Come la trilogia Before ha cambiato il modo di fare cinema

Fin dalla genesi del lungometraggio Before sunrise, datato 1995 e tradotto in Italia letteralmente con Prima dell’alba, Richard Linklater aveva in mente di dedicarsi a un progetto di ampio respiro. Il giovane regista, già incline al fronte della sperimentazione, aveva infatti l’intenzione di seguire temporalmente, dalla giovinezza fino alla piena maturità, le sorti sentimentali (e non) di una coppia qualunque.

L’aggettivo “temporalmente” non implica, in questo caso, un’edulcorazione della sequenza temporale come tante volte siamo stati abituati dalle regole cinematografiche. L’ideale a cui si ispira Linklater è assimilabile al canone drammaturgico aristotelico di unità di tempo, di spazio e di azione, senza che tagli, salti o distorsioni di montaggio possano essere dunque contemplati. Questa “schiettezza” narrativa, si ripercuote trasversalmente in tutta la trilogia: stessi interpreti, seguiti a distanza di tempo; stessa introspezione ; stessa volontà di contornare, in tutte le sue sfaccettature, i diversi sentimenti umani. Ecco che l’ovvio invecchiare degli attori, nell’arco di circa vent’anni, rappresenta la dimostrazione incontrovertibile della fatalità del trascorrere degli anni, concetto che Linklater riproporrà anche in altre opere.

Si veda Boyhood, ad esempio, vincitore del Golden Globe nel 2015, che pure nella coralità quotidiana di una famiglia americana raccontata dal 2002 al 2014, ha come protagonisti le metamorfosi, le lacerazioni e la ciclicità di gioie e dolori di dodici anni di vita ordinaria, ma non per questo insulsa.

Non è solo questa distensione quasi paradossale dell’istante cinematografico che ha fatto di Linklater uno dei registi più originali di inizio millennio. La sua attenzione alla quotidianità, all’ordinario, alla futilità degli eventi e quindi alla maestosità dei ricordi, dei sentimenti, e della vita stessa, si ripercuote nell’adozione di tecniche cinematografiche insolite. L’esempio più eclatante è affidato alla sceneggiatura: un flusso di coscienza parlato, senza intoppi e senza pause, che si affida alla naturalezza mimica delle espressioni, all’importanza del gesto, anche solo accennato, all’improvvisazione degli stessi interpreti.

La simultaneità della cinepresa non ha il risultato, come si potrebbe pensare, di un intento documentaristico o di un’opera realista. La coincidenza del tempo della narrazione e del tempo della visione annulla piuttosto l’effetto straniante tipico di gran parte della produzione filmica “classica”, compresa quella più intimista, e include, come mai era successo prima, lo spettatore e gli interpreti in un binario parallelo, sincronico.

Tutto ha inizio con l’incontro fortuito di due viaggiatori in treno, Jesse, venticinquenne statunitense (interpretato da Ethan Hawke) e Celine, ventitreenne francese (Julie Delpy), diretti a Vienna. Entrambi hanno diverse destinazioni, ma decidono, come nella classica delle follie romantiche, di sostare insieme un solo giorno a Vienna. L’ indomani si daranno addio, senza lasciarsi alcun recapito.

In Before sunset (2004), Jesse, divenuto scrittore, si trova a Parigi per presentare il proprio romanzo.  Celine decide di incontrarlo: leggendo il suo libro ha compreso di essere la fonte d’ispirazione della narrazione, che racconta del loro primo incontro avvenuto circa 9 anni prima. Il film dura poco più di un’ora, rispecchiando specularmente, minuto per minuto e parola per parola, il loro ritrovarsi.

Before Midnight, rilasciato nel 2013, continua la sperimentazione della trilogia. Gli stessi attori sono naturalmente invecchiati, e così i loro personaggi, smussati dal tempo e dalle esperienze di vita, in una sorta di bilancio tra delusioni, conquiste e difficoltà, contrapposto idealmente alla leggerezza giovanile del primo incontro.

Quanto  a un quarto capitolo, si vocifera soltanto. Chissà che Linklater decida di regalarci finalmente una (lieta) conclusione.

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