Bufalo Bill: Francesco De Gregori e la tragicità della coscienza collettiva

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Si può essere innocenti e malvagi? Essere figli di un inconscio collettivo che spinge all’alienazione di ogni senso critico, fino alla “banalità del male”? Francesco De Gregori attraverso la controversa figura di William Frederick Cody detto “Buffalo Bill” lo racconta.

Già in questo primo brillante passaggio poetico, ci addentra nella condizione di un ipotetico giovane dell’America nella prima metà dell’800:

Il paese era molto giovane i soldati a cavallo era la sua difesa,
il verde brillante della prateria, dimostrava in maniera lampante, l’esistenza di Dio.
Del Dio che progetta la frontiera e costruisce la ferrovia.
A quel tempo io ero un ragazzo, che giocava a ramino e fischiava alle donne.
Credulone e romantico, con due baffi da uomo,
se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte,
tra la vita e la morte, avrei scelto l’America.

Mio padre guardiano di mucche,
mia madre una contadina,
io unico figlio biondo quasi come Gesù.

Non esiste un vivere secondo Natura perché ci sarà sempre un’idea collettiva che tiene gli uomini, li guida e li suggestiona, in cui la visione della Natura stessa è parte. La semplicità, finanche l’innocenza, la mancanza di strumenti di coscienza, unita all’adesione acritica ai valori collettivi del momento storico, possono far perdere ad ogni gesto un senso proprio e renderlo solo figlio del proprio tempo. Perché c’è una propensione a forme di comportamento gregarie, che sono la parte più antica e più primitiva del nostro cervello, e meno umana, come diceva la Montalcini.

Una “semplicità” che può rivelarsi addirittura antitesi dell’autenticità a noi stessi, come direbbe Jung.

Ora ti voglio dire, c’è chi uccide per rubare,
e c’è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore.

Ma solo alla fine di ogni generazione, si realizza il senso di quanto fatto, si comprende il circo dei valori in cui si era ingenuamente creduto. Il vero Buffalo Bill, famoso carnefice di bufali, che partecipò alla guerra contro gli indiani, vantandosi di aver vendicato il generale Custer con lo scalpo di un guerriero cherokee, finì come show man in giro per il mondo in un circo.

Il circo, metafora dei valori a cui aveva creduto.

Avevo pochi anni e poi vent’anni sembran pochi,
poi ti volti a guardarli e non li trovi più.
E mi ricordo infatti un pomeriggio triste,
io col mio amico “Culo di gomma” famoso meccanico.
Sul ciglio di una strada a contemplare l’America,
diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo,
mi presentarono i miei cinquant’anni
e un contratto col Circo “Pace e bene”,
a girare l’Europa.
E firmai col mio nome e firmai e il mio nome era
Bufalo Bill

Questa canzone ne mostra la tragicità.

Mi sovviene la testimonianza vista in un documentario sull’Olocausto, di un vecchio che da bambino faceva parte della Gioventù hitleriana, la Hitler-Jugend. Una sera aveva scoperto che il padre aveva salvato alcuni ebrei in fuga, permettendo loro di superare il confine verso la Svizzera. Raccontava in lacrime pentito, quella notte si era vergognato del proprio padre.

L’innocenza di un bambino era stata diretta dalla politica, dal pensiero collettivo.

Oggi potremmo chiederci quante volte l’innocenza, la semplicità di tanti è eterodiretta per fomentare odio e guadagnare consenso. Ed il circo delle banalità continua ancora.

Una nota finale: ironia della sorte come il padre di quel testimone dell’Olocausto, il padre reale di William Frederick Cody detto “Buffalo Bill”, morì ucciso quando lui era bambino, per le conseguenze di un colpo di pugnale dopo aver tenuto un discorso contro lo schiavismo. A causa delle sue idee anti-schiaviste e libertarie, controcorrente. Ma che forse William Frederick Cody detto “Buffalo Bill” non ebbe modo di conoscere.

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