L’eterna eloquenza della Storia (ovvero consigli utili per la quarantena)

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Nella reclusione forzata che sta affliggendo gli animi di milioni di persone in tutto il mondo, ognuno cerca una via di fuga (metaforica, va da sé) per riuscire a salvare, insieme ai propri polmoni, anche il proprio vacillante cervello in apnea. E quale rimedio migliore, quale ancora di salvezza, se non le parole, l’esperienza di chi questa confusa esistenza l’ha studiata e analizzata molto prima di noi?

Quasi un millennio fa, il vescovo e filosofo Giovanni di Salisbury citava nella sua opera magna, il Metalogicon (In difesa della logica), il suo grande ed amato maestro Bernardo di Chartres, scrivendo queste parole:

“Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea.”

Ossia:

“Bernardo di Chartres diceva che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose rispetto a loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla grandezza dei giganti.”

Certo, i grandi studiosi della scuola di Chartres del XII secolo ben conoscevano il sacro valore della storia, improntando i loro studi teologico-filosofici su una deriva ontologica e prettamente cristiana delle dottrine platoniche; in particolar modo sul concetto di Anima Mundi di uno dei padri della filosofia tutta, mirando ad analizzare, definire e diffondere una visione panteistica del creato. 

Di uno straordinario significato e senza tempo, comunque, risulta essere in questo caso l’accezione di “nani”. Una definizione che calza a pennello per noi figli della storia.

È proprio salendo sulle imponenti spalle dei giganti del passato che, con spirito critico e cognizione di causa, possiamo in fine portare il nostro sguardo più lontano possibile, oltre quei solidi recinti e quelle “siepi” che costringono i nostri occhi ad una limitata seppur comoda soggettività.

Maestra di vita

Tra questi innumerevoli giganti che hanno calcato ed arato la terra che ancora oggi calpestiamo, vale la pena ricordare – innanzitutto e perlopiù – chi definì con fervore il ruolo fondamentale della storia, rivolgendosi a lei con il famosissimo e meraviglioso epiteto di “Magistra vitae”.

Marco Tullio Cicerone nella sua opera di retorica, il De Oratore del 54 a.C., compie una delle più belle e veritiere descrizioni della storia in assoluto:

“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.”

Ovvero:

“La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità.”

Il contributo di Cicerone e dei suoi scritti – non c’è bisogno di ricordarlo – è stato quantomai essenziale per la formazione del pensiero e della cultura occidentali.

I suoi interventi nei più sconfinati ambiti del sapere hanno portato nella Roma di ultima, travagliata età repubblicana una vera e propria rivoluzione intellettuale.

Tra le altre cose, Cicerone si occupò di promuovere, nella Roma del I secolo a.C., la divulgazione della grande dottrina filosofica greca, con una particolare attenzione per gli insegnamenti platonici.

Di fatto fu il primo tra gli autori romani a comporre opere filosofiche, creando addirittura gran parte del lessico filosofico latino.

Egli era fermamente convinto che una maggiore dedizione dei Romani alla filosofia avrebbe potuto portarli alle altrimenti ineguagliabili alture raggiunte dai Greci e dalla scuola dell’Ellade.

Tuttavia – sebbene fosse ritenuto importante ai fini della retorica – lo studio eccessivo della filosofia non era notoriamente ben visto dall’élite romana, in quanto si allontanava non poco dal concetto di vir (uomo d’azione) che doveva contraddistinguere il popolo dell’Urbe, ed in più avrebbe portato la massa a pendere pericolosamente verso quell’otium che tanto spaventava i detentori del potere. 

Un po’ la stessa ragione per cui, nonostante la presenza di grandi autori quali Plauto, Ennio e Terenzio, l’arte teatrale non attecchì mai grandemente nel mondo latino. D’altronde il teatro era da sempre luogo di idee e di scambio intellettuale: cose rischiose, queste, per chi vuole contenere il potere del popolo.

