Appennino d’autore: l’arte di Charles Moulin e Angelo Bellobono

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Circa 110 anni fa, il pittore francese Charles Moulin si ritira in un luogo appartato, in Molise, sulle Mainarde, decidendo di trascorrere parte degli anni che gli restavano da vivere in una capanna.

La casina di pietra, nascosta poco prima della vetta del Monte Marrone, come ad indicare, ironia della sorte o segno del destino, lo stretto legame che il pittore avrà con quel colore, con la terra, ha ospitato una residenza d’artista, che si è conclusa con una mostra in quota il 28 giugno 2020.

Ma andiamo per ordine.

Charles Moulin, originario di Lille e amico di Matisse, arriva in Molise, a Castelnuovo sul Volturno, per la prima volta nel 1911, ritrovandosi a circa 40 anni a vivere una vita semplice, in semi eremitaggio, isolato dal mondo artistico, a contatto con gli elementi, le intemperie e gli abitanti di un piccolo paese dell’Italia della prima metà del Novecento, che lo vedono con diffidenza.

Moulin aveva avuto la fortuna di nascere in Francia e di passare un periodo a Parigi, nella seconda metà dell’Ottocento, momento in cui la capitale francese era anche quella degli ambienti d’avanguardia artistica: siamo nel momento, ad esempio, dei Nabis e dei Fauves, correnti pittoriche che traghetteranno il post impressionismo verso l’avanguardia vera e propria. Moulin, dal canto suo, non riuscendo forse mai a sganciarsi del tutto da un certo accademismo e da una pittura di maniera, rimane ancorato ad un linguaggio che potrebbe ricordare il simbolismo, ma segnato dall’assenza di forti inquietudini (che è possibile riscontrare in artisti come Gustave Moreau) e da una profonda ed intima comunione con la natura, ricercando le nascoste correspondance di baudeleriana memoria in quel tempio a cielo aperto.

Il pittore nasce a Lille nel 1869, per morire a Castelnuovo nel 1960. Studia Arte, vincendo il Prix de Rome all’Accademia di Francia, dove era considerato una grande promessa, superando anche il suo amico Matisse che arriva secondo. Dopo aver passato tre anni nella capitale si stabilisce ai piedi delle Mainarde, dove, colpito dalla luce italiana, abbandona del tutto la pittura ad olio, passando ai pastelli e allo studio en plein air e trovando reale dimensione espressiva nella resa del paesaggio italiano e del suo genius loci, nel rifugio di terra ed erba che si era costruito a circa 1.800 metri di altitudine, svincolandosi da qualsiasi logica del mercato artistico. Grande conoscitore della natura, delle erbe selvatiche e medicinali, passa per circa 40 anni il periodo estivo nella capanna, per ritirarsi in paese durante l’inverno. Probabilmente, il suo isolarsi dal mondo è stato dettato da una serie di delusioni, personali e artistiche: memore degli orrori della Grande Guerra, alla quale aveva partecipato come ufficiale, vive un rapporto amoroso travagliato, non ritrovandosi, per di più, nel mercato artistico parigino, ormai votato alle Avanguardie.

Charles Moulin. Scena bucolica, anni Trenta (archivio Natalino Paone)

