Tutto quello che “Altri libertini” di Tondelli ha ancora da dire ai giorni nostri

Così è restato cattivo sangue anche se al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.

Se per “politica” intendiamo platonicamente tutto ciò che riguarda la sfera pubblica del vivere sociale, nulla può essere considerato più politico che l’assenza della politica stessa. È a partire da questa chiave di lettura che il 10 febbraio 1980 l’allora segretario dei giovani comunisti Massimo D’Alema dalle colonne dell’Espresso definì Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, pubblicato un mese prima di quello stesso anno da Feltrinelli, un libro politico, in quanto «l’esperienza giovanile che racconta svela una “mancanza” di politica o, se si preferisce, di crisi della politica. 

Fra le miriadi di pensieri e di commenti elaborati intorno al libro d’esordio di Tondelli nel corso del tempo, quella di libro politico appare come uno dei più adatti, soprattutto in relazione alla capacità di Altri libertini di affermarsi come punto fermo della letteratura italiana di quegli anni e, contemporaneamente, di collocarsi al di fuori dal tempo, come un qualcosa destinato a permanere. Romanzo a sei episodi, fondato su una coesione che «ha come filo comune l’esperienza dei giovani degli anni Settanta fra viaggi a Amsterdam e Londra, droga, lotte studentesche, ricerca della propria identità, utopie di libertà», impregnato fino alle ossa della letteratura “emotiva” dei vari Céline, Arbasino, Baldwin, la politicità di quest’opera risiede soprattutto nell’abilità dell’autore originario di Correggio di scrivere tenendo sempre un orecchio sulla strada, captando le pulsioni più ventriche della Periferia profonda e riuscendole a ritrasmettere  ai lettori attraverso una narrativa musicale delle percezioni in cui, come ha fatto notare Mauro Vianello, «il corpo, attraverso i sensi, è il tramite di conoscenza e d’indagine della realtà, il mezzo secondo  il quale il mondo esterno viene percepito e trasformato in scrittura», con la trasmissione che  avviene attraverso un tessuto linguistico carnale e appunto musicale, e una narrazione irriverente e scorrevole ma che procede a strappi e pare possa esplodere da un momento all’altro. L’incipit di Altri libertini è esemplificativo da questo punto di vista:

Questa capacità tutta tondelliana di raccontare la strada attraverso l’utilizzo delle percezioni sensoriali ed emotive ha “politicizzato” una scrittura fondata nella sua origine su presupposti in realtà più letterari che politici (per dirne una, alla domanda di Giovanni Giudici, a cui l’Espresso aveva affidato l’intervista di lancio di Altri libertini, su come Tondelli si collocasse politicamente, la risposta fu: “fuori dei coglioni di tutti”). Per chi scrive sarebbe disonesto dal punto di vista intellettuale anche solo tentare di comprendere le ragioni per cui l’esordio letterario di Tondelli rientri in quella categoria di libri destinati fin da subito a fuoriuscire da un determinato contesto temporale riuscendo a parlare a diverse generazioni di lettori. Secoli di critica letteraria non sono riusciti a spiegare questa sorta di fenomeno miracoloso che accade raramente. Sta di fatto che Tondelli riesce a parlare anche a coloro che non l’hanno mai incontrato e che non hanno mai vissuto il suo tempo, e Altri libertini in particolare è senza dubbio un libro di culto che, nonostante il trascorrere degli anni, continua a essere letto di generazione in generazione, compresa quella attuale di giovani, come una sorta di lettura epica che ha ancora molto da dirci riguardo le contraddizioni ancestrali dell’Italia e degli italiani.

Occorre soffermarsi sul cambio di stagione storica e sui personaggi che la vissero, innanzitutto. Il libro offre il polso di quegli anni molto più efficacemente di qualsiasi manuale di storia o sociologia che si possa leggere. Siamo nel culmine degli anni di piombo, nel momento in cui, dopo l’attentato alla stazione di Bologna, il terrorismo comincerà a declinare, e con esso l’impegno civile che aveva caratterizzato il decennio dei ‘70; inizia così l’era del “trionfo del privato” e del settarismo locale, in cui ognuno persegue l’affermazione di sé e delle proprie ambizioni personali all’interno di un processo di crisi della politica e di sfaldamento del capitale sociale divenuto ormai irreversibile ai giorni nostri. Gli altri libertini di Tondelli sono infatti una calca rumorosa di eroinomani, alcolizzati, spacciatori, omosessuali, microdelinquenti, riuniti al crocevia del Posto Ristoro presso la stazione di Reggio Emilia, tutti dannati della Provincia italiana che, succubi della marginalizzazione sociale, non hanno ideali se non quello dell’assoluta libertà individuale, da tradursi nell’amore libero e senza confini di genere, o persino nella libera scelta di autoannientarsi o di svendersi come merce. Basta abbandonare un qualsiasi centro urbano di oggi per rendersi conto che le nostre periferie sono ancora quelle raccontate da Tondelli, periferie non solo geopolitiche ma anche morali nel loro essere state abbandonate totalmente a sé stesse:

È veramente inutile. Perché a noi non ci frega un bel niente della nostra reputazione, soprattutto in questo merdaio che è Rèz, cioè Reggio Emilia, puttanaio in cui per malasorte noi si abita e che si vorrebbe veder distrutto e incendiato usando come torce i capelli di quelli lì, proprio loro, appunto, i Maligni.

