Tregua e la latente attualità di Renato Zero

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Sono le quindici in punto di un giovedì di quarant’anni fa quando un giovane uomo parcheggia la sua nuova Morgan quattro cilindri nei pressi di Piazza Euclide. Sta percorrendo a piedi il breve tratto di strada che conduce ad un prestigioso studio di registrazione. Siamo nel maggio del 1980 ma dell’avvento del nuovo decennio non se n’è accorto nessuno: una partita a flipper costa ancora 100 lire, una Fiat Panda 3 milioni e 700 mila, un litro di Super 715; la Juventus sta nuovamente vincendo il titolo di campione d’Italia. I Bot rendono il 16% lordo e Francesco Cossiga è stato eletto tredicesimo Presidente del Consiglio. Sono trascorsi due anni dal rapimento Moro e nelle città italiane sono presenti ovunque le tracce del piombo scaricato nel decennio precedente. Se a terra le troppe automobili iniziano a rappresentare più di un problema, nei cieli azzurri del Belpaese gli aerei volano ancora alti: vantiamo due compagnie di bandiera, l’Alitalia e l’Itavia. Si naviga prudentemente a vista, all’orizzonte non s’intravedono nuove stragi, niente che possa turbare la società italiana, che è uscita dilaniata dai veleni deldecennio lungo del secolo breve. Gli italiani cercano una svolta, sociale e politica. Si pensa di più al divertimento e molto presto espressioni come “anni di piombo” o “strategia della tensione”, potrebbero diventare un lontano ricordo.

Il giovane uomo incede nervosamente, è lievemente ingrassato, indossa un coordinato attillato color nero e fucsia, fatto di velluto e cotone, arricchito da inserti floreali che richiamano quelli degli stivaletti, realizzati con il medesimo motivo. Spegne la sigaretta e saluta il manager che è ad attenderlo sulla porta d’ingresso. Entra, c’è penombra, ma i vistosi occhiali scuri restano sul viso a coprirgli lo sguardo. Questo giovane uomo è il cantante romano Renato Zero. Non ha nemmeno trent’anni ma vanta già una ragguardevole discografia e un pubblico adorante. È affiorato dai cementi suburbani del quartiere della Montagnola, ha attraversato in semiclandestinità i quartieri più conservatori della Capitale, è passato per il Piper, fucina per dioscuri dell’avanguardia beat, pop e progressive, ed è approdato quasi inevitabilmente alla RCA.

In tre anni ha bruciato tutte le tappe e ha già conquistato almeno due tipi di pubblico. Dal primo e lontanissimo esordio di No, mamma no! (prima ritirato dalla distribuzione e poi ristampato nuovamente sull’onda di un successo travolgente) e di Invenzioni, dove ha cercato di ritagliarsi uno spazio proprio puntando ad un target che fa del gusto per la trasgressione e per la diversità ostentata, il mezzo per la propria autorealizzazione, ottiene il primo vero successo con l’album Trapezio. Ha inventato una poetica nuova che è divenuta una psicosi collettiva. Nel 1977 è infatti esplosa in forma epidemica la Zerofobia, per elaborare la quale occorre metabolizzarne ansie e frustrazioni, evocate dal cantante con un pathos quasi liturgico.

Zero, trasformista per vocazione, si mette alla ricerca di uno spazio più grande, una casa tutta propria, dove vivere a modo suo ospitando le migliaia di adepti che giungono a lui da tutta Italia. Nel 1978 esce Zerolandia, album ricco di suggestioni e di misticismi metropolitani che si manifestano in modo ancor più coinvolgente in Erozero, pubblicato l’anno successivo, nel quale l’artista percorre itinerari nuovi, approfondendo tematiche di stretta attualità quali l’emarginazione delle masse, delle periferie e dell’ecologia in sofferenza, soffocata dall’industria pesante e dallo spettro nucleare. Se nei primi quattro album la comunicazione è sempre stata al singolare, “io tu, da me per te”, e rivolta a un target più progressista e trasgressivo, con Zerolandia Renato Zero ha innalzato il livello della comunicazione, passando all’ “io voi, da me per voi”, cercando di estendere la propria sfera di influenza su masse più ampie e diversificate.

Nonostante qualcuno ancora lo consideri – come qualche dirigente in casa Rai – “seducente ma ambiguo e dunque pericoloso”, il carisma di Renato Zero è arrivato a tutti. I suoi dischi sono passati alle radio e sono primi nelle classifiche, ogni nuovo LP diventa un evento, i concerti registrano il tutto esaurito. Frotte di adolescenti, di tutti i ceti, non di rado accompagnati dai genitori, si presentano ai suoi concerti dando vita ad una platea eterogenea e molto coinvolta. Ha con sé una cartellina, decorata semplicemente con adesivi e scritte fatte con un pennarello. Per la prima volta la casa discografica gli ha messo a disposizione le tecnologie e la raffinata eleganza dello Studio Forum di piazza Euclide. Percorre il lungo corridoio insonorizzato da un’elegante moquette bordeaux e alle cui pareti sono incorniciate le copertine degli artisti che hanno vi lavorato, Ennio Morricone, Amalia Rodrigues, Fabrizio De André.

