Arte, psiche e creatività: il Fregio di Beethoven di Gustav Klimt

Il contenuto di un’opera non può essere determinato da un processo logico. L’impulso creativo è infatti un procedimento psichico, il quale è stato lungamente studiato dalla psicoanalisi, in particolare da Freud e dal suo allievo Jung. Jung, come il maestro, sostiene l’esistenza di un inconscio personale, il quale è proprio di ogni individuo e i suoi contenuti sono costituiti da elementi che vengono rimossi dalla mente conscia, perchè spiacevoli o incompatibili con la coscienza, o semplicemente dimenticati. Ma il dato di maggiore novità della teoria junghiana sta nell’affermare l’esistenza in ognuno di noi di un “inconscio collettivo”: al suo interno vi sono racchiuse le immagini primordiali (o archetipi) che sono le risultanti di innumerevoli esperienze tipiche di tutte le generazioni passate.

“Nessun archetipo è riducibile a semplici forme. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni. Gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente”.

Carl Gustav Jung

Jung ha sempre definito gli archetipi come realtà in bilico tra lo psichismo e il somatico: originano dall’istinto e, al contempo, presentano una dimensione spirituale. Sono elementi che costituiscono una categoria a priori della conoscenza, vicino alle idee platoniche o i prototipi di Schopenhauer. Secondo questa teoria, per Jung l’opera d’arte è una produzione che va oltre l’individuo poiché il suo significato non è rinvenibile nella condizione umana che lo ha prodotto. Dunque l’opera d’arte non è generata esclusivamente a partire dall’inconscio personale dell’artista, come afferma lo stesso Jung:

“L’orientamento esclusivo verso i fattori personali, che è richiesto dalla ricerca della causalità personale, non è assolutamente ammissibile per l’opera d’arte, poiché qui non si tratta di un essere umano ma di una produzione che va oltre l’individuo”.

Carl Gustav Jung

L’impulso creativo si manifesta come un “complesso autonomo” a cui l’artista può rispondere in due modi: o cercando di identificarsi con essa e di porsene a capo, plasmandola secondo la sua intenzione, o mettendosi al suo servizio, lasciando che sia l’opera a modellare se stessa. Nel caso dunque in cui l’opera si sviluppi in maniera autonoma, essa si farà portatrice di un contenuto simbolico che si esprime attraverso un linguaggio “gravido di significati, le cui espressioni avrebbero valore di veri simboli, poichè esse esprimono nel modo migliore cose ancora sconosciute, e sono come ponti gettati verso una riva invisibile”.

Jung considera quindi l’impulso creativo come un “complesso autonomo” che ha una vita psichica indipendente dalla coscienza. Le sue origini non sono quindi, da ricercarsi solo nell’inconscio personale dell’autore, ma vanno ricercate tra la moltitudine di immagini primordiali che sono comuni a tutta l’umanità e che l’inconscio collettivo racchiude, finché esse non si rivelano nel loro valore simbolico, di possibilità archetipica di immagini primordiali e solo quando l’opera è definitivamente conclusa potremmo ricostruire il modello primitivo dell’immagine primordiale. Quando la fantasia creatrice si esercita liberamente, si scatenano queste immagini primordiali nelle quali risuona la voce dell’umanità. L’artista che le impiega è come se stesse parlando con mille voci, elevando a eterno ciò che è spirituale.

Gustav Klimt – Fregio di Beethoven (particolare)

Il Fregio di Beethoven di Gustav Klimt ne è una chiara rappresentazione. Quest’opera presenta molteplici interpretazioni: nella prima parte dell’opera, Le suppliche del debole genere umano, le figure femminili filiformi rappresentano l’ispirazione artistica, l’atto creativo che s’incarna nel guerriero, allegoria dell’artista. Egli deve dunque combattere contro “Le Forze ostili”, tra le quali Tifeo, le tre Gorgoni (Malattia, Follia, Morte) e figure simboliche come la Lussuria, la Voluttà e l’Incontinenza. Solo riuscendo a dar vita allo spirito creativo che si è impossessato di lui, l’artista potrà raggiungere la piena felicità, metaforicamente rappresentata dall’abbraccio finale. È questo che vuole dunque dirci Klimt: le arti ci conducono in un mondo ideale, al limite tra realtà e illusione, ed è l’unico in cui possiamo trovare gioia, felicità e salvezza. In relazione alla teoria junghiana, Klimt dà voce a quello che lo psicanalista chiama “complesso autonomo” in maniera del tutto originale. I suoi quadri sono frutto di una ricerca che l’anima dell’artista compie scavando nel proprio inconscio collettivo, riscoprendo il primitivismo dell’uomo arcaico, per potersi così liberare dalle convenzioni accademiche, dallo storicismo e dal gusto convenzionale.

I suoi quadri sono in grado di mettere in collegamento l’uomo con la sua parte più remota e recondita, che a causa della civilizzazione e dell’industrializzazione del nuovo secolo ha ovviamente perso.  La riscoperta dell’arte primitiva e medievale ha sicuramente permesso a Klimt di ritornare agli albori dell’arte, in particolare l’uso preponderante dell’oro contribuisce ad abolire l’ambientazione terrestre, inserendo l’opera in uno spazio del tutto irreale, trasversale, creandovi intorno un senso di sacralità.

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