Tutto ciò, comunque, per evidenziare quanto uno dei più grandi e rappresentativi scrittori latini di sempre già fosse riconoscente nei confronti di chi aveva parlato e studiato la realtà ben prima di lui.

Nella sua grande ammirazione verso la cultura greca, un posto di pregio lo ricopriva una figura veramente fondamentale per noi tutti; ossia colui che Cicerone stesso definiva il “padre della storia”: Erodoto di Alicarnasso. 

Franciabigio, Ritorno di Cicerone dall’esilio

Il padre della Storia…

Per comprendere l’immenso e riconosciuto valore di Erodoto nel contesto della trattazione storica, bisogna fare un lieve accenno alla sua biografia.

Egli nacque intorno al 484 a.C. ad Alicarnasso, una città greca dell’Asia Minore, da una famiglia aristocratica di madre greca e padre asiatico.

Crebbe, dunque, in questo centro, durante la tirannide filopersiana di Ligdami II. Nonostante avesse sviluppato negli anni un’avversione al tiranno che governava sulla sua città, i tratti di cosmopolitismo – dovuto alla fusione di due culture, quella greca e quella persiana – lo avrebbero accompagnato per sempre nel suo percorso di vita… e di scrittura.

Accusato da Ligdami II di aver preso parte ad una congiura nei confronti della sua tirannide insieme al cugino Paniassi (condannato a morte), Erodoto – circa ventisettenne – riuscì a fuggire e trovar riparo a Samo, una polis aderente alla potente ed antipersiana Lega delio-attica.

Ritornò in patria solo un paio di anni più tardi, quando la tirannide appoggiata dal Gran Re di Persia, Dario I, ormai era del tutto crollata ed Alicarnasso potè entrare nella nota lega ateniese.

Da questo momento in poi il giovane e curioso Erodoto iniziò una serie di viaggi lungo tutto il Mediterraneo, stabilendosi per qualche tempo in Egitto e nella florida Atene periclea, dove conobbe, fu influenzato ed influenzò a sua volta uomini del calibro di Sofocle, Protagora con i suoi sofisti ed, appunto, il grandissimo Pericle.

Tutti questi viaggi contribuirono ad accrescere in lui una certa consapevolezza nello studio ed in quel tipo di ricerca che più di tutti lo interessava: la storia.

Frammento papiraceo delle Storie di Erodoto dal papiro di Ossirinco

… o meglio: della Storiografia

Abbiamo già detto come l’immenso Cicerone facesse riferimento ad Erodoto con il poetico appellativo di “padre della storia”.

Tuttavia – con il massimo e dovuto rispetto – occorre fare una correzione in questo senso:

Erodoto di Alicarnasso è, senza ombra di dubbio, il “padre della Storiografia”.

Dove, analizzando l’etimologia di questa parola [dal greco ἱστοριογραϕία, composto di ἱστορία «storia» e -γραϕία «-grafia»], scopriamo che il suo significato è relativo ad una vera e propria scienza in quanto tale, con principi, dunque, critici, oggettivi e metodologici, i quali volgono alla narrazione di fatti e gesta del passato.

D’altronde non bisogna andare molto lontano per scoprire quali fossero le intenzioni di Erodoto stesso. Basti guardare alla sua più grande opera, il suo capolavoro: le Storie.

È proprio nel proemio delle sue Storie – divise dai grammatici alessandrini in nove libri – che Erodoto ci chiarisce:

“Ἠροδότου Ἁλικαρνησσέος ἱστορίης ἀπόδεξις ἥδε, ὡς μήτε τὰ γενόμενα ἐξ ἀνθρώπων τῷ χρόνῳ ἐξίτηλα γένηται, μήτε ἔργα μεγάλα τε καὶ θωυμαστά, τὰ μὲν Ελλησι, τὰ δὲ βαρβάροισι ἀποδεχθέντα, ἀκλεᾶ γένηται, τά τε ἂλλα καὶ δι’ἣν αἰτίην ἐπολέμησαν ἀλλήλοισι”

Erodoto, Storie, I, 1.

