Portatori sani di vulnerabilità

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Se ogni vita umana ha senso solo attraverso la ferita, che è la condizione per aprirci agli altri e a noi stessi, qualsiasi società che rinneghi il valore della vulnerabilità (intesa come “possibilità di essere ferito”) e non educhi al fallimento è da rinnegare e condannare come “inumana, troppo inumana”.

Che la cultura occidentale, attraverso un processo che Foucault definisce di biopotere, si insinui subdolamente nella nostra vita, nel nostro corpo e, persino, nel nostro linguaggio non rappresenta di certo una scoperta sensazionale.  Il nostro lessico è impregnato di vocaboli come: “potenza”, “velocità”, “forza”, “infallibilità”, che costituiscono l’essenza della nostra mentalità e dei valori a cui abbiamo finito per credere.  Alla luce di tutto questo, risulta chiaro come la parola “vulnerabilità”, invece, rappresenti un presidio e un luogo di ristoro per tutti coloro che sentono di non avere nulla in comune con l’identikit del Superuomo per anni reiterato e celebrato dalla storia della letteratura e del cinema che conosciamo.

Ma qual è il significato esatto di tale sostantivo?

Vulnerabilità deriva dal latino vulnerabilis che, a sua volta, ha origine dal verbo vulnerare che significa “ferire”. Il vulnerabile, dunque, è letteralmente “colui che può essere ferito”. Di qui l’ironia di un vocabolo che, ad una prima lettura, potrebbe apparire scontato dal momento che tutti siamo “portatori sani di vulnerabilità”, tutti siamo stati feriti e sicuramente lo saremo in futuro. Il complesso rapporto che viviamo nei confronti della vulnerabilità insita nella nostra natura umana, rivela un aspetto patologico della nostra società che, a dispetto della falsa retorica che la definisce “liquida”, flessibile o dinamica, si presenta più che mai irrigidita nella sua infantile logica vittoriosa. Il non accettare la fragilità, la possibilità di fallire, di cadere e di essere feriti ci rende, paradossalmente, più vulnerabili che mai. Tuttavia, ci sono degli esseri viventi più vulnerabili di altri, e non soltanto perché la natura o la genetica li ha “puniti” donando loro una spiccata sensibilità caratteriale, ma perché si trovano in una condizione oggettiva di fragilità che li rende bisognosi di cure e attenzioni (basti pensare ai neonati o ad alcune specie animali e vegetali a rischio di estinzione).

Al polo opposto di queste categorie, invece, troviamo le figure invulnerabili per antonomasia, ovvero le divinità e gli eroi epici. Eppure, anche per questi ultimi, qualcosa è andato storto. Lo stesso Achille, nel momento in cui la madre Teti lo immerge nel fiume Stinge al fine di renderlo invulnerabile, tenendolo per un tallone, lo condanna all’esperienza inevitabile, persino alle nature semidivine, della fragilità.

Gustave Dorè, Anteo, 1861-1868

Ancora più interessante, in quanto assolutamente singolare nella storia della mitologia secondaria, è la figura del gigante Anteo. Figlio di Terra e Poseidone, la sua prerogativa consisteva nella straordinaria forza, tipica dei Giganti, anche se, a differenza dei fratelli, la sua forza aveva la particolarità di accrescere nel momento in cui, venendo ferito, cadeva a terra ritornando a contatto con la madre. Senza alcuna ombra di dubbio, Anteo potrebbe essere innalzato a modello di resilienza, altro “vocabolo del cuore”, ridotto a mera retorica, di questi ultimi tempi. Il gigante, infatti, letteralmente ri-sale, dopo esser caduto ed essere stato ferito, diventando ogni volta più forte. Paradossalmente potremmo dire che la sua forza consiste proprio nella sua vulnerabilità, nella possibilità di essere attaccato. La figura di Anteo la ritroveremo anche nel canto XXXI dell’Inferno di Dante, il quale si serve del gigante per essere trasportato insieme a Virgilio nelle profondità di un pozzo presente nell’ottavo cerchio. Questo spostamento infernale dall’alto verso il basso non è affatto casuale, in quanto Anteo viene punito da Dio ad una caduta perenne verso il basso, verso terra, senza più trarne forza.

Tutto ciò è anche il messaggio che il cristianesimo ha voluto impartirci se prestiamo attenzione al fatto che persino Dio ha fatto esperienza della vulnerabilità, incarnandosi nel Figlio e sopportando il destino crudele della crocifissione, per avvicinarsi all’uomo e per amore di esso. Gesù Cristo, infatti, ha dovuto mostrare le ferite della sua passione ai discepoli per rafforzare la loro fede invitando Tommaso a toccarle: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Giovanni 20,24-29).

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, 1600-1601

Ma perché è così importante il concetto di ferita per il riconoscimento della vulnerabilità propria e  altrui?

A mio avviso, non esistono parole più belle di quelle usate dal filosofo francese Georges Bataille nel testo L’amicizia, per affrontare il tema della ferita:

«[…] nella misura in cui le esistenze appaiono perfette  e compiute, rimangono separate, chiuse su se stesse. Si aprono soltanto attraverso la ferita, che è in loro, del non compimento dell’essere. Ma attraverso quel che si può chiamare non compimento, nudità animale, ferita, esseri innumerevoli e separati gli uni dagli altri comunicano e nella comunicazione dall’uno all’altro prendono vita perdendosi».

Riconoscere, dunque, la propria ferita e quell’altrui, riconoscere di essere mancanti, “lacerati” e niente affatto interi e perfetti come monadi, è la condizione necessaria per non rimanere chiusi in se stessi ma per aprirsi alla com-unicazione e alla com-unione con l’Altro.

In questo senso, è fondamentale deprecare qualsiasi cultura che non parli la lingua della naturalezza della fragilità e che non educhi la comunità all’accettazione del fallimento e della possibilità di rimanere feriti. Il contrario della vulnerabilità e della fragilità non sono il successo e la potenza perché chiunque non sia mai caduto a terra come Anteo o non abbia mai mostrato le proprie ferite come Cristo, si è precluso l’esperienza di diventare un essere umano completo. L’altro, direbbe Kafka in una maniera molto meno sentimentale, è “per me il coltello con cui frugo dentro me stesso”, è una lama lacerante che mi taglia e mi invade eppure la vita di ognuno di noi può avere senso solo “ferendosi, lacerandosi, sacrificandosi” (G. Bataille, op. cit.).

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