Exile, Taylor Swift e Bon Iver: fotografie di echi in bianco e nero

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Questo articolo rappresenta una analisi poetica dei significati e delle sensazioni contenute in Exile, il singolo di Taylor Swift e Bon Iver, estendendo la musica oltre i temi trattati allo scopo di fornire una spiegazione dei contenuti che hanno dato vita all’opera.

La storia comincia: il pianoforte apre dolcemente il sipario e batte il tempo deciso e senza indugio. Lo sfondo di un’immagine minimalista: una radura in penombra, disegnata a matita, con schizzi fitti, incerti ed indefiniti. Si apre all’alone di una luce fioca e debole, che, timidamente, invade la selva opaca. Il gusto per l’antico ed una foto in bianco e nero, come un’emozione attraversata e vissuta fino in fondo, assaporata e sofferta fino all’ultimo sospiro: quello che pone il limite tra la vita e la morte di un sentimento. Quello che cela l’ultimo brivido e grida un addio amaro di sconfitta. Una sagoma silente si svuota del proprio bagliore e volta pagina.

Si accenna un percorso indefinito e quasi impercettibile alla prospettiva: il terreno brecciato, scorrendo in verticale, racconta il tortuoso cammino di un processo di allontanamento: nato, vissuto ed ora sfiorito dietro l’indelebile tracciato di un’emozione superata. Un’opera d’arte sentita e fatta propria, rivisitata in ogni nuova chiave, gustata in ogni sua sfumatura, che assume finalmente le sembianze della classicità, come quando si ascolta una canzone per troppe volte e, all’improvviso, non fa più lo stesso effetto.
Matura e reduce dalla vittoria, o sconfitta che sia, la scultura si abbandona alla più elegante delle sue pose, uscita dal fremito e dall’entusiasmo del sublime, che ora può soltanto raccontare. Un girasole giunto al culmine della stagione non può far altro che lasciarsi invadere dagli ultimi raggi di luce prima di appassire e godere della fase finale del proprio splendore. La forma si (s)scarica del contenuto, per posare leggiadra nella nudità di un corpo che non esita a mostrare le proprie cicatrici.

Silenzio. Si ode il suono di voce maliconica: un timbro caldo e definito racconta una triste storia. Con tono quasi rassicurante, conduce ad un torrente, lasciando scorrere, in esso, il flusso denso delle emozioni: tutto quello che prima era stato nascosto ed i pensieri dimenticati ritornano in auge più forti di prima, si calpestano a vicenda e sono all’origine di un dolore che si perde nell’eco di un lamento soffiato in falsetto, come quasi a richiamare solidarietà e compassione, quasi a chiedere l’ultimo, ennesimo confronto, nell’impotenza di un agire che, se anche fosse, non troverebbe più riscontro e dove si fa spazio la sincerità di un pentito tono di rassegnazione.

I think I’ve seen this film before
You’re not my homeland anymore
So what am I defendin’ now?
You were my town
Now I’m in exile seein’ you out
I think I’ve seen this film before

La porta si chiude e sopraggiunge il sapore acre dell’esilio. Un apolide e l’immagine di un castello che crolla, emblema di un passato in dissolvenza.

La storia resta sospesa sul tempo del pianoforte, mentre la narrazione cede il passo ad un’altra voce. Un sussurro maturo lascia spazio ad una nuova prospettiva: il lamento di un trascorso finito nel vuoto e mai ascoltato. Implicito quanto diretto è il messaggio di un saluto, che muore tra le orme del silenzio, sede di superamento di un dolore giovane ormai essiccato, freddo come il ghiaccio di un’emozione solidificata dopo il suo metabolizzarsi.

La confusione e la vista in bianco e nero di chi fissa, in solitudine, una foto di Polaroid al culmine di un percorso, raggiunto in un tempo precoce rispetto al previsto. Tutto trema nella mancata coincidenza delle prospettive, non favorite dal tempo, e colte di sorpresa al repentino cambio di accordi del minuto 2.12. Il senso del superamento e della separazione si affiancano speranzosi negli echi di una climax anelante alla fusione. Il contrasto dei toni opposti si arricchisce del susseguirsi delle note del pianoforte cadenzate sul tempo, che, come una pioggia incessante, completa lo scenario. Le voci, lontane anni luce, si sovrappongono per un istante sulla stessa linea d’onda e combattono i loro contrasti. La condivisione di una melodica sequenza di note che dura soltanto pochi istanti e si dissolve progressivamente al bivio, in fuga verso una nuova natura. Un gioco di ottave, complici nell’eco (dis)armonico del saluto, è scandito da una quasi impercettibile percussione elettronica, che si fa spazio come a voler preannunciare l’esplosione di pallottole mai lanciate e prossime allo spettacolo pirotecnico più bello di sempre. Il cielo si colora in un sottofondo di cori che accompagna il lancio delle lanterne di animi che condividono, per l’ultima volta, il sapore meschino della notte.

All’improvviso, una supernova irrompe in questo panorama di scintille e lo illumina di un nuovo bagliore: è l’inizio di una danza di forme in metamorfosi destinate a brillare sotto nuovi chiarori.

Il riconoscimento del passato e il sopraggiungere del futuro.

L’esilio e una una storia di echi raccontata in bianco e nero.

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