I Brand X e il lato nascosto di Phil Collins

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“I actually can’t play like that anymore”

Era il 1987 quando una delle star più amate ed allo stesso momento odiate della scena pop e rock internazionale pronunciava questa frase.

A dichiarare quelle parole era Phil Collins e le esperienze a cui si riferiva furono quelle dei primi anni con i Genesis e, ancor di più, col progetto parallelo della formazione chiamata Brand X.

Meglio tornare indietro di diciassette anni. Nel 1970, il diciannovenne del Middlesex poteva vantare un curriculum già puntellato di apparizioni cinematografiche e ancora di più musicali tra le quali aver suonato poco tempo prima per la canzone Art Of Dying di George Harrison (!) oltre che aver preso parte ad una tournée europea con la sua prima band, i Flamin Youth.

Nello stesso anno, Collins, poco più che maggiorenne, possedeva dunque quel carisma sufficiente per poter partecipare alle prove come recluta del prossimo batterista dei Genesis svoltosi direttamente a casa dei genitori di Peter Gabriel nel Surrey.

L’assunzione scontata di Phil Collins come batterista (e poi cantante) nei Genesis viaggiò parallela per un decennio al corso di un’altra band, i Brand X. Tantissimi furono gli impegni sia in termini di tempo sia dal punto di vista mentale e creativo che i Genesis dettavano al giovane Collins. Nonostante ciò, la fame musicale esternata dai componenti fondanti i Brand X passò oltre ogni impedimento o evento commerciale nell’arco di tempo che va dal 1975 al 1980.

La nascita dei Brand X viene fatta risalire ufficialmente un anno prima dell’uscita del primo album della band Unorthodox Behaviour nel 1976, mentre la collaborazione tra i membri fondatori era iniziata già da un paio di anni prima. La lineup di Unorthodox Behaviour, album che nel corso degli anni diventò uno dei riferimenti nel mondo super vitale del fusion e del jazz rock degli anni ’70, era composta oltre che da Collins alle percussioni anche da John Goodsall alla chitarra, Robin Lumley alle tastiere e da un bassista enorme come Percy Jones.

I Brand X così ricreati rappresentarono un’entità completa, essenziale oltre che più concisa possibile all’interno del pianeta fusion: un percussionista influente ed eterogeneo che non disprezza l’improvvisazione ed i tempi sincopati e dispari, l’accompagnamento suadente delle tastiere, la presenza della chitarra elettrica perennemente in chiave solista e delle linee di basso protagoniste, complicate e virtuose.

Attorno a questa configurazione vennero alla luce dai Brand X ben sette album tra il 1976 ed il 1982. Il primo del lotto, nonché il più apprezzato dalla critica fu come già introdotto Unorthodox Behaviour. Il singolo di maggior successo estratto da questo lavoro – oltre che traccia d’apertura – Nuclear Burn è la copertina stilistica dell’estro dei Brand X: un incipit tra il melodico e l’atonale del basso fretless di Jones si contrappone all’improvvisazione delle percussioni in chiusura del pezzo. La chitarra fa da legame ai due antagonisti batteria-basso tra un tocco graffiante di funk accelerato ed accordi più orecchiabili a metà pezzo.

Il secondo album, Moroccan Roll, è invece uno statuto alla concezione di come la musica fusion sia idonea nell’adattarsi a variegate scenografie stilistiche. In questo caso, l’ambientazione tra il magreb della musica, la direzione induista tracciata dal testo sanscrito cantato da Phil Collins nella traccia di apertura Sun In The Night più il sitar di Goodsall portano direttamente l’ascoltatore sul suolo di una terra non identificata tra Oriente e mondo Arabo. Moroccan Roll, gioco di parole che sta dietro alla frase “more rock and roll” restituisce l’idea che i Brand X avevano nella definizione del loro concetto di rock and roll appunto. Un’idea originale senza confini e probabilmente nata in maniera spontanea. Marimba, autoharp, clavinet, tapping, slap bass ed indecifrate percussioni avvolgono la musica di Moroccan Roll all’interno di un genere esotico, stravagante, complesso e dunque affascinante.