In assenza di documenti, non è del tutto chiaro come l’artista sia arrivato a Castelnuovo: sembrerebbe comunque che Moulin, come chiamato dal destino, abbia incontrato fortuitamente a Parigi due zampognari molisani, proprio di Castelnuovo a Volturno, emigrati in cerca di fortuna. Il pittore decide così di andare a vedere quel luogo, dove si viveva in maniera semplice e a contatto con la natura, lontano da ogni forma di modernità. Conosciuto in paese con i soprannomi di “pittore eremita”, “Orso delle Mainarde”, diviene, forse involontariamente, testimone dei ritmi di vita di un sud incantato, della dura vita dei contadini che gli regalavano cibo in cambio di ritratti. L’esistenza riflessiva e spirituale che conduce e cerca lo porta ad indagare a fondo il tema della luce, trasponendola anche nei suoi quadri, che l’uso del pastello gli permette di ben modulare, raffigurando anche quel quid di immateriale presente nel mondo fenomenico. Gli echi rousseauniani nella sua arte – e nella sua vita – sono forti: attirato dall’idea filosofica allora in voga del bon sauvage, di un’esistenza primigenia scevra dalle brutture del mondo moderno e sviluppato, decide di applicarla alla vita reale, vedendo la civiltà e tutti i compromessi che essa implica come origine dei mali dell’uomo. Tuttavia, al di là della suggestione, non si sanno i veri motivi del viaggio di Moulin alla volta delle Mainarde: soggiorna sicuramente a più riprese nel Lazio, ad Anticoli Corrado, e forse attirato dalla luce italiana e da uno stile di vita agreste e semplice trasforma il breve soggiorno in una scelta di vita vera e propria, “più vicino a Dio che agli uomini”.

La sua figura, nel piccolo borgo di Castelnuovo sul Volturno, è ancora ammantata da un alone leggendario: l’esperienza di comunione con la natura lo potrebbe far assimilare al vissuto di Gauguin, ma in Moulin la ricerca è tutta formale, incentrata sull’uso del colore e sulla modulazione della luce, senza particolari e manifesti risvolti spirituali. Il suo modo di dipingere, durante il periodo passato a contatto con la natura delle Mainarde, con i suoi riflessi, con la sua luce e con le sue trasparenze, è teso a rendere immagini naturali trasfigurate dall’occhio interiore, sublimate in chiave neoplatonica come idea, ma più ancorate al dato reale di quanto avrebbero potuto essere, per esempio, delle tele impressioniste: nella pittura di Moulin le immagini esteriori finiscono per penetrare nell’intimo, nella parte vitale ed eterna dell’Io, che non riesce a fare a meno di imprimerle sulla tela ma senza velleità di simbolizzazione in chiave metafisica.

Charles Moulin, Primo sole sulle rovine, 1945

Rimanendo isolato dal dibattito artistico della sua epoca, non segue alcuna corrente pittorica in particolare; sottrarsi dal mondo dell’arte in parte ha sicuramente penalizzato l’artista, per mancanza di stimoli e confronti, ma è proprio la sua storia localizzata e geograficamente delimitata ad essere cifra del suo agire pittorico. La luce mediterranea di montagna era, per Moulin, da rendere sulla tela sublimata, tradotta in assoluta e pura bellezza, grazie alle armonie di tinte e alle sfumature di colori, luci e ombre rese con i pastelli, strumenti che finisce per preferire rispetto ai colori ad olio poiché più immediati nel bloccare particolari e nel conservare lucentezza, non essendo sottoposto ad un evidente processo di deterioramento ed invecchiamento. Nelle sue immagini del creato sembra quasi di percepire la forza divina e il senso di arte e bellezza sprigionato dalla natura, dell’energia che colma i risvolti e i silenzi della montagna.

La capanna Moulin, quel luogo selvaggio e incontaminato, è stato nuovamente vissuto ed eletto, per una settimana, a studio da un’artista contemporaneo, Angelo Bellobono. Classe 1964, pittore e allenatore di sci, ha sempre vissuto a stretto contatto con l’ambiente montano, solcando le alture di mezzo mondo: “Dipingo per tornare a casa. La pittura è la mia mappa di sudore, vento, freddo, sole, salite e discese, è la costruzione del sentiero”, potrebbe essere questo il riassunto dell’opera di Bellobono. Negli anni, l’essere artista e sportivo professionista non potevano che fondersi: elemento fondamentale del suo modo di dipingere è la “corporeità”, il percepire un senso di appartenenza fisica ai luoghi, per lui condizione necessaria per leggere le sedimentazioni stratificate nel paesaggio e le sue memorie.

