Manlio Sgalambro, il paroliere-filosofo di Battiato

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Come si può essere avversi alla professione filosofica accademica, alla massa o meglio agli altri e allo stesso tempo abbracciare il rock, una delle musiche di aggregazione per eccellenza? Come si rifiuta qualsiasi mestiere fino all’età matura per sposare con entusiasmo giovanile quello di paroliere? Come si diventa apologeti del jazz e della canzone, nonostante l’odio verso la cultura di massa? Tutto questo ce lo spiega Manlio Sgalambro.

Manlio è un filosofo nato a Lentini, in Sicilia, il 9 dicembre del 1924. Un filosofo di fatto, perché non si è mai iscritto alla facoltà di filosofia, gesto da attribuire alla sua avversione per quella che era la filosofia presente nelle università dei suoi vent’anni, quella di Croce e Gentile. Per tutta la sua vita Manlio rifiutò di praticare il mestiere di filosofo, il suo era un disprezzo verso la filosofia accademica che non si accontentò di presentarsi nei suoi scritti (come si sono limitati a fare in molti), ma che si realizzò in quella che fu la vita del futuro paroliere di Franco Battiato. Era convinto che la filosofia non deve collocarsi nell’ambito della cultura e della formazione, essa ha invece il compito di riuscire a pervertire l’essere umano, di riuscire a distoglierlo dall’incantesimo antropocentrico, di fare sì che l’uomo riconosca il proprio essere in quello che lui chiama “l’essere per essere un cadavere”.

Tutto questo è presente nella sua opera nelle vesti di una vastissima costellazione di concetti, tutti mirati a far si che l’uomo prenda consapevolezza della sua condizione di essere piccolo in un universo troppo grande, un universo che in qualsiasi momento può schiacciarlo. Un universo che presenta all’essere umano la sua fine con la morte del sole, un evento che secondo Sgalambro è già nel presente, che si presenta all’uomo come prova della sua piccolezza, del suo compimento nella morte.

Che ruolo ha la musica leggera in tutto questo? Secondo Manlio un ruolo importantissimo. La musica leggera è l’unico fenomeno espressivo capace di restituire compattezza ad una vita frantumata, l’unico fenomeno artistico capace di presentarci la nostra vita per quella che è: una vita dedita allo stordimento, ma per necessità. Una vita che ha un disperato bisogno che tutto, per un attimo, possa riacquisire valore, quel valore che la storia del pensiero ha liquidato e che non può e non deve tornare, ma che può ripresentarsi come una “piccola donna fatta di grazia e di perfidia” per farci sopravvivere un altro po’.

“Nella musica industriale è immanente l’irreversibilità del tempo. Essa è musica entropica, musica che si distrugge da sé. La canzone è la fattispecie dell’autodissolvimento della musica. Eppure ognuna di esse è un’unità sostanziale, un tutt’uno. L’unica forma onesta di “immagine del mondo”

Teoria della Canzone

Secondo Manlio è la musica la guida per il nostro tempo, un tempo in cui le conseguenze dell’inganno metafisico sono state somatizzate a tal punto che l’uomo necessita leggerezza, necessita la voce del cantante per cui “mentre egli canta, tace anche la morte”. La canzone è un “graffio metafisico, una zampata che ti squarcia il petto e tu continui a divertirti, ti agiti ma sai che sei nella melma”, è ciò che permette all’uomo di appannare la sua desolazione interiore e allo stesso tempo ciò che descrive tale situazione, o meglio la attesta con la sua sola presenza.

Identificando il mondo dedito alla morte con un Dio che ci schiaccia Sgalambro suggerisce ai nostri nervi, non tanto saldi, di lasciarsi cullare per un attimo dai suoni distorti delle chitarre elettriche, dalla voce di Jim Morrison, dalla tromba di Amstrong, e dal colpo possente del batterista che si presenta come “il fulmine di Giove” che ci libera dalla paura, che distrugge il cattivo Principio, che distrugge l’armonia che un tempo si ascriveva al mondo. Sgalambro ci invita a sopravvivere nonostante tutto e ci serve i mezzi per farlo: la consapevolezza della nostra morte, del nostro futuro cadaverico, che ci svincola dalle pressioni di infinità e produttività che la cultura ci cuce addosso e la musica come strumento di opposizione alla nostra sorte, come fucina di arti della sopravvivenza.

Questa parvenza di vita
Ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
Non lo merita…
Solo una migliore.   

Breve invito a rinviare il suicidio, “L’ombrello e la macchina da Cucire”, album di Franco Battiato del 1995

Sgalambro ci invita a fare come lui, che dopo 69 anni di isolamento e dedizione intellettuale decise di abbandonarsi, per un po’, alla leggerezza. Ci invita a fare come lui che da quell’incontro con Battiato nel 93’ ha prodotto con il cantautore delle bellissime leggerezze e non contento decise di cimentarsi egli stesso in un album in cui reinterpreta alcune delle sue canzoni preferite. Nel 2001 pubblica infatti Fun Club!, un album prodotto da Franco Battiato e Saro Cosentino, che contiene hit del calibro di La vie en rose  e Me gustas.

“Un alleggerimento che considero doveroso. Dobbiamo sgravare la gente dal peso del vivere, invece che dare pane e brioches. Questa volta, mi sono sgravato anch’io. E poi, la musica leggera ha questo di bello, che in tre minuti si può dire quanto in un libro di 400 pagine o in un’opera completa a teatro.”

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