Subito dopo la registrazione di Moroccan Roll, l’onda Genesis chiamò verso di sé ed a gran voce Phil Collins cosicché per la terza uscita dei Brand X, sul finire del 1977, nelle sedute live tenute tra il Marquee Club, il Ronnie Scott’s Jazz Club e l’Hammersmith Odeon di Londra il batterista non figurerà alla batteria in due delle cinque tracce registrate direttamente live. In Livestock dunque – raccolta di pezzi\jam live – fu comunque degnamente sostituito da Kenwood Dennard batterista jazz che annovera esperienze artistiche insieme ad icone come Jaco Pastorius, Miles Davis, Quincy Jones, Marcus Miller, Dizzy Gillespie e Pat Martino. Questi erano i Brand X: una fusione di eccellenza nell’arte dell’improvvisazione.

Ma gli impegni dei Genesis esplodevano nel frattempo sempre di più. Il 1978 è il primo anno infatti in cui Collins dovrà abdicare quasi totalmente il gioco-arte dei Brand X. In tour da Marzo a Dicembre con i Genesis tra Europa, Nord America e per la prima volta in Giappone, l’album Masques vedrà a suo posto la coppia Murris Pert e Chuck Burgi. Nonostante la presenza di quest’ultimo, batterista conosciuto soprattutto nell’ambiente hard rock (note sono le sue apparizioni con i Blue Öyster Cult e Billy Joel) l’album rimane saldamente vincolato al mondo della free jam. Le tracce  Black Moon e Deadly Nightshade sono un perfetto connubio tra improvvisazione, ritmica e virtuosismi. L’assenza di Collins non si è fatta sentire come l’élite dei fan del tempo potevano (giustamente) temere.

Il ritorno di Phil Collins, comunque, sancirà l’anno successivo il quinto album dei Brand X intitolato Product. Le novità di quel 1979 si condensarono verso avventure strumentali come quelle raccontate dalla traccia “Wal To Wal” dove Collins si diletterà con la drum machine Roland mentre decide di riprendere in mano il microfono nelle successive Don’t Make Waves e Soho. Product è difatti l’album che vede il Phil Collins più genesizzato nella discografia dei Brand X.

Il successivo Do They Hurt? del 1980 conferma la tendenza più rockeggiante e melodica degli ultimi Brand X anche se pur sempre predisposti al mondo jamming tra un mix di passi più orecchiabili ed uno sfolgorio strumentale che difficilmente passa inosservato. Purtroppo, però, a detti di molti critici e fan, Do They Hurt? sembra mostrare uno stile ormai scollegato dalle ispirazioni musicali che avevano portato i Brand X alla nascita.

Le stesse critiche vennero mosse anche verso l’ultimo album dello storico trittico 1976-1982. Il conclusivo Is There Anything About? fu pubblicato due anni dopo che i Brand X nella loro formazione storica si sciolsero e cioè proprio nel 1980, nonché subito dopo la pubblicazione di Do They Hurt?.

La storia più recente racconterà che la band tornerà a pubblicare due nuovi album negli anni ’90 e ’00 ed ovviamente si parlerà sempre di musica dal virtuosismo eccellente. Phil Collins, oramai star di livello mondiale, aveva intrapeso strade che lo portarono nell’olimpo del mondo pop e rock in quei decenni. Ecco quale fu la genesi della frase introduttiva “I actually can’t play like that anymore“.

Il successo stravolgente nel 1989 di Another Day In Paradise, se confrontato in termine di genere con quanto precedentemente analizzato con i Brand X, ne è la prova conclusiva.

Chissà se anche Percy Jones, intervistato magari durante la seconda era recente dei Brand X, avrebbe anche lui alla fine affermato:

“I actually can’t play like that anymore”

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