David Bowie e l’estetica dell’eclettismo

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Chi volesse attribuire un aggettivo al fenomeno David Bowie si troverebbe nell’imbarazzo della scelta: alieno, ambiguo, androgino; bello e buddhista; camaleontico, complesso e contraddittorio. Siamo solo alla terza lettera dell’alfabeto, pur selezionando ferocemente. Proseguiamo allora per associazioni: camp, cool, drag, freak, glam. Decadente, espressionista, romantico. O, ancora, per interessi: travestitismo, esoterismo, futurismo. Nichilismo, esistenzialismo, solipsismo. E perché non per temi? Eccone alcuni: il doppio, lo Spazio, la follia; la mostruosità. La morte. Oppure per competenze: ballerino, attore, modello, mimo; cantante, compositore, musicista, produttore. E poi: pittore, scrittore, designer, costumista. La verità è che Bowie pensava a sé stesso come a un narratore i cui personaggi venissero resi attraverso operazioni di scrittura multimediale comprendenti musica, moda, trucco, performance, fotografia e video.

Iconoclasta quanto immaginifico, Bowie ha incanalato la sua visione del mondo attraverso la musica, naturalmente, ma pure grazie ad altre forme artistiche: il ritratto fotografico, debitore sia delle classiche foto promozionali hollywoodiane, sia dello stile proprio delle riviste di moda sia, infine, dei maestri della luce della cinematografia europea; il linguaggio del corpo, valorizzato dalle scelte coreografiche e dalla formazione pantomimica alla scuola di Lindsay Kemp; lo storyboarding e la pittura, arte quest’ultima cui si è spesso dedicato anche durante le sedute di registrazione dei suoi dischi: due tecniche cui attingeva per fondere  sul palcoscenico il visuale al sonoro. A proposito di pittura, Bowie vi si dedicava anche nei momenti in cui si trovava in un cul-de-sac creativo durante la composizione della musica o dei testi delle canzoni. Visualizzare figurativamente l’impasse gli permetteva di trovare una soluzione, perché il suo approccio alle arti non è mai stato a comparti stagni; al contrario, è stato proprio grazie a un’estetica che si può definire dell’eclettismo che riusciva a trarre dal flusso di un’ispirazione poliedrica il prodotto artistico di volta in volta vagheggiato. Talvolta musicale, talaltra visuale, spesso appartenente contemporaneamente a entrambe le espressioni artistiche. La produzione di Bowie è stata insomma sempre orientata a un concetto di arte totale e multimodale. Fucina di sempre nuovi orientamenti creativi, grazie alla poliedricità l’artista-mondo David Bowie si è fatto maestro e punto di riferimento di un’epoca.

Bowie negli anni Settanta ha perfezionato il gioco di ruolo nel pop, facendo di teatro e musica popolare una cosa sola. Nello stesso decennio, ha importato i suoni più cool della black music americana a beneficio della platea di appassionati (bianchi) britannici di musica leggera, inaugurando nel Regno Unito il filone del blue-eyed soul. Si tratta della stessa persona che nel triennio 1977-1979 produce con Eno e Visconti l’avanguardistica “trilogia berlinese”, prima di dettare, negli anni Ottanta, i modi in cui il pop avrebbe dovuto combinarsi coi video.

Pluralità di tradizioni musicali, sincretismo estetico e frequentazione di culture altre informano di sé la produzione artistica bowieiana. Lo status iconico di Bowie origina dalla musica e dallo stile ma si consolida grazie a performance, tecnologia e marketing, che catalizzano un’incessante riscrittura di sé stesso contrassegnata dalla sperimentazione. Bisogna tuttavia osservare che, fin dall’adolescenza, colui che diventerà Bowie si dimostra assai attento alla propria immagine e determinato all’autopromozione. Nel 1962, a quindici anni, prende la decisione di modificare il nome della band di cui fa parte da Kon-Rads a The Konrads e il suo da David Jones a David Jay: la spavalderia con cui indossa l’abito mod e sfoggia il ciuffo d’ordinanza è testimoniata dalle foto in cui il giovanissimo David già si mette in posa come una star. Nelle prime fasi della carriera, David insegue la fama disperatamente e ovunque pensi di poterla acciuffare, fino alla scintilla fantascientifica che produrrà prima la canzone Space Oddity e quindi il personaggio Ziggy Stardust.

