza infinita, protagonista di ondeggianti linee melodiche ricercate, inserite nelle poliedriche atmosfere che invadono gli arrangiamenti delle sue canzoni: l’una sempre diversa dall’altra ed alle prese con un sofferta felicità mai trovata: I find that happiness is an extremely uneventful subject (No Choir). Dietro un immancabile velo di riservatezza, si narrano le personalissime storie contorte di un animo turbato, che sente sempre in maniera troppo forte e manifesta una sensibilità sopraffina.

Florence Welch, marcata personalità di grande intelligenza e cultura, si mostra nei ritmi delicati di un nuovo brano, che calza perfettamente le vesti di High as Hope: un album quasi autobiografico, portatore dei pesanti nodi di un’esistenza difficile, che si sciolgono con naturalezza dentro il rifugio mistico della musica. Lamenta una costante solitudine che la divora e che, talvolta, ostacola il sopraggiungere di un qualsiasi ritornello o una qualsiasi melodia, nel mentre del sacrosanto atto artistico. Si parla delle tenebre oscure di un animo tormentato, che utilizza le canzoni come mezzi di riscatto e difesa dalle angustie che la mente può a volte presentare: I couldn’t hide from the thunder in the sky full of song.

Quello di Light of love è un incipit che invita alla resistenza, alla prontezza ed all’integrità, con la profonda ed evidente consapevolezza di una vita che può tradire da un momento all’altro, anche nella nota più sottile della sua apparenza, e trascinare dentro un vuoto cosmico in cui, per lungo tempo, si continua a galleggiare: sempre in un nauseante stato di sopravvivenza, portato dietro come un macigno che pesa anche nella più comune delle situazioni.

At some point in the party I thought my heart was failing
You said, “Hey, you’re ok, you seem to be still standing”
Flashes appeared at the corner of my eyes
I saw the stars and I didn’t ask why

Heard the voices and caught my breath
So close and yet so far from death
So close and yet so far from death
So close and yet so far from death

Si parla di un opaco e profondo stato di alienazione, che sopraggiunge da un momento all’altro ed abita per tempi indeterminati una fragile sensibilità: forte guerriera dalla rigida corazza, che mostra i segni della lacerazione dei colpi ricevuti nella semplice e sottovalutata sede della quotidianità. Florence non parla mai dell’esterno, ma è sempre coerente nel descrivere una sofferta realtà, carica di amare sfumature non troppo evidenti all’occhio comune, davanti al quale, lei stessa non esita a scusarsi, per il suo essere, spesso, un po’ inopportuna. Riporta con sincerità quelli che vengono riconosciuti come misfatti personali e ferite inflitte ai propri cari: più volte, con profondo senso di colpa, chiede il perdono della sorella minore, a cui si è mostrata in difficoltà sotto l’effetto di droghe ed a cui rivela di aver rovinato la spensieratezza di un compleanno.

Florence dà quasi l’idea della comunissima immagine di un’equilibrista in piedi su un filo sospeso nel vuoto, con la particolarità di avere il superpotere del volo ed il volto bendato. Il tema della caduta e il senso di vuoto accompagnano l’impressione costante vivere dentro un’illusione. I thought I was flying but maybe I’m dying tonight (Sky full of song) è una frase lamentata a cavallo tra la voce piena ed il falsetto, segni evidenti di chi si lascia sempre andare ad una risalita, senza esitare, tuttavia, ad abbandonarsi, per un attimo, a se stessi:

Well the feeling was always too much for me, it always came too strong
I wanted to get it right so badly that I always got it wrong
In some ways that was simpler, being too fucked up to see
I didn’t have to wake up to the world that was around me

Il quasi violento senso di disorientamento e lo stato confusionale, costanti di altri brani come Ship to wreck o What kind of Man, denunciano la lotta e la difficoltà di una sensibilità impegnata a risolvere profondi dilemmi esistenziali, che descrive sempre, tuttavia, con toni di fiducia e speranza:

Don’t go blindly into the dark
In every one of us shines the light of love

È la fame di un riscatto, la voglia di rivincita ed anche un invito a guardarsi dentro e trovare la propria luce. «Take your broken art and turn it into art», diceva qualcuno. La poetica e la musica di Florence and the Machine si potrebbero definire come catartici tentativi di affrontare una guerra contro se stessi, da cui si esce reduci vittoriosi, sempre. Si tratta di un’immersione nel proprio dolore, che viene isolato e fronteggiato: guardato, osservato minuziosamente e combattuto fino alla sua neutralizzazione.

Se infatti, da un lato, Florence riporta il senso di vuoto e la perdita di sé come componenti immancabili delle sue canzoni, dall’altro, come si evince anche dal titolo stesso dell’ultimo album, High as Hope, si presenta la celebrazione del proprio ego, come «quiete dopo la tempesta» ed il trionfo di un nostos da un introspettivo e travagliato viaggio alla ricerca di sé: quello che, con le parole di Costantino Kavafis, conduce ad Itaca:

Itaca ti ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
giù tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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