Giuseppe Tucci: la storia, la filosofia e il legame con Leopardi

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Io non mi sento e non voglio essere un intellettuale; mi chiamerò un uomo colto, meglio ancora, come si sarebbe detto un tempo, una persona culta; ma soprattutto vorrei essere un saggio. Vorrei cioè che l’uomo si proponesse quell’ideale antico di equilibrio, di compostezza e di serenità che non dissolve la persona ponendo, per arbitrio, un’attività al di sopra di un’altra, ma le sublima nell’unità dello spirito.

Giuseppe Tucci

Giuseppe Tucci (Macerata 1894 – San Paolo dei Cavalieri 1984), sebbene rimasto negli ultimi anni in ombra nel panorama culturale ed intellettuale italiano, è stato il più grande orientalista ed esploratore himalayano dello scorso secolo. Originario di Macerata, cittadina marchigiana nel cuore della regione, fu, tra l’altro, colui che negli anni Cinquanta diede avvio ed impulso all’archeologia italiana in Asia.

Tutte le Marche, e con loro la sua città natale, non hanno mai riconosciuto i giusti meriti a questo illustre conterraneo, limitandosi ad apporre una targa sulla sua casa natale ed intitolandogli un polo didattico del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Macerata. Per dare una breve idea del suo curriculum e dei molti riconoscimenti che ottenne in vita, basterà ricordare che fu professore di Lingua e Letteratura Cinese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, di Filosofie e Religioni dell’India all’Università di Roma, dal 1929 accademico della Reale Accademia d’Italia, promotore della fondazione dell’ISMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) insieme al suo protettore Giovanni Gentile, di cui fu presidente per moltissimi anni, fondatore del Museo Nazionale di Arte Orientale.

Uomo di grande cultura e dallo spirito avventuroso, ben seppe come unire azione e pensiero, non rinchiuso nell’arida precettistica accademica ed avulso dal reale, ma ben dosando le due componenti, divenendo, come avrebbero detto gli antichi, una persona culta, saggia. Il suo viaggio, fisico e metafisico, scandaglia l’anima dell’Oriente a fondo, ponendola dialetticamente a confronto con un’inquietudine di stampo occidentale, tra viaggi archeologici e di ricerca nella vasta regione himalayana, cadenzati e accompagnati da continue peregrinazioni per tutto l’Oriente, in particolare tra Tibet (compie lunghe spedizioni tra 1929 e 1948) e Nepal (tra il 1950 e il 1955), per effettuare, negli anni seguenti, lunghe campagne di scavi archeologici in Pakistan, Afghanistan ed Iran. Tucci durante questi viaggi scrive molto. Tra i suoi libri più famosi, ricordiamo i sette volumi di Indo-tibetica e la Storia della Filosofia Indiana pubblicata per Laterza, due tra tutta la vasta mole di libri tucciani che andrebbe ristampata e che dovrebbe trovare nuovamente dignità e giusta valorizzazione tra i classici del genere, per la loro profonda vocazione umanistica, letteraria e mistica, che riesce ad armonizzare quei due apparentemente inconciliabili sistemi di pensiero che sono la cultura classica occidentale, greca e latina, e quella orientale. Tucci, infatti, nel sistema culturale italiano ha lasciato un vero e proprio vuoto, provato a riempire solo con sparuti tentativi, in quanto la quasi totalità della sua opera letteraria e scientifica manca nell’editoria italiana attuale, condannandolo ad un oblio culturale ed istituzionale, forse, ironia della sorte, proprio a causa della complessità della sua figura e delle tantissime sfaccettature delle sue opere. E, come scrisse profeticamente, con ogni probabilità il male è proprio qui: “molti uomini di cultura stanno perdendo quello spirito umanistico che fu il vanto dei nostri studiosi”.

Giuseppe Tucci, almeno a dichiarazioni, non si è mai considerato un intellettuale nel senso canonico della parola: considera il termine stesso moderno e di breve tradizione, venuto alla moda proprio quando, nei tempi moderni, si è deciso di abiurare a un’epistemologia della totalità e della complessità, sancendo la vittoria dell’intelletto e del desolato raziocinio sullo spirito, la mancanza di continuità tra uomo e natura, la totale discrasia tra ragione ed anima.

