The Lighthouse: la spiegazione e i pregi del film

Scrivere riguardo un’opera del genere è un compito alquanto arduo, così come lo è capire a pieno quest’ultimo lavoro di Eggers, miglior promessa contemporanea che con soli due film – The VVitch e appunto, The Lighthouse – si è meritato un posto tra coloro che fanno veramente ben sperare per il futuro del cinema. Come dicevo, con il suo primo film aveva fatto notare enormi abilità con la macchina da presa e riuscì a rendere cult istantaneo quella pellicola rimasta subito nel cuore di molti. Inoltre ha preso in mano un genere spesso frainteso e effettivamente fraintendibile, l’horror, elevandolo.

Ma se The VVitch è un horror a tutti gli effetti, senza dubbio, questo nuovo lungometraggio uscito sulle piattaforme streaming pochi giorni fa (potete vederlo su Apple TV e Amazon Prime), non si può definire solamente con questo genere, poiché stiamo parlando di un film talmente totale, che etichettarlo risulta proprio difficile.

Innanzitutto la pellicola in questione verte su due attori che si sono dimostrati a dir poco magistrali e che reggono l’intero film in coppia: Willem Dafoe e Robert Pattinson. Si perché per tutta la durata del film vediamo solamente le loro facce sullo schermo, e la passione, l’immedesimazione e il pathos che ha impiegato questa coppia nel recitare è semplicemente fenomenale. Poi ovviamente entra in gioco la capacità di Eggers nell’aver scelto e gestito alla perfezione Defoe e Pattinson, ma se dobbiamo elogiare il regista per qualcosa non c’è dubbio che lo si debba fare parlando di tutto il comparto della messa in scena, che è eccellente, a partire dalla scelta di girarlo in bianco e nero e in 4:3.

Per chi scrive, sperando di non bestemmiare, lo stile di Eggers somiglia a Ingmar Bergman, il confronto è a dir poco ambizioso e pretenzioso lo so, ma specialmente in questo The Lighthouse me l’ha ricordato molto.

La spiegazione

Partiamo dunque a interpretare questo film che ha diverse chiavi di lettura tutte possibili. Non si parla di spiegazioni giuste o sbagliate, ma almeno possibili, coerenti per la trama. Vediamone un paio.

La prima spiegazione, più immediata, si traduce nel capire il film così come lo vediamo, senza farci troppi viaggi mentali e simbolici. Quindi in questo caso il film narra di due persone che, col passare del tempo isolati su un faro a compiere lavori faticosi e monotoni, e trovando rifugio e sollievo solamente nell’alcol, impazziscono.

La seconda spiegazione, forse più introspettiva, rivela invece la pazzia sin dall’inizio, infatti possiamo pensare che uno dei due protagonisti a nostra scelta (non importa chi dei due) sia una proiezione della mente dell’altro. Questa interpretazione è data in primo luogo dal fatto che si scopre che hanno lo stesso nome e in secondo luogo per alcuni elementi sparsi nel film. Nel caso la persona vera sia Dafoe, allora Pattinson potrebbe essere lo stesso Dafoe da giovane, quando era appena approdato al faro dopo le vicende che racconta in Canada e che l’hanno spinto a scegliere proprio il lavoro in questione. Quindi col passare degli anni, Dafoe è completamente impazzito fino al punto di immaginarsi un compagno di lavoro che sarebbe lui stesso da giovane. Oppure potrebbe essere Pattinson la persona reale, in tal caso Dafoe rappresenterebbe la persona immaginata, che scaturisce dalla solitudine totale e desolante alla quale è costretto il giovane.

In ogni caso c’è un filo conduttore che trova spazio in qualsiasi lettura si vuole dare al film: la follia. Un tema sempre affascinante da affrontare ma che spesso viene frainteso e finisce per risultare banale oppure superficiale. Possiamo dire però, che svariati registi nella storia hanno portato su grande schermo questo argomento in maniera sublime, basti pensare a Kubrick con Shining oppure al già citato Bergman con L’Ora Del Lupo. C’è quindi un pensiero, una domanda che ci assilla per tutta la durata del film, ma tutte le visioni tendenti all’assurdo che vediamo (sirene, gabbiani che hanno capacità di intendere sopra la media, tritoni, tentacoli giganti…) sono vere o false? Rappresentano la follia dei protagonisti, essendo proiezioni della loro mente ormai totalmente distrutta, oppure sono tutte cose reali (almeno nel film s’intende)? Non abbiamo ovviamente una risposta esatta, Eggers lascia allo spettatore l’interpretazione che gli aggrada maggiormente, seminando qua e là nel film immagini fantastiche che hanno senso di esistere per entrambe le spiegazioni.

La pazzia è dunque il motore di The Lighthouse, affrontata con una profondità fuori dal comune, rendendo il film già un caposaldo di questo tema. L’opera gioca facendo affondare piano piano lo spettatore in un vortice sempre più assurdo e malato, nel quale i due personaggi sprofondano scena dopo scena annegando nell’alcol e nella solitudine, provando amore e odio, gioia e dolore, felicità e tristezza. Naturalmente ci sarà molto più spazio ai sentimenti negativi che a quelli positivi, trascinando le vicende del film in un baratro che porterà alla tragica conclusione. La cosa incredibile è che l’autore riesce addirittura a far dubitare lo spettatore stesso, dal momento che ci sono scene talmente contorte e allucinanti che chi guarda arriverà a non sapere più in cosa credere. Tutto ciò è sublime, il tema fondamentale del film – la pazzia – non solo colpisce gli attori ma riesce a farlo anche con noi spettatori che saremo a nostra volta vittima del vortice discendente che caratterizza la storia.

La fotografia è il punto più forte del film, che, abbinata al bianco e nero esprime non solo un’estetica raffinatissima, ma anche un contenuto molto forte riuscendo a parlare al posto degli attori. La location è in realtà molto “cheap”, essendo di fatto ambientato interamente in una minuscola isola con soltanto un faro, eppure Eggers riesce a estrapolare tutto il fascino possibile e immaginabile rendendola veramente intrigante. La colonna sonora è ridotta all’osso, per lo più il sonoro nel complesso collabora nel rendere ansiogeno e oscuro ciò che vediamo sullo schermo.

Una cosa è certa, siamo davanti a un regista che di questo passo ha davanti a sé una lunga e produttiva carriera, che con soli due film ha già fatto innamorare pubblico e critica sotto vari aspetti, pubblicando due cult istantanei. Se The VVitch aveva gettato delle ottime basi, The Lighthouse ha cominciato a solidificare la bravura di Eggers, essendo, almeno per chi scrive un capolavoro (o per lo meno un film eccellente, nel quale trovare un difetto risulta un’impresa ardua). Certo non è una pellicola da vedersi quando si vuole passare due ore scollegando la testa, è un’opera che fa riflettere ed emozionare, e che, se si riesce a vedere nella maniera corretta entra proprio dentro di chi lo guarda.

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One comment

  1. Sono perfettamente in accordo con te. A me è piaciuto molto, mi ha angosciato e mi girava la testa a fine proiezione. Pensavo di aver immaginato tutto anche io!

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