Deep Purple: apologia dei loro secondi anni ’70

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I Deep Purple sono storia, c’è poco da discutere. E c’è poco anche da dire visto che ormai, redivivi, vanno avanti per la loro strada signorile fatta di uscite più o meno regolari, nel senso di conformi a una certa regola che loro stessi hanno cesellato o contribuito a delineare (che piacciano o meno, poi, è un altro paio di maniche). Tutti siamo al corrente del fatto che Made in Japan, fin dal 1972, resta in vetta al podio dei dischi dal vivo più incredibili dell’intera storia del rock, affiancato forse solo da Live at Leeds degli Who (anno 1970) o dal boxettone quintuplo del boss Bruce Springsteen con la sua sempiterna E-Street Band (quel mastodontico Live/1975-85 che vide la luce nel 1986), ma potremmo metterci anche Weld di Neil Young (magari nella versione tripla, cioè quella comprensiva di Arc, un ep composto da un solo brano di 35 minuti tirato fuori da un folle – ma proprio per questo geniale – montaggio di soli feedback tratti dagli outro di vari brani registrati dal vivo) o magari quel gioiello di 8:30 firmato Weather Report (1979), and so on and so on. E tutti sappiamo benissimo che dei Deep Purple l’unica vera formazione considerata memorabile è quella che corrisponde alla mitica Mark II (così Jon Lord e soci scelsero di chiamare le varie formazioni, a causa di un certo andirivieni di componenti: “Mark” più un numero romano a seconda dell’avvicendamento), di fatto l’agglomerato passato alla storia come sostanzialmente leggendario. E leggendario lo era eccome, se la sostanza seminale era quella di assoluti disconi come In rock (1970), Fireball (1971) e Machine head (1972), che di fatto scaraventavano la band tra i padri indiscussi del rock assieme a Black Sabbath, Led Zeppelin eccetera eccetera.

O forse no o, quantomeno, non del tutto? Frena un momento.

Già, perché se Ian Gillan (voce), Jon Lord (tastiere), Ritchie Blackmore (chitarra), Roger Glover (basso) e Ian Paice (batteria) dimostravano continuamente di essere un vero e proprio squadrone sul campo, probabilmente lo erano un filino meno negli spogliatoi, visto che Gillan e Blackmore non si sopportavano e pure Glover, di tanto in tanto, aveva da dire qualcosa. Fatto sta che dopo un album comunque più che notevole come Who do we think we are (1973), Gillan e Glover vengono messi alla porta. Apriti cielo ma niente panico, la voglia di continuare a suonare come dio comanda c’è sempre stata e continuerà ad esserci, basterà solo trovare una soluzione adatta alla causa, possibilmente battente bandiera inglese così, sai com’è, per continuità, non per altro. Meglio ancora se aperta a ulteriori possibilità, perché no, chi lo sa.

E qua viene il bello.

Il basso se lo ciuccia Glenn Hughes che, oltre ad essere uno strumentista stratosferico, è anche un cantante della madonna e lo ha dimostrato fin da subito nei Trapeze, notevole rock band inglese con successo specialmente negli States. Proprio grazie alle eccelse doti di Hughes, i Deep Purple avrebbero dovuto addirittura essere non più un quintetto ma un quartetto, decisione osteggiata da clausole contrattuali, produttori e manager d’assalto. Così al microfono arriva un esordiente, David Coverdale (sì, quello dei futuri Whitesnake), che però ha letteralmente fulminato i neuroni a Lord e compagnia bella per via di una voce che, evidentemente, deve aver aperto diversi spiragli stilistici e concettuali grazie a un calore decisamente più blues rispetto all’ugola di Gillan (che comunque non scherzava affatto, non c’è mica bisogno di dirlo), un approccio al ruolo talmente viscerale da far notare, nell’accostamento alle cadenze più soul di Hughes, come una nuova strada maestra da sposare potesse essere quella di una contaminazione ben più orientata verso impostazioni blues precedentemente sovrastate dai watt di Blackmore.

Detto fatto. La band ha ben poca voglia di scherzare e, dopo più o meno un anno di tempo dalla scissione della formazione storica, infila il primo di tre lavori in studio che definire fenomenali farebbe storcere il naso a qualcuno tranne che al sottoscritto (e anche ad altri, dai, diciamolo pure).