Da amante – ricambiato – dell’Oriente, Tucci non poté non apprezzare le enormi altezze e le infinite vastità della catena himalayana. Come succede a molti illuminati, solo nelle grandi solitudini viene incontro all’uomo il grande meriggio nietzschano, e solo da una totale alterità rispetto alla consuetudine della pianura ci si riesce a sottrarre dal flusso della vita e a guardarlo – veramente – dal di fuori, fissando l’affaccendarsi di uomini che somigliano a formiche, nella solitudine del profeta che si allontana dalla vita proprio per capirla e conoscerla al meglio, tra lo scherno e l’incomprensione degli uomini comuni. E Tucci, quella solitudine che porta a visioni adamantine e supreme rivelazioni l’ha sperimentata fino in fondo, con calma e tranquillità, unendo la sua ascesa fisica a quella spirituale. Da qui, l’indifferenza e anche un nemmeno troppo velato disprezzo nei confronti della scienza e delle sue certezze definitive e prive di poesia, strumento di cui taccia gli Occidentali di grande abuso:

Mi fa paura questo nostro cervello implacabile e freddo come uno strumento chirurgico che seleziona, indaga, scopre e classifica non per ammirare la fascinosa bellezza delle cose intorno a noi dispiegata o per chinare le ginocchia di fronte al mistero che, quanto più crediamo di conoscere, tanto più implacabile incupisce, ma per svuotare il mondo di ogni poesia e di ogni amore. Mi fa soprattutto paura la smania di tutti voler uguagliare e confondere in una desolata uniformità, in cui la libertà creativa dello spirito avvizzisce e muore, questa volontà suicida della personalità umana che pone sugli altari non più Dio ma la massa; che è l’istinto, cioè il caos.

E in effetti, a questo punto, immersi nella società e nella bassa irrazionalità della massa,

Appena questa paura diventa in me più forte io mi rifugio nelle montagne: la montagna mi dà pace, quelle rupi mettono una barriera tra me e il mondo; l’immota solitudine di quelle cime mi pare sorrida alla labile fortuna delle vicende umane che i campi lontani, a valle, sembrano voler nascondere col fogliame degli alberi.

Tucci ben aveva profetizzato la direzione che il mondo, di lì a poco, avrebbe preso.

Quando si pensa alle Marche, un nome risuona altissimo ed immortale, quello del recanatese Giacomo Leopardi. E, a livello di pensiero, esistono delle analogie tra Tucci e il suo conterraneo: entrambi condividono la sfiducia nel progresso, nelle magnifiche sorti e progressive, nelle false consolazioni della religione, nella natura matrigna e nella crudele indifferenza del cielo. Entrambi, da buoni marchigiani, rimangono indissolubilmente legati alla loro terra d’origine, in un legame anche per Tucci, nonostante i suoi assidui pellegrinaggi in terra straniera, mai reciso; alle suggestioni orientali, infatti, si sovrappone a tratti, nei suoi scritti, la dolce nostalgia di un passato sognato e vissuto al tempo stesso, tra l’abbraccio del Mare Adriatico e i Monti Sibillini, nel dolce declinare dei colli, di un’infanzia mite e serena, vissuta a stretto contatto con la natura. Tutti e due questi illustri personaggi arrivano ad arridere la volontà demiurgica dell’uomo, carpendo a fondo l’essenza della labilità delle passioni e la caducità delle vicende umane, anche se gli uomini conservano salda l’illusione di essere i padroni di un mondo del quale non sono nient’altro che ospiti, forse nemmeno troppo desiderati, a sua volta oscuro granel di sabbia, del tutto indifferente agli uomini, come fa notare Leopardi nel suo famosissimo Dialogo della Natura e di un Islandese, nella risposta della prima alle inquietudini del secondo:

Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Tucci, nella sua vita, pur considerandola, similmente alla scienza, una superstizione perniciosissima ebbe diversi rapporti con la politica, sia durante sia dopo il Fascismo, anche se, con ogni probabilità, i suoi legami con il regime furono volti solamente a mantenere il comando delle  missioni in Oriente senza intralci, tanto che quelle del 1929, del 1931 e del 1933 furono autorizzate e sostenute dal Duce, ricordando anche che la fondazione dell’ISMEO insieme a Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione durante il fascismo, risale proprio a questo periodo. Il momento dei difficili rapporti con la politica per l’esploratore venne proprio dopo la caduta del regime fascista, durante il quale era riuscito a mantenere un equilibro passivo, una tacita connivenza: proprio per questo motivo, le interazioni con gli esponenti della classe politica nata dalla ceneri della guerra – che egli criticava senza veli – furono sempre tese, accusandolo in qualche modo di connivenza con il Fascismo.