Ovvero:

“Erodoto di Alicarnasso espone qui le sue ricerche, perché delle cose avvenute da parte degli uomini non svanisca col tempo il ricordo; né, di opere grandi e mirabili, compiute sia da Elleni (Greci) sia da Barbari, si oscuri la gloria; e narrerà fra l’altro per quale causa si siano combattuti fra loro.”

Già da queste prime, altisonanti parole possiamo quindi cogliere un certo grado di scientificità e di imparzialità nell’opera dello storico di Alicarnasso; il quale, evolvendo e superando il lavoro dei suoi predecessori, i logografi (scrittori di prosa e non più di versi), riesce a connotare di un carattere empirico il suo racconto e la sua ricerca, innestandoli e caratterizzandoli di rapporti logici di causa-effetto.

La storia non è per Erodoto un mero susseguirsi di fatti, ma un’intricata rete di avvenimenti del passato strettamente collegati tra loro, come la complessa trama di una ragnatela che lega insieme ciò che è stato, ciò che è e ciò che, probabilmente e presumibilmente, sarà.

Una visione a dir poco avanguardistica per un uomo del V secolo a.C.

Sebbene il suo narrare sia composto da un rivoluzionario alto livello di oggettività, nondimeno le sue Storie risultano essere ricche di racconti favolistici, infiorettature (per così dire) che navigano l’attenzione del lettore verso quelle luminose ed illuminanti lande sulle quali Erodoto pretende di condurre; ponendosi, così, in una sorta di posizione mediana tra i fantasiosi logografi del passato e gli asettici storici della modernità.

Ed è proprio su una di queste “infiorettature” che si snoda il nocciolo di questo pedagogico – e fors’anche pedante – scritto di quarantena.

Statua di Erodoto di Alicarnasso

Le lacrime di Serse

Durante una tanto surrealistica quanto indispensabile lezione online di Storia Greca, in tempi di pandemia, il professore – non più da dietro una cattedra, bensì da dietro uno schermo – parlava di Erodoto ed, appunto, delle sue Storie.

Soffermandosi con visibile emozione su di un passo in particolare, affermava che quello che stava per leggere rappresentava senza dubbio uno degli esempi più belli ed evocativi di tutta la letteratura classica in generale.

Prima di riportare il breve ma intensissimo brano, occorre fare una piccola premessa storica sul contesto in cui è esposto:

Ci troviamo nell’aprile del 480 a.C., all’alba della Seconda guerra persiana.

Serse I, il Gran Re dell’impero di Persia, fa costruire un ponte di navi sull’Ellesponto (oggi noto come stretto dei Dardanelli) per far sì che il suo imponente esercito possa entrare nel continente ed invadere la Grecia.

I Greci stessi vedono come un atto di “hybris” (tracotanza o tentativo di prevaricazione nei confronti degli dei) il gesto del giovane e potente figlio di Dario I; cosa che, secondo questa antica legge divina, insieme ad altri fattori più “pratici”, decreterà poi la sua sconfitta.

In ogni caso, una volta completato il sacrilego ponte, Serse, assiso su di un trono marmoreo, posto alla sommità di una vicina collina, osservando il sovrumano dispiegamento delle sue forze militari, avvia un dialogo con suo zio Artabano.

Fittizia o meno che sia, tale “infiorettatura” erodotea travalica il tempo e la sua ostinata e persistente illusione; per diramarsi – immortale – negli animi di ogni uomo che verrà.

Queste parole, ancora oggi, dopo più di due millenni di storia ed evoluzione umana, racchiudono un grande, indispensabile, salvifico significato.

Dal Libro VII delle Storie di Erodoto, vv. 44-47

“Quando furono ad Abido, Serse volle vedere l’esercito nel suo insieme. Proprio a tale scopo gli avevano allestito su una collina un trono di marmo bianco (…); quando fu là seduto, Serse osservò dall’alto sulla riva le truppe di terra e le navi. (…)

45. Nel vedere l’intero Ellesponto coperto dalle navi e tutte le rive e le piane di Abido formicolanti di uomini subito Serse si ritenne felice, ma poi pianse.

