Dov’è Il Mio Corpo? Ovvero dell’importanza del toccarsi

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Sono giorni di arresto e di sospensione quelli che tutti stiamo vivendo a seguito dell’emergenza sanitaria mondiale. Ogni cosa, dalle attività lavorative fino a quelle ricreative, ha dovuto rallentare la sua corsa nel mondo fino a fermarsi completamente, assumendo un aspetto onirico e spettrale. Non a caso utilizzo l’aggettivo “spettrale” dal momento che anche noi (ma più precisamente i nostri corpi) abbiamo assunto una consistenza eterea, propria dei fantasmi o delle sostanze celesti. Siamo, ormai, pianeti che orbitano, seguendo il percorso solipsistico della propria ellittica, nello spazio silenzioso e desolato di città senza più toccarsi.  Con l’imposizione della distanza tra i corpi e, di conseguenza, il divieto di toccarsi (necessario per evitare il rischio di contagio da covid-19), è venuto a mancare il presupposto stesso della carnalità di cui siamo fatti.

Con questa premessa, risulterà chiaro il motivo per il quale la visione del lungometraggio francese Dov’è il mio corpo? (J’ai perdu mon corps), trovato per caso su Netflix, mi sia stata epifanica. Si tratta di un film d’animazione, diretto da Jeremy Clapin, ispirato al romanzo del 2006 di Guillaume Laurant Happy hand (ricordato da molti per il film Il favoloso mondo di Amelie), che è stato selezionato al Festival di Cannes all’interno de La Semaine de la Critique vincendo il Gran Premio (la prima volta per un film d’animazione).

Protagonista della storia è una mano mozzata che fugge da un laboratorio parigino, affrontando mille peripezie, per ritrovare la sua “casa”: il corpo del ragazzo Naoufel. Se la mano, però, corre sempre in avanti per ritrovare il suo posto (o il suo braccio), i suoi ricordi fuggono nella direzione contraria: dall’odiato lavoro di porta-pizze, al suo primo amore per la bibliotecaria Gabrielle, fino all’incidente avvenuto durante la sua infanzia che ha visto il ragazzo diventare orfano. Così, tra direzioni temporali diverse e opposte, il film si districa magistralmente, mostrando il volto freddo e indifferente della città e i fragili e numerosi corpi che l’affollano.

Chiunque dovesse apprestarsi a guardare quest’animazione credendo di trovare un lieto fine o, quantomeno un finale che chiarisca le idee e dia delle risposte, rimarrà deluso. Il modo “giusto”, nonché l’unico possibile, di guardare il film, è di lasciarsi trasportare dal viaggio della mano, di viaggiare con lei, vivendo in maniera catartica quelle avventure e sensazioni che ultimamente abbiam dovuto mettere da parte.

Non è un caso che l’elemento centrale della storia sia una mano dal momento che è proprio attraverso le nostre mani che facciamo esperienza di noi stessi, degli altri e del mondo.  Fin da bambini tocchiamo tutto ciò che ci circonda per capire di che si tratta e, in un secondo momento, per catalogarlo nella nostra memoria. La mano, dunque, è “l’organo del tatto” ma perché risulterebbe così importante toccarsi?

Toccare deriva dal verbo latino tangĕre e, tra le tante definizioni che possiamo leggere dal vocabolario troviamo: «che si può toccare, che si può percepire col tatto: non corpi fittizi, ma reali». Dunque, secondo una prima analisi, tocchiamo per accertarci dell’esistenza di ciò che abbiamo davanti, per avere la prova che sia reale e non un mero imbroglio della ragione; un po’ come quando, per accertarci di non star sognando, ci tiriamo un pizzicotto sulla pelle.

Non è un caso che il greco Aristide, nel De musica, parlando dei cinque sensi che egli chiama “tetracordi”, arriva a sostenere la centralità del tatto che « è il primo dei sensi, e ne dispongono anche i bimbi appena nati, che piangono perché avvertono il freddo dell’ambiente che li circonda. Per natura il tatto è anche il più forte, giacché si estende per tutto il corpo» (III, 14).

Tocco, dunque sono, sembrerebbe suggerirci il regista. Sono la mia mano che tocca e lascia scivolare via la sabbia tra le dita, i miei occhi che vedono per la prima volta il volto della persona amata, le mie orecchie che ascoltano il suono del violoncello di mia madre e tutti i suoni della natura, ma anche le mie papille gustative che entrano in contatto con i cibi. Sono tutte queste esperienze permeanti che non sarebbero affatto possibili senza un corpo che è sempre il corpo, ovvero il mio.

Tuttavia, non c’è un modo migliore e più piacevole di sperimentare il proprio corpo e la propria esistenza se non attraverso il toccarne un altro. A tal proposito, il filosofo francese Merleu-Ponty parla del fenomeno del touchant/touchè, il cui esempio più famoso è quello delle mani (non a caso) che si toccano a vicenda. Ne L’occhio e lo spirito egli scrive: «Siamo in presenza di un corpo umano quando, fra vedente e visibile, fra chi tocca e chi è toccato, fra un occhio e l’altro, fra una mano e un’altra mano, avviene una sorta di reincrociarsi, quando si accende la scintilla della percezione sensibile». Tutto ciò a voler significare che si può davvero sperimentare il mondo e sperimentare sé-stessi-nel-mondo solo nel rapporto con un altro corpo, il quale non è, cartesianamente parlando, mero organismo (costituito da organi e parti anatomiche) ma sempre corpo vivente e animato, visto e che vede, tocca ed è toccato.

Il corpo, dunque, si trasforma nella bussola che orienta le mie esperienze nel mondo, che mi permette di re-stare in suo ascolto (come il giovane Naoufel che registra i suoni della natura per riascoltarli meglio).

Così Naoufel ricomincia a vivere solo dopo aver “sentito” la voce di Gabrielle al citofono, voce che lo richiama appunto alla vita sensoriale, tant’è che quello che fa subito dopo la chiacchierata è mangiare la pizza, assaporarla davvero (“forse era meglio senza cipolle”).

Perciò, concludendo, è nel rapporto con l’altro, rapporto che trova la sua massima apoteosi e compimento nel rapporto d’amore, che io scopro il mio e il suo corpo, scoprendo nello stesso momento di non essere più una mosca che si dimena inutilmente e sbatte verso un vetro ma sono libero davvero.

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