Ma a Tucci queste prosaiche vicende dovevano sembrare umane, troppo umane, inutili per un animo abituato a scandagliarsi e a porsi profondi e mai risolvibili interrogativi esistenziali, come quel pastore errante dell’Asia, le cui domande ed ansie, il cui anelito d’infinito è stato trasmesso ai posteri da Leopardi in uno dei suoi più bei Canti. Leopardi e Tucci, in effetti, furono entrambi nomadi, l’uno solo esistenzialmente, l’altro anche fisicamente, tra interrogazioni poste ad una luna pellegrina e struggenti ricordi dell’eden della campagna marchigiana, luogo delle origini, che li destinò ad essere grandi e problematici, fautori di un pensiero articolato e talmente intriso di cultura da necessitare continue riscoperte. Per Tucci, il costante contatto con le immensità orientali probabilmente ha significato uno sparire, o meglio un amalgamarsi amorevolmente e senza contrasti, nella frequenza della vita universale, in quella che gli orientali chiamano contemplazione senza volontà e coscienza. Egli, da profondo conoscitore del pensiero filosofico dell’Oriente, è stato uno dei pochi a smascherare la solo superficiale similarità del pensiero filosofico leopardiano con quello orientale: spiega  Tucci, infatti, che l’epistemologia leopardiana si basa, inevitabilmente, su un assetto di pensiero logico di stampo aristotelico, che si basa, essenzialmente, sul principio conosciuto come principio di non contraddizione, per cui tertium non datur. Per Leopardi, probabilmente, l’interesse e le suggestioni asiatiche sono state più dei sogni, realtà vissute sui libri e nel proprio Io – ma non per questo meno reali. Ma queste terre lontanissime, geograficamente e culturalmente, al di là del sole, che il poeta di Recanati riesce a trasfigurare in realtà poetica a sé stante, dotata di propria consistenza ontologica, Tucci le ha esperite in prima persona, viaggiando in lungo e in largo, arrivando, perciò, da premesse simili, a conclusioni diverse. L’esploratore maceratese, infatti, fa notare che nonostante i frequenti paralleli tra Leopardi e la metafisica Buddhista ed Orientale dei Vedanta, le similitudini possono riscontrarsi solo ad un livello di analisi superficiale. Mentre per il poeta recanatese l’infinita vanità del tutto, l’inimicizia, o meglio, l’indifferenza della Natura nei confronti della specie umana è fonte suprema di dolore, per il Buddhismo questa altro non è che la verità assoluta, la rivelazione ultima in grado di condurre al Nirvana. Sulla terra tutto è dolore, morte, tutto è fragile e caduco e, come notato spesse volte da Leopardi, l’uomo, finito, non fa che scontrarsi con il suo costante anelito all’infinito, con la sua smania di attingere l’immenso, sbattendo contro i propri desideri che si susseguono e affastellano, consapevoli che non saranno mai soddisfatti, in un perpetuo scarto tra cose desiderate e vita reale, fenomenica. Ma, per il sistema metafisico Buddhista, ci spiega Tucci:

Tutto è dolore perché tutto è apparente, effimero, caduco e come per Leopardi non ci può essere beatitudine che nell’eterno e nell’infinito – siamo d’accordo -; ma questo dolore nel quale siamo profondati e che ci sommerge, e più agiamo e più ce ne sentiamo sopraffatti, non ha per l’India un’esistenza obbiettiva: esso è la conseguenza fatale di un attaccamento a ciò che non è, ombra della nostra ignoranza, creatura del nostro errore.

