Il significato della resilienza: cos’è e perché migliora la vita

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Un passo avanti ed uno indietro. Due passi avanti e uno indietro. Tre passi avanti. Due indietro. Così fino al traguardo, così fino al punto di arrivo. Un arrivo che è anche una partenza, un cammino da iniziare. Un percorso tanto ambiziosamente progettato, faticosamente costruito e minuziosamente curato, fino all’ultimo dettaglio, che poi si interseca con altri, con i quali si impegna in un processo di avvicinamento e fusione. Due strade all’incrocio e l’incertezza di una direzione da seguire, soprattutto quando ci si trova in un posto nuovo. L’ansia dell’indugio e l’attesa di trovare un riscontro. L’esito di una decisione già presa accompagnato dalla costante speranza di aver fatto la scelta giusta, di non aver sbagliato e, magari, anche non aver deluso. L’approccio di (s)conosciuti , il timore di fare il passo falso e le carte da giocare correttamente, perché anche soltanto una mossa potrebbe alterare le regole del gioco. La cruciale importanza della prima impressione come fotografia da regalare all’altro: un manifesto della propria essenza. La centralità del volto nella filosofia di Lévinas come veicolo di comunicazione tra uomini nonché emblema delle loro identità. Un volto familiare, a cui si è affezionati, o un volto che tradisce e volta faccia, svelando improvvisamente una nuova apparenza e che fa sprofondare nel vuoto più assoluto.

È così che funzionano le relazioni umane: reti intricate e contorte tenute insieme dai rapporti di fiducia, deboli o forti, resistenti o precarie e, a volte, talmente fragili e deboli da essere sciolti come nodi al primo tentativo di rottura. Lo spezzarsi delle relazioni all’origine dei più tristi drammi umani.

Data la sua natura sociale, l’agire dell’uomo è sempre una pro-tensione verso l’altro, a cui egli si dona attraverso una parola o un pensiero e che, in termini interpersonalità e cura, avverte, spesso, anche come responsabiltà. A volte le personalità possono confliggere e limitarsi a vicenda, tanto da ostacolare l’espressione di ognuna.

L’essere umano fugge l’ignoto per paura e tende ad adagiarsi su ciò che è familiare. Il contatto, la condivisione e l’empatia permettono l’apertura dell’individuo, che, come un metallo, si dilata dinanzi ad una fonte di calore. Il cuore si dona e si avvicina a ciò verso cui si sente richiamato, con la consapevolezza di ricevere accoglienza e affetto, il primo tra i bisogni umani.

Ma cosa succede quando un cristallo si rompe? Cosa accade quando, una volta intessuto un rapporto, le frequenze cambiano e ci si ritrova, improvvisamente, a navigare in solitudine su zattere galleggianti su canali di comunicazione diversi, trasportati da una corrente diretta verso una ignota direzione? La morte è un processo lento che uccide dal di dentro e lascia intatti fuori, come un serpente che fa la muta. Così accade anche nei sentimenti umani, con l’unica differenza che, in essi, siamo noi i giudici che ne stabiliscono la fine. Qualcosa non è reale fino a quando non lo riconosciamo e lo categorizziamo, fino a quando non ci spostiamo dalla posizione di cecità dietro cui, a volte, ci fossilizziamo, per nascondere le nostre verità più profonde e tutto ciò che non riusciamo ad accettare.

Innumerevoli sono le volte in cui ci troviamo a sentire sulle nostre spalle il massiccio gravare di un peso a cui non sappiamo dare un nome, ma di cui conosciamo una vaga origine. Tradiremmo i nostri valori e non avremmo il coraggio di riconoscerci nella nuova o vecchia piega assunta dall’anima, soltanto aprendoci, anche un poco, col pensiero, a quella nuova fantastia che ci passa per la testa. Rovineremmo le nostre carriere, i rapporti e le vite che ci siamo costruiti, divorati da un enorme senso di colpa e di vergogna.

L’affascinante visione eraclitea della vita come un fiume dalle acque sempre nuove è portavoce della dinamicità come segno distintivo dell’essere umano e che, a volte, viene dimenticato. L’uomo cambia, si evolve ed è sempre diverso, in ogni singolo giorno della sua vita. Le circostanze, le situazioni e gli stimoli lo porteranno a crescere e cambiare progressivamente fino al giorno della sua morte e tante saranno le sfaccettature che, ogni sera, egli potrà osservare e scovare nella sua immagine riflessa allo specchio, reduce da una giornata che, ineluttabilmente, avrà portato qualcosa di nuovo.

