Piccoli Omicidi Tra Amici: la moralità ondivaga di Danny Boyle

Questo articolo racconta il film Piccoli Omicidi Tra Amici di Danny Boyle in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Ogni esordio, per quanto brillante, può avere i suoi coni d’ombra. Certo è che Danny Boyle riesce a tessere un commedia nera che studia nel profondo l’indole umana. Un ritratto crudo e meravigliosamente reale di come una buona occasione di realizzazione può renderci creature spregevoli e pronte a tutto.

Piccoli Omicidi Tra Amici potrebbe tranquillamente fare parte di una saga tutta scozzese nei meandri dello sporco che alberga nell’animo, anche se nella sua opera prima Boyle attinge dai Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, vero e proprio padre della letteratura inglese. Quest’ultimo scrisse la raccolta di racconti nel Quattordicesimo secolo, trattando dei buoni sentimenti come l’amore cortese, ma anche delle pulsioni più basilari come l’inganno e l’avarizia. Temi trattati, ovviamente in chiave moderna anche all’interno del film, a dimostrazione che nonostante l’istruzione dei protagonisti e gli svariati secoli di differenza, in fondo l’essere umano è rimasto sempre ancorato ad alcuni istinti deprecabili.

Questa seduta di psicoanalisi dell’indole umana viene sviscerata grazie alla sceneggiatura di John Hodge, che collaborerà con Boyle in molti suoi film, tra cui i due Trainspotting. C’è un cinismo sopraffino emanato dai tre attori “protagonisti”, tra cui spicca un giovanissimo e fluente Ewan McGregor, al suo secondo film e che con Boyle troverà la spinta necessaria per diventare uno dei migliori attori del Regno Unito. Il cast principale viene completato da Kerry Fox, abile manipolatrice, e dall’oscuro Christopher Eccleston, notissimo in patria grazie alla serie della BBC Doctor Who.

La commedia nera orchestrata dal regista britannico sin dall’inizio strizza l’occhio al connazionale Alfred Hitchcock, con un flusso di telecamera che si sofferma sull’importanza dell’amicizia a ben dire di un’aspirante coinquilino, in quello che si rivelerà l’appartamento delle congiure. La allucinata vicenda di Boyle, si confermerà negli anni a venire contribuendo ancora una volta a quella “British invasion” culturale, nata negli anni Sessanta del Novecento.

All’epoca alcuni giudicarono come errore di stile lasciare in tutta questa amoralità della trama, uno spiraglio di morigeratezza nel finale con una lezione intrinseca. In realtà, rappresenta ancora una sorta di valvola di emergenza che avrebbe dovuto fare riflettere maggiormente lo spettatore, ed a vederlo oggi ci porta a fare un rendiconto di come nei decenni precedenti, ancora si desse tanta importanza a certi argomenti.

L’ipnosi metafisica che permea tutto il film, dovuto anche ad una cura dei dialoghi notevoli, alimenta una suspense ai limiti del morboso e che in definitiva risulta addirittura piacevole. Ciò che accelera la disgregazione dell’amicizia dei tre coinquilini è certamente il denaro, questo è vero, in realtà però sarebbe comunque successo per le invidie e le incomprensioni del trio. Alcuni atteggiamenti saltano all’occhio anche nel rapporto che hanno con gli altri: dal comportamento che assumono durante le “audizioni” per il quarto occupante dell’appartamento, all’atteggiamento nei confronti dei camerieri ad una festa. Un classismo becero ed inconsistente che nasconde personalità grette.

La serie di vicende perlopiù convulse, potrebbero ricordare anche il primo Tarantino, entrato di diritto in quel filone che si sviluppò negli anni Novanta, intriso di quel disprezzo per il convenzionale che fece fortuna anche in ambito musicale con le band di Seattle ed un certo tipo di Brit-pop. Il disagio sociale che avrebbe investito tutte le generazioni dopo la fine dei blocchi novecenteschi è tutta spiattellata sul tavolo, ma anche una crescente e riprovevole avidità frutto di un illusorio benessere.

Il film funziona anche grazie alla colonna sonora curata da Simon Boswell, che amalgama perfettamente elementi di musica elettronica a quelli orchestrali. È già presente un’aria “Trainspottingiana” nella pellicola, ce lo ricorda subito la fotografia, Boyle autociterà proprio la sua prima opera con quella dannata bambola meccanica che ruoterà la testa anche durante le crisi di astinenza del caro Mark Renton.

Gli elementi che contraddistinguono l’opera, e la complessità dei conflitti solo sfiorata in poco più di un’ora e mezza, raggiungono comunque il risultato sperato, consegnandosi ai posteri come un piccolo cult di genere. L’esordio di Boyle è già ampiamente maturo, ricordandoci gli innumerevoli lati oscuri di un genere umano sperduto tra l’ansia di realizzarsi ed una moralità che sempre più spesso cozza con le possibilità economiche. 

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