Per molti la Mark III non era (per qualcuno ancora non è) affatto riconducibile alla ragione sociale Deep Purple. Sta di fatto, però, che il primo tassello di questo trittico, Burn del 1974, prende Fireball e Machine head per avvolgerli in un’anima hard rock-blues tanto tellurica quanto rovente nel suo porsi come vera e propria fiamma rigeneratrice per spirito compositivo e magnetismo da palcoscenico.

Il lato A di questo disco dovrebbe passare alla storia come uno dei migliori di sempre, se è vero che la title track carica il mortaio con tutta la caparbietà necessaria per ripartire al meglio mentre la sinuosità di Might just take your life, supportata poi anche da Sail away, permette a Lay down, stay down di scaldare i motori per diventare ufficialmente uno dei brani più trascinanti dell’intero repertorio (assieme a You fool no one;vatti ad assaggiare la versione live di 17 minuti da Made in Europe del 1976, tanto per capirci). L’Hammond di Jon Lord si ammorbidisce (relativamente) nelle sfumature per offrire contorni più colorati e corposi, le corde di Blackmore progettano riff più architettonici rispetto alla possenza di diverse predisposizioni precedenti e gli intrecci Coverdale/Hughes funzionano alla perfezione per donare al tutto quel pathos puramente blues che riporta tutti indietro di qualche decennio solo per tracciare una nuova strada verso orizzonti futuri.

Una predisposizione che il passo successivo, Stormbringer, uscito alla fine di quello stesso anno eleva all’ennesima potenza come sottolineano il brano omonimo, Love don’t mean a thing, Hold on, You can’t do it right o High ball shooter, senza disdegnare nemmeno qualche incursione ballad (Holy man, ad esempio).

Ma il fiore all’occhiello sarà il terzo e ultimo tassello in studio, Come taste the band del 1975. Ritchie Blackmore saluta tutti e concede vita alla Mark IV lasciando il posto allo statunitense Tommy Bolin, istrionico chitarrista ventiquattrenne con maggior talento (possiamo dirlo? E sì, dai, diciamolo), esperienze variegate (ha suonato anche con Billy Cobham, tra gli altri, oltre ad avere pure una band a proprio nome) ma con qualche vizio di troppo che gli costerà caro, purtroppo.

Come taste the band parla chiaro fin da subito. L’incipit di Comin’ home ricorda quasi quello di Speed king da In rock, prima di procedere con il consueto e intramontabile andamento on the road. Siamo sempre qua, sappiamo bene chi siamo e facciamo sul serio, in sostanza. E come non crederci, visto il sopraffino songwriting hard blues di Lady luck, Gettin’ tighter, Love child, Dealer e I need love, così come la visceralità similgospel di quel diamante assoluto che è You keep on movin’ e le movenze tardo soul di This time around (Hughes sugli scusi, da queste parti).

Ma Bolin aveva qualche vizio, dicevamo, tra cui il meno probabile ma reale – l’estrema spontaneità, gentilezza, apertura interpersonale e disponibilità caratteriale – influì tragicamente su quello più scontato, provocandone la dipartita (sulla quale Hughes, che a lui era molto legato, non fa mistero di aver avuto qualche colpa, come possono confermare gli altri membri della band) con conseguente scioglimento dell’agglomerato.

Nel 1984 Jon Lord e soci riuniranno la Mark II e torneranno sugli scaffali con il pur discreto Perfect strangers e, da lì in poi, la storia andrà avanti fino ai giorni nostri con tante altre Mark anche se con prove in studio spesso anche difficili da digerire (forse si salva solo The battle rages on… del 1993). Ma quei tre anni così fulminanti e densi di corpo, mente e (soprattutto) anima – adeguatamente onorati almeno con un altro live tellurico (Made in Europe del 1976) e diverse registrazioni tra cui, forse, la migliore resta Phoenix rising saltata fuori nel 2011 con tanto di DVD/Blu-Ray comprensivo di un bellissimo documentario – non torneranno più.

Articolo pubblicato originariamente su Motel Wazoo e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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