Tuttavia, quando i dettagli della trasformazione divengono troppo marcati e la metamorfosi troppo evidente, la posta in gioco cresce in maniera direttamente proporzionale ad essa ed il rischio è quello di sopprimerla e affogarci dentro, pur di non accettarsi. La tendenza più comune dell’individuo è quella di retrocedere all’ignoto e di fare un passo indietro: crearsi un microcosmo di difesa dinanzi al mostro di una novità che lo spaventa. La paura come unica possibilità rimasta di attaccarsi al proprio ego, alla propria storia, a quello che si è creato ed a tutto ciò in cui ci si riconosce. Indescrivibile è il vuoto in cui si sprofonda dinanzi alla perdita del sé. Il meccanismo di fuga più comune è cercare di ritrovarsi, sempre allo specchio, negli occhi di chi si è stati, voltarsi e guardarsi alle spalle, nell’alibi di un passato  improvvisamente diventato glorioso, prospero e privo di difficoltà.

La resistenza è l’immagine di un roccia che accoglie l’infrangersi delle onde del mare durante una tempesta, restando integra e stabile nella propria posizione. La resistenza come senso di chiusura ed isolamento, di rifiuto e di mancato spirito di adattamento. La via d’uscita per lo sguardo di un animo fragile che non vuole guardare né accettare il problema. Soffermarsi sui propri passi incerti e retrocedere. È come continuare ad indossare lo stesso vestito perché non si vuole accettare la nuova forma assunta dal corpo.

L’altra faccia della medaglia è il saper disinnescare, come spiegato in maniera astuta da Rocco, uno dei protagonisti di Perfetti Sconosciuti, il film di Paolo Genovese: l’invenzione di un mondo proprio e nuovo, che possa calzare la metamorfosi e permetterci di disfarci di quel grande peso che portiamo sulle spalle. A volte la verità è che preferiamo non farci spazio in una realtà che pensiamo troppo stretta per noi stessi. Sarebbe diverso se, prendendo atto del cambiamento, rinunciassimo a quel frustrante senso di immobilità e ci aprissimo, dentro, a quella porta di cui da troppo tempo nascondiamo la chiave. La resilienza è un tipo di resistenza con le ali aperte, è canale che ci permette di accettarci e di gestire dall’interno ciò che è troppo scomodo all’esterno. Resilienza è staccarsi con consapevolezza da un modello ormai superato e protendersi verso nuove frontiere. La disposizione di apertura al problema conduce alla familiarizzazione con esso e porta sempre alla creazione di qualcosa di nuovo.

«Però una cosa importante l’ho imparata.»
«Cosa?»
«Saper disinnescare.»
«Cioè?»
«Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti. Io non voglio che finiamo come Barbie e Ken: tu tutta rifatta e io senza palle.»

La resilienza, nelle relazioni, è come un blocco di marmo da lavorare ed a cui donare una forma: una statua che nasce da un lungo ed impegnativo lavoro di labor limae, dove i contorni e gli angoli, come il carattere, si smussano per rendersi disponibili all’alterità. Da questa condizione sono possibili la costruzione e risoluzione al problema. La rottura dell’equilibrio e la sua immediata ricostruzione, che segue la protensione verso l’esterno. La resilienza come disposizione interiore a gettarsi in avanti, dare spazio all’altro e fare un passo indietro nei confronti di quest’ultimo, in modo da lasciarlo avanzare. Lasciare margine di espressione a chi ci sta di fronte, nel conflitto, significa vincere la battaglia che combattiamo contro noi stessi e darci una nuova, altra, possibilità di esistenza. La resilienza è flessibilità, capacità di reinventarsi daccapo e di calzare tutti i ruoli che ci vengono assegnati dalla giurisdizione di una metamorfosi inevitabile, a cui tutti siamo soggetti in qualità di uomini. È un canale di crescita e pieno controllo su noi stessi, che ci consente di muoverci con consapevolezza nel mondo circostante. La lite ed il conflitto come scintille che non scattano e pallottole che rimbalzano all’indietro senza esplodere, ma che si lasciano fecondare e guidare verso nuove strade da una luce di novità che le invade.

L’ossimoro tra l’eclissi, il Dark side of the moon di una resistenza come fermezza sul proprio perimetro e gelosa conservazione di sé. Un volto che si guarda allo specchio con trasparente sincerità, conscio dei nuovi solchi presenti sulla propria pelle e che affronta la vecchiaia senza paura. Manifesta un certo spirito di adattamento, cerca di adagiarsi sulla nuova condizione e vi familiarizza, neutralizzando lo spavento provocato dall’ignoto. Si espone all’aria aperta di una nuova condizione e muta la propria forma, in una dimensione prettamente interiore e che all’esterno lascia spazio all’altro e lo lascia vincere. Un guerriero perdente reduce da una battaglia con un bottino più ingente di quello del vincitore. Egli ha conosciuto la novità, lasciandosi contaminare  ed arricchire da essa, assecondando la propria, naturale, frangibilità.

Il varco è sempre un confine molto labile, un porto da cui si salpa per raggiungere le più grandi meraviglie. E l’iceberg che si incontrerà durante il viaggio sarà un’altra occasione per mettere alla prova se stessi e uscire di nuovo vittoriosi dall’ennesima sfida presentata dalla vita. La resilienza è accettazione di tutte le avversità dall’alto della prua e disposizione di apertura alle più costruttive metamorfosi, che arricchiranno il bagaglio personale di un numero infinito di tesori.

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