Renato Zero non fa parte della cosiddetta colonia romana e non è politicamente schierato. Non appartiene a nessuna élite del cantautorato nazionale, l’eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni, e non può nemmeno esser definito propriamente un cantautore, perché spesso si avvale di autori che gli consentono di elaborare le sue trasformistiche performance, quelle atmosfere notturne con cui incanta e trascina lo spettatore ricreando – all’interno del tendone di Zerolandia – una sorta di Cirque du Soleil ante litteram. Dal 1974 ha vissuto ogni singolo giorno della sua vita con una determinazione da maratoneta. Ha vinto molte medaglie, ha stabilito alcuni record ma ha commesso un grave errore: non è riuscito a tener separato l’artista dall’uomo. L’uno e l’altro sono praticamente la stessa cosa. Questo ha significato vivere senza più pause, senza più la libertà di sottrarsi alla morsa del pubblico che è diventata sempre più stringente. Zero si divide, ormai senza soluzione di continuità, tra sale d’incisione, tournee, interviste alle radio, set fotografici ed infine perfino il cinema.

Ciao Nì è un mezzo fiasco, perché la magia di Renato Zero non può essere incapsulata in una sequenza di fotogrammi ma deve pulsare dell’energia che l’artista irradia dal vivo, quando diventa un animale da palcoscenico, cantando e ballando con la voce e con il corpo, effettuando innumerevoli metamorfosi attraverso le decine di abiti di scena che alterna durante le tre ore di ciascuna serata. Oltre al tempo trascorso sul palco, Renato deve sottoporsi a lunghe sessioni di trucco e parrucco. Ha quasi trent’anni ma è come se ne avesse vissuti il doppio. Da qualche mese ha perduto il padre Domenico, un agente di pubblica sicurezza, che a dispetto della severità che sarebbe stato lecito attendersi da un uomo in divisa, ne ha sempre assecondato la vocazione artistica e la tendenza ad agire sopra le righe. Zero coglie per primo le suggestioni del cambio di decennio e prende la palla al balzo per un colpo di teatro. La sua immagine subirà una trasformazione, un’evoluzione lenta ma irreversibile, verso una “normalizzazione” scenica, nella ricerca definitiva di un di look che potrà esprimerne al meglio proposte e speranze.

Ha moltissimo materiale nella cartellina, anche qualche scarto degli album precedenti. Per un pezzo prova un’attrazione fatale, per via del richiamo struggente e nostalgico all’adolescenza che ha scelto di interrompere troppo prima del tempo per inseguire le luci dello spettacolo. La canzone dovrà uscire come singolo, per fare da apripista all’album che verrà presentato il mese successivo. Se per i precedenti singoli Renato irrompeva con la sensualità della notte, del mistero e dei lustrini di Mi Vendo, o con l’oltraggiosa euforia del ménage à trois di Triangolo – pezzi “veloci” che strizzavano l’occhio alle atmosfere della disco-music – il nuovo 45 giri Amico ha un incipit quasi sommesso, un dolente preludio di pianoforte, monotono ed ipnotico, su cui si alternano solo due note:

“il sole muore già, e di noi questa notte avrà pietà..”

Inizia Renato quasi a capo chino, come prendesse man mano consapevolezza che la leggerezza della sua gioventù sta volgendo al termine.

“..il tempo ruba i contorni a una fotografia..”

Per cinque anni ha vissuto come se fosse il padrone assoluto del suo destino ma adesso si scopre solo e impaurito e per la prima volta chiede aiuto:

“Resta, amico accanto a me..”

 cui fa subito seguito

“..teniamoci forte e lasciamo il mondo ai vizi suoi”

Cerca la sicurezza nelle speranze di ieri:

“..sarà tornare ragazzi e crederci ancora un po’..”

Ha ritrovato il suo amico d’infanzia e comprende che questi l’ha accolto, adesso può finalmente parlare dei bei tempi andati:

“E ti ricorderai, del morbillo e le cazzate fra di noi..”

Fino a voler cercare risposta a qualche vecchia questione rimasta irrisolta:

“..la prima esperienza fallimentare, chi era lei?..”

Ora ha ripreso coraggio e si rialza, si è scrollato di dosso un fardello angosciante, è sospinto dalla musica che lo traina in crescendo, si riappropria del suo ruolo di guida, tornando a catechizzare urbi et orbi:

“E tu ragazza, pure tu..”

Renato il trasgressivo, il travestito, l’ambiguo, il rivoluzionario, rivela istanze insospettabilmente reazionarie,  già anticipate anni prima nel suo manifesto antiabortista, la struggente e introspettiva Il Cielo:  

“..ritorna a pensare che sarai madre, ma di chi? Di lui che è innocente..”

La ballata si avvia alla conclusione, la voce è rasserenata ma si avverte ancora tensione e paura del distacco, e la conclude con il modus un po’ sgangherato del gergo giovanile dell’epoca:

“..il più fico amico è.. chi resisterà ..?”

Il brano venne completato e inciso in pochi giorni, per lasciare spazio alla produzione del resto del disco.

