Ladies of the Canyon: il disco-svolta di Joni Mitchell

C’era una volta il folk, mollemente adagiato sugli stessi quattro o cinque accordi in accompagnamento a testi impregnati di sociale e politica, desiderio di libertà e di rottura degli schemi fino a quel momento consolidati, e dove la risposta a tutto si può trovare “ascoltando il vento”: il confortante boom economico degli anni ’60 stava lasciando il passo alla protesta giovanile che trova nella musica dei cantautori la voce più autorevole.

E anche lei parte dal folk, visto che il suo desiderio di diventare pittrice tarda ad avverarsi. Ci piace immaginare che Joni Mitchell, dopo aver provato la strana ebbrezza dell’ukulele (in duetto con il suo primo marito) ed essersi in qualche modo allineata sulla strada delle varie Joan Baez, ad un certo punto provi una fastidiosa noia e, per il suo terzo album, si dia un orizzonte nuovo: niente batteria, niente basso (per non appiattire tutto come la “moda” dell’epoca impone agli “alternativi della controcultura”) , affida la sezione ritmica esclusivamente ad un piccolo ensemble di archi mentre gli unici ospiti melodici sono clarinetto, flauto e sassofono: baritono però. Un gruppo vocale – “The Lookout Mountain United Downstairs Choir” – Crosby Stills e Nash sotto mentite spoglie – entra in punta di piedi e altrettanto discretamente esce.

La Mitchell inizia a bypassare elegantemente il folk senza rinnegarlo e per questo disco si avvale di tutto ciò che quel genere non contempla. Decide di non essere solo la pittrice ma anche l’autrice della tela e di essere – come disse James Taylor – la modella e insieme l’artista che la ritrae.

Ladies of the Canyon esce nella primavera del 1970 ed è davvero il primo spartiacque tra lei e quel cantautorato di protesta e consapevolezza collettiva di un’intera generazione capitanato dalla già citata Joan Baez e da Bob Dylan. Grande ammirazione per la prima, nessun legame con il secondo anche se dal menestrello di Duluth coglie il nuovo carattere compositivo della parte letteraria, la narrativa personalizzata, migliorandola. Mentre Dylan si rivolge direttamente ad immaginari interlocutori (“Hai un bel coraggio a definirti “amico mio” “ oppure “Per colpa tua…” e ancora “Da parte tua..”), Joni Mitchell, oltre alle affermazioni forti e personali, aggiunge il senso dell’armonia e della melodia, i cui finali di strofa portano le intonazioni esattamente dalla parte opposta che ci si aspetta e che finiscono quasi sempre con un ideale punto di domanda. Da bambina era affascinata dalle melodie dei crooners alla Bing Crosby, ma le suscitava perplessità la semplicità dei testi: da qui la creazione di spazi musicali adatti a contenere versi più lunghi, vere e proprie storytellings.
Più orientata sui luoghi da dove si viene e i posti dove si va, Mitchell racconta la contemporaneità e la vita ordinaria di quello che, ai tempi del vecchio West, era l’ultima frontiera delle diligenze che dominava il panorama di Los Angeles. Nella seconda metà degli anni 60 chiunque avesse qualcosa di dire si trovava lì, vicino al Sunset Boulevard: nei paraggi abitava anche Frank Zappa, ma Joni Mitchell non ne sembrò così impressionata.

Laurel Canyon fu il luogo dove la controcultura americana vide il suo sviluppo più felice: una lista impressionante di artisti aveva casa in quella gola che arrivava fino a Mulholland Drive e tra pigiama party spolverati di ogni sostanza psicotropa, trovavano inspirazione e condivisione menti come Jim Morrison, Carole King; i Byrds; Buffalo Springfield; Canned Heat; John Mayall; qualcuno degli Eagles; Neil Young; Brian Wilson dei Beach Boys così come James Taylor, Jackson Browne, Linda Ronstadt, Harry Nilsson; e Mama Cass dei Mamas & Papas. Qualche anno più tardi, fuori tempo massimo, fu anche possibile vedere John Lennon camminare con una bottiglia di vodka in mano ed un assorbente in testa.

Mitchell comunque preferisce consolidare il rapporto con il pigmalione David Crosby – tra i primi a credere in lei – al quale si aggiugerà presto tutto il gotha della west coast.

Pur giovanissima, la sua complessità mette in soggezione chiunque e la naturalezza compositiva intimidisce anche i musicisti già affermati. Se Dylan è un poeta, lo è rigorosamente da autodidatta. Per dirla con Montale, “sta dalla parte delle pozzanghere, non degli acanti (piante dai nomi poco usati)” e per quanti premi gli si possano assegnare, l’etichetta di poeta laureato non farà mai per lui.

Joni Mitchell è una poetessa che sta e va dove vuole, non scomoda autori sconosciuti o declamatori “maledetti” al contrario di Dylan, che li legge e li mette in musica per chi non si prende la briga di leggerli, inchiodando il tutto con quattro accordi e una voce “malata” ad hoc.

Joni Mitchell usa anche una particolare tecnica della mano destra, che invece di suonare le corde con un plettro, le accarezza quasi con le unghie, le percuote col palmo della mano, molto delicata e particolare. Un metodo che fa sembrare tutto così semplice, accessibile e praticabile da tutti.

Tutto si sa delle sue accordature aperte – perfezionate per sopperire a qualche problema articolare ereditato dalla poliomielite che la colpì da ragazzina – e della sua amicizia anche con Stills, Nash e Young: questo album è sicuramente quello che più rappresenta il loro legame. Non solo per la celeberrima “Woodstock”, scritta dopo i loro racconti in particolare di Nash, del quale si innamorò perdutamente senza mai accettare di sposarlo. Lei preferì non partecipare all’evento privilegiando uno show in tv la sera dopo su consiglio del suo manager.

Molti brani dell’album sono vere e proprie dimostrazioni di quanto Joni Mitchell è già capace di fare con la sua voce: abbracciare qualunque stato d’animo, raggiungere chiunque in qualunque stato emotivo si trovi, mai banale o angelicamente stucchevole come poteva essere all’inizio, quando seguiva il mainstream del periodo.

The Circle Game, – che chiude l’album – è una delle sue prime canzoni d’autore ed è una risposta a Sugar Mountain di Neil Young. Big Yellow Taxi è diventato uno standard nel corso degli anni, campionato nel periodo di massimo fulgore da Janet Jackson in Got ’til It’s Gone ed inciso da Annie Lennox come B-side di No More I Love You’s

Con “Ladies” la Mitchell inizia a calibrare il peso estetico della celebrità e, più in generale, da questo disco parte la transizione musicale che l’avrebbe portata verso ben altre concezioni anche letterarie (l’anno dopo uscirà Blue, il vero decollo verso altri spazi e luoghi, anche sbagliati, dove poter comunque trovare qualcosa).

Da “Ladies” in avanti, Joni è l’incarnazione principale e più diretta del pensiero che spinse Wassily Kandinsky ad inventare la pittura astratta: “In generale il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana….”. Se Kandinsky fosse davvero in grado di vedere i suoni è ancora materia di discussione, ma la padronanza di Joni Mitchell nel rappresentare le sue personali armonie, con o senza accordature aperte, ne fa una cifra stilistica mai eguagliata nella musica popolare.

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