Le migliori canzoni per (ri)scoprire Kate Bush

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Ecco qualcuno che non ha paura dei libri, che non ha paura di leggere, che non ha paura degli scrittori, che non ha paura di essere una porta tra il mondo dei libri e quello del rock

Neil Gaiman, scrittore

Una voce celestiale e una capacità innata di raccontare, quasi sempre con un punto di vista femminile, storie sia inventate di sana pianta che ispirate a libri o a vite di altri: sono queste le due qualità che hanno garantito l’ingresso nell’olimpo della musica a Kate Bush, da sempre allergica ai riflettori e lontana dalle manie di protagonismo che invece caratterizzano tanti suoi colleghi. Sì, la riservata cantautrice che da piccola voleva studiare psichiatria è senza ombra di dubbio uno dei mostri sacri che non hanno semplicemente avuto una carriera piena di gratificazioni, ma hanno anche rivoluzionato il panorama musicale. Non che a Kate importi di tutto ciò, beninteso. Come non deve esserle importato granché quando, nel 1993, la critica ha fatto a pezzi The Red Shoes, il suo unico album degli anni ’90 e, siamo sinceri, non tra i più riusciti, benché apprezzato dalla maggior parte dei fan. Ma, come si può facilmente pensare, quando la critichi, sia nel bene che nel male, Kate è già altrove, in qualche angolo della sua mente, così insolita e creativa. Scrive, canta, suona e balla per esprimersi. Il resto, se non è superfluo, viene comunque dopo.

Non è facile scegliere, tra le tante possibilità, i brani che meglio definiscono (sempre che questo sia possibile) lo stile unico di un’artista che è stata fonte di ispirazione per molte altre, tra cui Björk, Tori Amos e la più recente Lady Gaga. Certo è che, per immergersi completamente nelle canzoni che seguono, bisogna essere pronti a lasciarsi incantare e aspettarsi di tutto. Cominciamo.

Moving

L’anno è il 1978. L’album, The Kick Inside, è il primo. Kate Bush ha 20 anni, e come apertura al suo primo disco sceglie un brano da dedicare al suo maestro di danza e mimo Lindsay Kemp, che un giorno si ritrova l’album sull’uscio di casa, a Londra. È il tributo di un’allieva al proprio mentore, una figura fondamentale per la sua crescita espressiva.
Il canto di balene con cui si apre la canzone è preso dalle registrazioni del biologo Roger Payne.

Moving liquid
Yes, you are just as water
You flow around all that comes in your way
Don’t think it over
It always takes you over
And sets your spirit dancing

The Man With The Child in His Eyes

Stesso album, tema completamente diverso. Il testo, scritto da una Kate poco più che bambina, descrive la visione che la giovane aveva degli uomini: adulti che conservano la propria parte infantile, incline al gioco e allo stupore.
È una delle 14 canzoni che convincono David Gilmour a “regalare” la cantante, allora quindicenne, alla casa discografica EMI e, di conseguenza, al mondo.

I hear him
Before I go to sleep
And focus on the day that’s been
I realise he’s there
When I turn the light off
And turn over

Babooshka

Primo singolo di Never For Ever, uscito agli albori degli anni ’80. Kate Bush, intanto, ha fatto amicizia con Peter Gabriel, che la introduce all’uso del Fairlight, prototipo dei sintetizzatori digitali. Babooshka è spiazzante già per il titolo. È una parola russa (scritta “babushka”) che significa sia “nonna” che “foulard”, precisamente il pezzo di tessuto con cui alcune anziane signore, facendo un nodo all’altezza del collo, sono solite coprirsi la testa.
La canzone racconta la storia di una donna decisa a mettere alla prova la fedeltà e l’interesse del marito, al quale comincia a scrivere lettere firmando col nome Babooshka, una ragazza più bella di lei. La moglie, amareggiata, arriva a pianificare un incontro tra la giovane e il coniuge, inesorabilmente attratto dalla nuova fiamma, nella quale rivede il fascino che la consorte, ormai, non ha più. Matrimonio rovinato? Il rumore dei vetri che si frantumano, sintetizzato col Fairlight, e il colpo di spada alla fine del video non promettono niente di buono.

She wanted to test her husband
She knew exactly what to do
A pseudonym to fool him
She couldn’t have made a worse move

Army Dreamers

La critica di Kate alla guerra. Stavolta il suo alter ego è una donna che aspetta che il figlio ritorni dal fronte. Purtroppo, non lo rivedrà mai più, perlomeno non vivo. Il suo corpo, riportato a casa da “quattro uomini in uniforme”, è freddo: ecco un’altra delle troppe vittime di una delle piaghe di ogni tempo.