È tuttavia pur vero che, se negli anni Settanta Bowie persegue la fama in modo alternativo e dissacrante, negli anni Ottanta egli accetta in tutto e per tutto le regole dello show business e diventa quello che nel mondo anglofono chiamano un corporate artist, contrapponendosi al proprio stesso passato prossimo indie o alternative. David comincia insomma a vendere, prima che i prodotti della sua creatività, il brand “Bowie”. A tal fine, egli modifica a beneficio dei benpensanti il suo look; recita in film più commerciali; immette sul mercato musica più accessibile; incentiva la diffusione del merchandising; esaspera la connotazione trans-mediale che da sempre lo aveva caratterizzato; firma infine con EMI America, grazie a Let’s Dance (1983), un contratto che lo catapulta nella categoria dei super ricchi.

Per diventare un’icona pop internazionale, consapevole che il mezzo è il messaggio, Bowie associa a ogni nuovo progetto di produzione musicale una specifica linea di abiti di scena, collabora all’elaborazione dell’artwork della copertina dell’album, si sottopone a set fotografici diretti da maestri della luce, dice la sua sulla coreografia e la scenografia dello spettacolo e lavora al concept di videoclip dall’impatto visuale sempre spiazzante. Le parole-chiave della sua visione del pop sono ‘riconoscibilità’ e ‘tridimensionalità’. Ha inoltre grande fiuto nel circondarsi di collaboratori di talento e una capacità quasi paranormale di predire gli sviluppi delle tendenze della musica popolare e dei modi della sua distribuzione. Quando dunque all’inizio degli anni Ottanta, grazie soprattutto alla nascita di MTV, il successo di una canzone diventa inestricabilmente legato alla riuscita della sua trasposizione in videoclip, Bowie, che sull’immagine punta fin dagli inizi della carriera, coglie al volo l’opportunità e decide di diventare una pop star a tutti gli effetti.

Per Bowie l’atto di cantare corrisponde a quello di scrivere. La musicalità della voce di David è capace di trasmettere contemporaneamente significati non linguistici e linguaggio vocalizzato. La sua emissione sonora possiede il dono della grana, cioè del corpo nella voce che canta, frutto della frizione tra linguaggio e voce. Rifiutandosi di separare suono e immagine, Bowie abdica al mero ruolo di compositore e interprete, facendosi egli stesso testo, rete semica multimediale di cui la voce diventa il feticcio.

Grazie alla declinazione della sua musica all’interno di un progetto multimediale fondato sulla performance art, Bowie occupa una posizione privilegiata nell’immaginario occidentale. Partita dalla musica, la consistenza di Bowie come icona culturale fluisce attraverso la performance, le tecnologie, i set interattivi e il marketing. Mentre interroga e reinventa gli stili della creatività, Bowie afferma il suo primato nel segno dell’innovazione e della sperimentazione, determinando una nuova visione del consumo di massa. La musica prodotta da Bowie nei suoi dischi ha programmaticamente spiazzato l’ascoltatore. Folk, rock, soul, funk, pop, musica leggera, elettronica, jazz, ambient, techno, jungle, drum’n’bass e industrial si alternano nei suoi dischi e impediscono di ascrivere la sua opera ad un genere musicale preciso. Il travestitismo, le tematiche dello Spazio e della follia, la dimensione letteraria di numerosi testi contribuiscono a loro volta a fare di Bowie un’icona culturale, mentre la versatilità del suo stile canoro gli permette di imbarcarsi in ogni sorta di avventura sonora. Anche i modi della rappresentazione sono eclettici: Bowie ha praticato e contaminato music hall, vaudeville, pantomima, cinema, musical, cabaret, teatro della crudeltà, danza moderna. La contaminazione, il sincretismo e l’estetica del remix sono i tratti salienti della sua pratica artistica e lo collocano – in linea con la sensibilità postmoderna – all’incrocio tra cultura d’élite e cultura di massa.

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