46. Se ne accorse Artabano, suo zio, lo stesso che già in precedenza si era espresso con franchezza sconsigliando a Serse la spedizione contro la Grecia. Egli, avendo notato le lacrime di Serse, gli disse: «Mio re, che reazioni diverse hai avuto, ora e poco fa: dopo esserti ritenuto beato, adesso piangi».

46. E Serse rispose: «Ho provato un senso di pietà a pensare quanto sia breve la vita di un uomo, se nessuno di tutti costoro, che sono così numerosi, vivrà ancora fra cento anni». Replicò Artabano: «Cose ben più tristi di questa soffriamo nel corso dell’esistenza. Non c’è uomo, né fra di loro né in tutto il mondo, che nell’arco di una vita così breve sia tanto felice da non anteporre, non dico una volta soltanto, ma spesso, la morte alla vita. Le disgrazie che ci colpiscono e le malattie che ci affliggono ci fanno ritenere lunga l’esistenza, mentre essa è breve. E così la morte, essendo la vita un cumulo di affanni, è divenuta per l’uomo un rifugio ben preferibile; e il dio, dopo averci fatto assaporare la dolcezza della vita, si rivela invidioso».

47. Replicò a sua volta Serse: «Artabano, l’esistenza umana è proprio come la giudichi tu. Ma smettiamo di parlarne: via le sventure dai nostri pensieri! Adesso tante belle cose abbiamo per le mani (…)».”

Consigli utili

Ebbene, il dissidio interiore che dilania l’animo del sovrano assoluto di uno dei più grandi imperi dell’antichità e che lo porta, quasi in un’epifania, alla sua più umana manifestazione, in un bagno lacrime, ci dimostra apertamente quanto siano labili e fugaci le cose umane messe in relazione con l’ineluttabile, inesorabile ed ineffabile finitezza della vita.

E quanto, in questo periodo di obbligatorio e logorante auto-isolamento, ognuno di noi ha fatto i conti – davanti allo specchio o ad una tazza di caffè – con questo stesso infausto flusso di pensieri?

Quanto le nostre vite ci sono apparse più che mai insensate, in questi giorni di intensa e solitaria riflessione?

Tuttavia, nel perenne e dolce inganno dell’esistenza, c’è sempre una via per continuare a sopravvivere… in qualche modo.

E questa via è proprio quella indicata nelle pure e semplici parole finali che Erodoto – nella sua scientifica e romantica narrazione – mette in bocca al grande Serse, dopo il discorso dello zio Artabano.

È il pensiero, sì, ma fine all’azione; è l’imprescindibile sete di conoscenza e di verità che può distruggerci se non viviamo nell’hic et nunc, se non cogliamo l’attimo che fugge, se non saliamo sulle spalle dei giganti, ascoltando le loro parole.

Parole come queste dovrebbero riecheggiare, in eterno, nelle nostre naniche menti.

Ed ecco che si manifestano da sé i “consigli utili”, non solo per una più lieve quarantena, ma per alleggerire in qualche modo il grave peso di questa vita, che troppo spesso annichilisce tutta quella bellezza che la sua materia cela in silenzio.

Ascoltiamoli, questi giganti, «perché delle cose avvenute da parte degli uomini non svanisca col tempo il ricordo»; perché di quel ricordo se ne faccia tesoro per un futuro migliore; perché i loro insegnamenti ci siano da balsamo di salvezza, da unguento di speranza, nelle inevitabili ferite che il mortal destino ci prospetta.

La storia è maestra di vita.

Noi… beh, noi i suoi eterni alunni.

“(…) Ma smettiamo di parlarne: via le sventure dai nostri pensieri! Adesso tante belle cose abbiamo per le mani (…).”

E, magari, tra queste belle cose, proprio un libro, proprio la Storia… la nostra.

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