La metamorfosi che Renato Zero ha avviato su sé stesso sta prendendo forma più velocemente di quanto lo stesso artista ed il suo entourage avessero preventivato. Un’evoluzione radicale e senza ritorno, sia musicale che di immagine, non poteva prescindere dal cambio delle copertine dei dischi.

Forse mai come per nessun altro artista una parte cospicua del successo della sua immagine, infarcita di citazioni ricche di fascinoso mistero, impertinenti curiosità e irresistibili seduzioni, è passata per l’obbiettivo del suo fotografo. Gli scatti che Arpad Kertesz aveva realizzato per le copertine dei suoi dischi contenevano tutti questi elementi. Su Invenzioni, l’album del debutto, aveva ritratto lo sconosciuto cantante facendogli indossare una divisa militare proveniente da un esercito fuori dal tempo, concentrandosi sullo sguardo che tradiva uno stato di insofferente impazienza. Su Zerofobia – probabilmente la copertina che esemplifica al meglio tutta la macro-scrittura zeriana – l’artista è ritratto in tutta la sua avvenenza, metà mago, metà dandy, sfoggiando un mantello che sarebbe piaciuto a Oscar Wilde.

Per il singolo Amico (e per la veste grafica dell’album che sta prendendo forma) è stato contattato il giovane ritrattista mantovano Giovanni Barca. Questi è un debuttante assoluto, ha soli 24 anni, ed è per lui l’occasione della vita. Scende appositamente a Roma dove ritrarrà il cantante, raffigurandolo a mezzo busto in abiti medioevali. Un ritratto realistico e dalle forme rassicuranti, soprattutto per il nuovo target che sembra voler raggiungere l’artista.

Un artista formato famiglia, in grado di intercettare incondizionatamente i sentimenti semplici, piccoli e per questo importanti, dei vari percentili della popolazione italiana. Nessun riferimento, nessun modello, nessuna politica, nessuna cultura, nessun riferimento esplicito alla diversità ma allo stesso tempo nessun qualunquismo. È questo il new deal zeriano, e a questo punto occorre passare dalle parole ai fatti. “Niente trucco stasera” promette in una delle canzoni contenute nel nuovo album. Sulla copertina dallo sfondo giallo Renato sorride convinto, apparendo decisamente ingrassato e acquisendo una nuova bonarietà. La foto all’interno è ancora opera del fotografo di origini ungheresi ma appare come un corpo estraneo al resto dell’album, lasciando il retrogusto un po’ amaro di una session fotografica avvenuta parecchio tempo prima.

La produzione di Amico venne completata nel mese di maggio del 1980. La traccia venne registrata a Roma allo Studio Forum, poi mixata allo Studio Idea Mix di Milano e infine trasferita su disco dallo specialista di punta della RCA, Marcello Spiridioni.

Contrariamente a quanto si era ipotizzato, Amico uscì come singolo solo successivamente (in agosto), mentre l’album Tregua andò in distribuzione a metà giugno. Prudenzialmente, la produzione decise di spacchettarlo in tre versioni, per andare incontro alle esigenze (e alle finanze) dei fans. Tregua I, Tregua II e il doppio Tregua I e II, nel quale viene inserito in omaggio il poster autografato da Renato Zero riportante anche la firma di Giovanni Barca, adagiata sul fianco sinistro del soggetto ritratto.

Un totale di 18 brani per il primo doppio album che l’artista dedica pubblicamente a suo padre. A tratti retorico, autoreferenziale e spesso sgrammaticato, nell’album vengono affrontate tematiche sempre più scomode e ingombranti, quali la crisi della famiglia e della fede, quelle dei rischi derivanti dall’uso di stupefacenti, dell’aborto inteso come pianificazione familiare, dell’ecologia, dell’uso delle armi, fino alla questione aperta sull’abolizione della caccia.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del doppio album, il 27 giugno, un DC-9 dell’Itavia con a bordo 77 passeggeri e quattro membri dell’equipaggio, decollato alle ore 20.08 dall’aeroporto di Bologna e diretto a Palermo, scomparve dai radar alle ore 20.59 tra Ponza e Ustica, assieme alla vita di 81 persone. Il 45 giri Amico uscì qualche giorno successivo alla Strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, dove rimasero uccise 85 persone e altre 200 vennero ferite. Ci accorgiamo, dopo quarant’anni, che le tematiche di oggi sono quelle di ieri, anestetizzate dalle tecnologie e dai nuovi ammortizzatori sociali, ma sempre latenti e pulsanti.

Riascoltandolo oggi, il disco appare più moderno di quanto non apparisse allora. In questo Renato Zero è un maestro, nell’arte dello sconvolgimento dei ruoli e del tempo, delle apparenze, delle illusioni e delle certezze. Dall’alto dei suoi quasi settant’anni e con la saggezza dei suoi kili accumulati, Zero è pronto a giurare che non esiste un rischio-zero per nessuna patologia del corpo e dell’anima. Chiuso anch’egli nel suo lockdown sta sicuramente osservandoci da dietro una tenda, alla ricerca dell’ennesima metamorfosi. Non ci resta che attendere gli sviluppi.            

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