Van Gogh, Millet e il significato spirituale dell’arte

Il significato della parola “arte” non è definibile dunque in maniera univoca ed assoluta. La sua definizione è variata nel passaggio da un periodo storico ad un altro, e da una cultura ad un’altra. Il vocabolario Garzanti ne dà questa definizione:

1. attività umana volta a creare opere a cui si riconosce un valore estetico, per mezzo di forme, colori, parole o suoni : l’arte della scultura, della pittura, della poesia, della musica; un’opera d’arte; museo d’arte moderna; storia dell’arte

2. il complesso delle opere artistiche prodotte in un’epoca, in un paese o da un popolo, da una civiltà; l’insieme dei caratteri, delle tendenze che lo contraddistinguono: l’arte greca, romana, medievale, rinascimentale; l’arte etrusca; l’arte maya | la produzione, lo stile di un artista: l’arte di Caravaggio

(…)

“…Ma quale fu per te il frutto, il significato dell’arte?”

“Fu il superamento della caducità. Vidi che della farsa e della danza macabra della vita umana qualcosa rimaneva e durava: le opere d’arte. Certo anch’esse un giorno o l’altro passano, bruciano o si rovinano o vengono distrutte. Ma ad ogni modo durano parecchie generazioni e formano al di là del momento un quieto regno d’immagini e di cose sacre”.

Rispondere a questa domanda è estremamente complesso, specie per le opinioni discordanti che vi possiamo trovare. Personalmente trovo che la definizione che ne dà Hermann Hesse in Narciso e Boccadoro sia assolutamente illuminante. L’opera d’arte è in grado di far risuonare la voce della sacralità nell’eternità. L’arte esiste da sempre, da quando l’uomo ha sentito l’esigenza di esprimere il proprio bisogno di entrare in contatto con la dimensione dell’invisibile. Una componente primordiale e costitutiva dell’esperienza umana è sicuramente la spiritualità, che l’uomo ha sempre cercato nella relazione tra il proprio essere finito e la dimensione infinita in cui è calato. In ambito artistico, l’uomo ha voluto non tanto dare forma all’invisibile, quanto piuttosto restituire alla forma il senso dell’invisibile, della sacralità che si cela dietro ogni aspetto della vita.

L’opera d’arte è dunque come un “ponte” in grado di tenere insieme due sponde, il visibile e l’invisibile, il finito e l’infinito. L’opera è la soglia dell’irrappresentabile, e il confine tra il mondo reale, e l’oltre immateriale è l’archetipo per eccellenza dell’opera artistica. Essa non può rappresentare l’indefinito, ma solo presentarlo: esprime unicamente il punto di partenza di un processo o di un viaggio nell’invisibilità. Riconoscendo dunque all’opera d’arte la capacità di mettersi in relazione con la dimensione dell’irrealtà, Massimo Recalcati, uno dei più grandi psicanalisti contemporanei, recupera Van Gogh e il suo desiderio di raffigurare la sacralità che si cela dietro il volto del mondo. La tela del pittore olandese è in grado di catturare con grande maestria e sensibilità d’animo la spiritualità dei gesti e dei momenti più semplici della vita dell’uomo. Emblematico è il quadro Sera (da Millet).

Vincent Van Gogh, Sera (da Millet), 1889, olio su tela, 74,5×93,5cm, Amsterdam, Van Gogh Museum

Van Gogh con quest’opera vuole rappresentare l’intimità di una famiglia che ha trascorso una dura giornata lavorando in campagna, e che adesso si concede un po’ di riposo. Sullo sfondo un bambino dorme serenamente, mentre in primo piano la madre si dedica al ricamo e il padre è intento a spezzare la legna per il fuoco. La scena è carica di spiritualità, accentuata dalla luce di una lampada ad olio che illumina la stanza. Ma l’arte di Van Gogh è stata particolarmente influenzata da Millet, considerato dall’artista come una sorta di “padre spirituale”. Le opere del pittore francese sono anch’esse infatti impregnate di una tale sacralità, volta a sopraelevare i gesti e il lavoro dell’uomo, che lo nobilita e gli conferisce dignità. La sua opera più significativa sotto questo punto di vista è Le Spigolatrici.

Jean-François Millet, Le spigolatrici, 1857, olio su tela, 83,5x111cm, Parigi, Musèe d’Orsay

L’opera raffigura tre contadine chine a terra e con la schiena ricurva intente a raccogliere le spighe di grano disperse nei campi dopo la mietitura. L’occhio indagatore di Millet analizza fino in fondo le tre figure, mettendone a nudo ogni dettaglio: pur nascondendone i visi, infatti, ne mette in rilievo i lineamenti grossolani, le mani arrossate e gonfie per la durezza del lavoro, gli abiti poveri, la pelle ustionata dal sole cocente alle loro spalle. Le spigolatrici, pur essendo indubbiamente di bassa estrazione sociale, non sono però prive di dignità: l’opera, infatti, è permeata da una forte carica di sacralità, dovuta ai gesti delle donne e che conferiscono loro monumentalità, quasi una nobiltà.

La grande intuizione di questi due pittori, e non solo, ha permesso loro di percepire con estrema delicatezza come l’uomo sia desideroso di cercare, di rivelare l’invisibile che si cela dietro all’apparenza delle cose. E solo l’artista è capace di entrare in comunicazione con il suo io, con il mondo circostante, rivelando la sacralità stessa della vita. Solo l’artista è in grado di fuoriuscire da stesso e dall’autoreferenzialità dell’arte. Come un “ministro del sacro” può e deve entrare in relazione con il soprannaturale, con l’invisibile, creando un collegamento con il reale.

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