Goodbye Kiss: l’allontanamento dall’amore secondo i Kasabian

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I Kasabian nascono a fine anni 90 a Leicester, da Sergio Pizzorno, tuttofare della band, di origni italiche, (precisamente di Genova), Tom Meighan alla voce, Chris Edwards al basso e Ian Mattews alla batteria (dal 2005). Promettono bene già dagli esordi per via della loro poliedricità musicale nonché per i testi attuali e a tratti profondi e melodici. Nel 2004 il loro primo disco, omonimo, che è subito un successo, si ricordano singoli come Club Foot, Reason is Treason, e la stupenda L.S.F (Lost souls forever).

Iniziano ovviamente i live che sono uno spettacolo di luci e suoni, dove i pezzi sono riarrangiati in maniera onorevole dalla band capitanata da Pizzorno, che in produzione è una vera e propria molla dalla mente aperta e sperimentatrice che fa evolvere considerevolmente i pezzi, facendoli diventare un vero piacere all’ascolto, grazie alla voce di Tom che si fonde letteralmente col testo, dando quel pathos in più.

Un rock nuovo, per niente vecchio, e distante dal britpop che imperversava e condizionava tante band inglesi di quegli anni. Ma finito il britpop, qualcosa doveva pur nascere ed eccoli là a cavalcare l’onda musicale inglese, inserendo un po’ di elettronica e di psichedelia negli arrangiamenti, rendendo i dischi qualcosa di unico. Poi nel 2011 arriva Velociraptor!, una produzione al di sopra degli altri lavori a tratti indie, a tratti rock psichedelica con atmosfere fantascientifiche donando una visione quasi onirica e facendo aprire la mente dell’ascoltatore ad un’altra dimensione parallela.

Le chitarre ritmiche di Sergio a tratti ricordano un qualcosa di pinkfloydiano, a tratti hard rock, a tratti pacate e melodiche, come canzoni da spiaggia da cantare con gli amici, per dirla in maniera semplice.

Ovviamente fu un successo, con singoli come Man of simple pleasures, Re-wired, un pezzo che da la carica grazie ai riff di chitarra e basso, Days are forgotten, che ricorda lontanamente con i vocalizzi nell’intro i Led Zeppelin in Immigrant song, e poi infine la magnifica Goodbye Kiss.

Goodbye kiss, si presenta con delle tonalità britpop confronto al resto del disco, dalla melodica orecchiabile e malinconica, quanto consigliabile per i chitarristi esordienti, data la semplicità della sequenza degli accordi. Una batteria non violenta, quasi sommessa, il basso accompagna le chitarre senza distorsioni particolari che ritmano il tutto, a cui si sommano tastiere toccate sui tasti delle note alte che aggiungono un tocco in più con gli archi da metà pezzo, lo rendono dolce e melodioso, sposandosi con i versi a tratti commoventi.

Come afferma Pizzorno in un’intervista, “parla di una storia d’amore autodistruttiva, di quelle che per un po’ vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine”, aggiungendo una lode alla voce di Tom, eccezionale, in quanto sembra cucita a posta per lui, su misura per la sua tonalità e per l’enfasi mai cattiva, e quasi arresa che ci mette nell’esecuzione.

Arreso lo è anche il protagonista della canzone, che racconta del bacio d’addio con cui si incontrò con la partner, che l’ha persuaso nel dare inizio alla loro storia, ormai rotta e distrutta in partenza, niente più sorrisi, fotografie, cercando di lasciarla andare, separando le loro mani, rimanendo distrutti e incazzati.

Quelle storie che nascono senza un perché, e ci rimani male e basta, come quando si inizia un qualcosa a distanza che corrode dentro e non lascia nulla di buono, solo danni emotivi, e rabbia, placata da qualche foto e qualche sorriso. E anche se ci fosse qualcosa di buono, separarsi rimane l’unica cosa da fare, lasciando rimpianti e tristezza.

Ma il finale lascia un po’ di speranza, com’è giusto che sia, quella che hanno tutti, o in tanti, quando interrompono un qualcosa forzatamente, quella speranza del ri-incontrarsi e rivivere quanto di buono c’era stato in passato, quei momenti di gioia che intermezzavano le litigate, e le varie sofferenze che può comportare un amore. Alla fine in effetti il rock rende pazzi, ma si spera un giorno di incontrarla di nuovo, da qualche parte chissà dove, e magari per caso tra la folla, anche un solo secondo, forse una delle dediche più belle inserite in una canzone. D’altronde che Serge sia un genio sotto tutti i punti di vista, lo si sa.

Ovviamente la canzone da suonare in spiaggia con gli amici, e un fuoco oltre che qualche birretta, è questa qua.

In seguito ci sono stati altri dischi e altri successi, come 48:13, titolo dell’album che prende nome dalla durata del disco (decisa prima della scrittura), emblema della sperimentazione elettro rock dei Kasabian, capolavoro ineguagliabile e For Crying Out Loud del 2017, dove ritornano al loro stile alternative, l’ultimo con Tom, dall’animo tormentato e mai troppo sereno, allontanato dalla band improvvisamente a inizio luglio 2020 per motivi indiscutibili che è meglio non descrivere al fine di non prendere posizioni e anche perché non si fa cronaca. Ma si spera in una sua redenzione e recupero completo, e magari un ritorno nei Kasabian, in effetti come dice l’ultima frase di Goodbye kiss, e come sperano un po’ tutti i fan.

“Rock and roll sent us insane
I hope someday that we could meet again”

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