Leopardi, invece, non concede all’uomo margine di speranza: il dolore non è effimero, per lui è la sola, unica, inesorabile e tangibile realtà. E non c’è, non può esserci annullamento o Nirvana in grado di alleviare la sofferenza dell’esistere, essendo essa non un’illusione o un preludio ad altro, ma l’unico ed antinomico soffio di imperfetto infinito concesso all’uomo. La metafisica occidentale, che si basa su Aristotele, non può concepire, come invece si fa ad est, che il nulla sia il tutto, contraddizione in termini non incasellabile nelle categorie logiche dello stagirita. E Leopardi, con lei, non accetta questa verità, andando però oltre: quel Nirvana, quell’annullamento cosmico riesce ad intuirlo, in picchi lirici e poetici di grande intensità, ad esempio nel Cantico del Gallo Silvestre o nel conosciutissimo idillio L’Infinito, dove la presenza dell’eterno e delle morte stagioni si fonde con quella della presente e viva, in uno sfondamento e annullamento cosmico spaziale e temporale risolto nella finzione poetica, suprema creatrice e demiurga, in grado di ricreare e plasmare il mondo, farlo migliore di quanto non sia davvero. L’uomo, infatti, per il poeta, non dovrebbe mirare ad alienarsi dal flusso del tempo, ma, al contrario, vivere pienamente e totalmente immerso in esso, essendo kantianamente inconcepibile al di fuori delle categorie a priori di spazio e tempo, ma consapevole che:

Quella verità non benedice, maledice. Maledice perché fa il vuoto intorno e nulla così spaura l’uomo come il vuoto nel quale egli trascina la sua solitudine disperata ed invano lancia i suoi gridi di soccorso.

L’amara riflessione leopardiana, dunque, considera l’inappagabilità della volontà ineluttabile, data da rassegnazione e rigetto per il mondo e per la società così come è, fatta di tante solitudini forzatamente a contatto, che tuttavia non si incontrano e stringono nella social catena auspicata nel suo testamento spirituale. L’angoscia leopardiana, in effetti, rappresenta un grido titanico contro l’essere, denunciando l’inutilità e la vanità di ogni speranza umana e demolendo tutte le certezze del Secolo Decimonono, secol superbo e sciocco. Leopardi, tuttavia, è stato anche il più grande sognatore di tutti i tempi: è colui che ha riuscito a riempire di bellezza e poesia, di magia e stupore un mondo che sembra esserne privo, grazie proprio al più sublime degli inganni concessi all’uomo: la letteratura.

Alla luce di queste considerazioni, è facile comprendere la delusione di un personaggio del calibro di Tucci riguardo la mediocrità, e non in senso latino, dei tempi moderni, vivendoli come un lento e perpetuo Dies Irae che non può che portare all’autodistruzione dell’Umano, inteso nel senso più alto; come biasimare, allora, le sottili invettive ed accuse mosse alla democrazia e alla bassezza politica, alla religione, alla cultura di massa imperante, impersonale e superficiale, omnicomprensiva ed asfittica, fatta di troppo discorrere e poco tacere, di un presente che ha totalmente abiurato ad un’epistemologia della complessità, nel quale Tucci sa, già anni fa, che si troverà dappertutto meno poesia, meno libertà e maggiore diffidenza.

A questo punto, la nostalgia del bel mondo antico è inevitabile, ma può essere cullata dagli interrogativi filosofici posti dai nomadi dell’età dell’oro alla silenziosa luna:

Il vagabondaggio fra i monti, la passeggiata solitaria nel folto dei boschi, le camminate lunghe da paese a paese seguendo la traccia dei greggi sembrano a molti poco meno che estro o posa: e ben capisco come una volta scendendo d’inverno da Collarmele a Sulmona, ed era tutto coperto di neve e il cielo grigio e l’aria freddissima, passando vicino a uno dei paeselli tutti raccolti come per farsi caldo intorno al castello antico, una vecchietta che tornava nel campo con un fascio di legna ci domandasse dove andavamo e lamentasse la nostra miseria che non permettendoci di prendere il treno ci costringeva a quel disagiato cammino.

E giacché sto aprendomi a voi, in questo amichevole colloquio, voglio dirvi che un’altra letizia io trovo in questo vagabondaggio. L’orologio cessa il suo impeto: questo inesorabile distruttore e padrone delle nostre ore più non serve; il tempo è scandito con altri ritmi, è segnato dal silenzioso corso del sole e della luna: le albe ed i tramonti sono i limiti necessari ed assoluti. E diciamo ancor maggior fascino: la vita nomade è soggetta all’imprevisto; a dire il vero tutta la vita dell’uomo è sospesa nell’imprevisto, per sua fortuna forse, perché così si può evadere dalla noia del consueto e del certo che è poco più che morte.

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