La provincia è dunque una maledizione senza confini, una mancanza che insegue in ogni dove del mondo,  come accade al protagonista di Viaggio e al suo amico Gigi, che trascorrono gli anni della giovinezza fuggendo da Correggio fra Amsterdam, Bruxelles, Milano e Bologna, alternando amori etero ad amori omosessuali, inseguendo non si sa cosa, forse alla ricerca di una propria identità ma senza mai riuscire a staccarsi di dosso quella sensazione di sradicamento e quell’etichetta di italiani provinciali e casinisti, anche se pur sempre brava gente. Sebbene il fenomeno della fuga all’estero non era allora così radicato nella società come lo è oggi a causa delle diseguaglianze sociali e della mancanza di opportunità, un qualunque espatriato italiano dei giorni nostri potrebbe ritrovarsi nella leggerezza di queste pagine che danno forma a uno degli episodi più riusciti del libro, specialmente in virtù dell’andamento ritmico ipnotico e dell’ironia del linguaggio. Come dimostra il finale dell’episodio, potremo fuggire ovunque nel mondo ma alla fine la Provincia ci inghiottirà di nuovo, perché quella è la nostra terra di appartenenza, lì è dove abbiamo radici:

Al Posto Ristoro della stazione di Reggio bevo quattro fernet di fila poi mi metto a fare lo stop verso casa e arrivo che è notte, suono dal Gigi, è lì, ci abbracciamo e “Siamo ancora insieme, vero?”. Agosto scorre lento, solo, la notte a girare per le campagne e contare i pioppi sugli argini e bere. Il Gigi ora starà dormendo, la mia scommessa è persa. Non importa… Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere.

Ma è proprio in riferimento a questa Provincia dannata che si innesca uno degli espedienti più interessanti all’origine dell’arte di Pier Vittorio Tondelli: la sua capacità di “epicizzare”, attraverso la scrittura, i luoghi, le persone e le situazioni più squallide dell’esistenza umana, forgiando una sorta di “epica dello squallore”. A tal proposito, Vinicio Capossela, in particolare nel suo Non si muore tutte le mattine (Feltrinelli Editore, 2004), dedicherà un riconoscimento speciale a Tondelli:

Il primo a farmi capire che era possibile rimodulare il mondo osservandolo con lenti differenti fu Pier Vittorio Tondelli in Altri libertini. Trasformando un luogo in cui passavo indifferentemente tutti i giorni, il Postoristoro della stazione di Reggio Emilia, in un angolo magico ed estremo che cominciai a vedere con altri occhi. Ho iniziato a scrivere canzoni per cercare, proprio come Tondelli, di rendere epiche alcune esperienze della vita che così epiche non erano

È dunque possibile plasmare la realtà attraverso quel sogno ad occhi aperti che è sempre l’arte nella sua forma più pura. Questo messaggio è della scrittura di Pier Vittorio Tondelli il lascito più importante e necessario che abbiamo, specie in questo tempo di “scoramenti” che viviamo noi tutti. Perché sì, una via di fuga dalla dannazione c’è, nella misura in cui possiamo salire in groppa a Ronzinante e partire all’inseguimento di tutti gli odori del mondo, come il protagonista dell’episodio finale dal titolo Autobahn:

Niente male, recuperate venticarte, Faccio il pieno, ronzinante mio si riparte, corriamo dietro al nostro odore avanti. Proprio fortuna sfacciata ma quando uno ci sente che l’odore che serra in pancia è proprio il suo arriva anche la fortuna. Solo questo vi voglio dire credete a me lettori cari, Bando a isterismi, depressioni scoglionature e smaronamenti, Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada. Non ha importanza alcuna se sarà di sabbia del deserto o di montagne rocciose, fossanche quello dell’incenso giù nell’India o quello un po’ più forte, tibetano e nepalese. No, sarà pure l’odore dell’arcobaleno e del pendolino pieno d’ori, degli aquiloni bimbi miei, degli uccelletti, dei boschi verdi con in mezzo ruscelletti gai e cinguettanti, delle giungle, sarà l’odore delle paludi, dei canneti, dei venti sui ghiacciai, saranno gli odoro delle bettole di Marrakesh o delle fumerie di Istanbul, ah buoni davvero buoni odori in verità, ma saran pur sempre i vostri odori e allora via, alla faccia di tutti avanti! Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa!

Si ringrazia il Centro di Documentazione “Pier Vittorio Tondelli” per la documentazione e i video senza i quali questo contributo non sarebbe stato possibile.

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