(What could he do? Should have been a rockstar)
But he didn’t have the money for a guitar
(What could he do? Should have been a politician)
But he never had a proper education
(What could he do? Should have been a father)
But he never even made it to his twenties
What a waste
Army dreamers
Ooh, what a waste of
Army dreamers

Breathing

Facile come respirare, così dice qualcuno. Certo, a meno che le radiazioni non contaminino l’aria fino a renderla mortale. Breathing, sulla scia del brano precedente, ci illustra la poetica sociale e ambientalista dell’artista, che in questo caso si immedesima in un feto in qualche modo consapevole di ciò che succede oltre l’utero: lo sfascio di un mondo devastato da una guerra nucleare. Meglio non uscire, meglio restare al sicuro.
Qualche anno dopo, in un’intervista, Kate si dice preoccupata della possibilità che le grandi potenze impieghino armi nucleari in un nuovo scontro mondiale. Sono gli anni ’80, c’è ancora la Guerra Fredda, una paura del genere è più che giustificata. Poi, nell’86, l’inferno di Chernobyl; pur non trattandosi di un incidente bellico, rende la canzone una macabra profezia.
Per creare l’atmosfera cupa, la cantautrice dice di essersi ispirata a The Wall.

Outside
Gets inside
Through her skin
I’ve been out before
But this time it’s much safer in

The Dreaming (in origine Abo Song)

La canzone che dà il nome all’album dell’82, il primo completamente auto-prodotto dalla cantante e il più coraggioso e discusso della sua intera carriera. Lei stessa lo ha definito il suo mad album, l’album pazzo, fatto di suoni celtici e pezzi sperimentali come questo, che vede tra i collaboratori un suonatore di Didgeridù (un antico strumento aerofono aborigeno) e un ornitologo che imita i versi di uccelli e pecore.
Di nuovo la guerra, di nuovo la questione nucleare. The Dreaming ci porta in Australia, nelle terre degli aborigeni, distrutte da australiani bianchi alla ricerca di uranio.

In the morning
(Coming in with the golden light)
Is the New Man
(Coming in with the golden light)
Is my dented van

Cloudbusting

Una persona che aveva in programma di studiare la psiche umana non può lasciarsi scappare l’occasione di parlare del rapporto tra un padre e un figlio, che in Cloudbusting sono rispettivamente lo psicanalista Wilhelm Reich e il figlio Peter. Per una volta, Kate Bush assume il punto di vista di un uomo. Quello di Peter, appunto, che ricorda i momenti passati col padre nella fattoria di famiglia a “spaccare” le nuvole con il cloudbuster, una macchina progettata dallo studioso per far piovere. Reich era convinto che l’universo fosse governato da un’energia, l’orgone, e che manipolandola e controllandola si potessero capire a fondo le malattie mentali e persino scatenare fenomeni atmosferici.
La traccia, contenuta nell’acclamato Hounds of Love, è universalmente riconosciuta come uno dei capolavori della cantante. Si tratta, tra l’altro, di una delle canzoni preferite del frontman dei Cure, Robert Smith.

But every time it rains
You’re here in my head
Like the sun coming out
Looks the sun coming out
Ooh, I just know that something good is going to happen
And I don’t know when
But just saying it could even make it happen

The Sensual World

La celebrazione dell’essere donna. Nell’89 Kate ha 31 anni, e lo è a tutti gli effetti. The Sensual World è l’ultimo dei suoi album “storici”, dopo il quale, complici vicende personali come la morte della madre, comincia un periodo di graduale allontanamento dalle scene, che si fa deciso dopo lo sfortunato The Red Shoes.

Veniamo al dunque. The Sensual World, il brano, è un omaggio all’Ulisse di James Joyce, la reinterpretazione del monologo interiore di Molly Bloom con cui si conclude il romanzo. È la continua ripetizione della parola yes, per lo scrittore irlandese la parola femminile per eccellenza; è un’esplosione di desiderio: Molly accoglie l’amato Leopold nel suo letto, Kate riscopre le proprie radici irlandesi e mostra, senza alcun timore e senza perdere l’eleganza, tutta la sua sensualità, finalmente matura.

He said I was a flower of the mountain, yes
But now I’ve powers o’er a woman’s body, yes

This Woman’s Work

A questo punto, il nostro excursus nel mondo di Kate Bush può solo finire con una canzone sulla maternità, coerentemente posta tra le ultime dell’album succitato. Incredibile, ancora una volta, la destrezza con cui l’artista affronta qualcosa che, almeno nella vita quotidiana, non ha ancora vissuto. Non diventerà madre, infatti, che nel ’98.

In This Woman’s Work, scritta per il film She’s Having a Baby (in italiano Un amore rinnovato) e basata sui minuti finali di quest’ultimo, è di nuovo (e stavolta a sorpresa) un uomo che parla, un marito in attesa che la moglie partorisca. Le cose, però, si complicano. È una gravidanza difficile, c’è stato un problema inaspettato durante il travaglio. Il sogno del futuro si trasforma in un incubo. L’uomo, impotente di fronte alla situazione, può solo pregare. La voce della cantante, tremante e dal tono drammatico, ne trasmette perfettamente la paura di perdere le due cose più importanti della sua vita.

I should be crying, but I just can’t let it show
I should be hoping, but I can’t stop thinking

* * *

L’assenza di Wuthering Heights e Running Up That Hill dalla lista, se qualcuno se lo stesse chiedendo, non è puramente casuale. Rientrano di certo tra i lavori più importanti di Kate Bush, ma lo scopo di questo articolo era presentare la sua musica a chi se l’è persa per strada o, più semplicemente, non ha mai avuto l’interesse o l’occasione di approfondirla. E non c’era modo migliore di farlo che concentrandosi su brani meno conosciuti. Anche Kate approverebbe. O almeno credo.


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