I soggetti da lui preferiti sono proprio quelli montani: dipinge atmosfere e storie sospese, che indagano il rapporto tra geologia, antropologia, identità culturale, confine e territorio. Il paesaggio reale è, così, continuamente messo in discussione e rivisitato mentalmente dall’artista: essendo già il paesaggio unione di natura e cultura che lo ha modellato, Bellobono aggiunge immaginazione e creatività, trasfigurazione. Il pittore, nell’ambito del progetto Linea Appennino 1201, ha passato i giorni dal 22 al 28 giugno in isolamento nella Capanna, per esporre, il 28 giugno, in quel museo d’alta quota i frutti del temporaneo eremitaggio, in dialogo con la pittura del suo predecessore, unendo metaforicamente arte e territorio in una tappa che ha avuto come tema, in linea con gli ultimi avvenimenti, l’isolamento. Idea fondante che sta alla base del modo di fare arte di Angelo, in effetti, è quella di calare il corpo, la fisicità nella natura, attraversare il paesaggio, divenirne parte e restituirlo attraverso una sintesi esperienziale. Suo scopo è, dunque, narrare tramite le opere non il paesaggio in sé, ma tutti gli elementi che esso ha raccolto, tutto quello che vi è accaduto, raccontandolo come una sorta di happening.

Angelo Bellobono

Le opere prodotte in quei giorni sembrano miscugli di elementi sintetizzati dalla natura stessa e dall’artista che vi si è immerso, divenendo egli stesso vento o filo d’erba. Gli elementi naturali, dunque, hanno contribuito a cocreare l’opera, anche attraverso geologie in movimento rese tramite spazi di paesaggio trasmigrati da una tela all’altra, in una specie di tettonica delle placche mentale ed ideale. Tra tutte, un’opera realizzata nella settimana ha raccolto su di sé questi elementi: quella esposta per terra, con cornice di legno e sassi a delimitare il suo spazio e la sua atmosfera, protesa verso l’orizzonte a divenirne parte integrante, sulla quale il pittore ha lavorato direttamente a terra, prolungamento o rampa di lancio, è stata all’aperto per tutta la settimana, raccogliendo sole, vento, rugiada che hanno contribuito a conferirle forma.

L’Appennino, per Bellobono, è una “catena mediterranea montana, fortemente simbolica, carica di strati di umanità, che pone in dialogo est e ovest e si estende da nord a sud”. In realtà, Linea Appennino 1201 nasce nel 2018, anno in cui l’artista ha attraversato a piedi tutta la catena appenninica, dalla Calabria alla Liguria, in una traversata simbolica che l’ha visto toccare le vette maggiori della catena, dove ha raccolto terra usata in seguito come pigmento per la realizzazione di una grande tela intitolata Monte Appennino, luogo in realtà inesistente ma che condensa in sé il punto luminale dell’esperienza dell’artista, l’estrema sintesi di tutti i luoghi solcati. In questo progetto la pittura è la dominante fondamentale, e il suo arduo compito è “sintetizzare le varie situazioni per come si presentano e renderle pittura vera e propria, non un mero atto di rappresentazione: dipingere deve essere un qualcosa che proietta altrove, il quadro un pretesto per attivare qualcosa. Se un quadro si chiude in se stesso non ha risolto la sua questione di quadro”.

L’idea, dunque, del paesaggio strappato come mancanza e perdita proviene da tante ragioni, umane e naturali:

“Ho voluto capire dal punto di vista pittorico e umana cosa comportasse fare una scelta di questo tipo. Ho un forte rispetto per Moulin e per le sue scelte. Questo luogo, dove ho vissuto per una settimana in solitudine, mi ha dato modo di riuscire sempre più a dipingere il vissuto di un oggetto e a farmi essere parte integrante della natura, rendendo una sintesi di vissuto e di interazioni profonde con l’ambiente circostante”.

Cover Image: Charles Moulin, Scorcio delle Mainarde molisane

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