Mad Men: maschere e stereotipi di una serie tv unica

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È considerata una pietra miliare nella storia della televisione e ha fatto incetta di premi in un arco di sette stagioni – dal 2007 al 2015 – costruendosi la fama di best tv show ever.

Non si può non essere d’accordo con pubblico e critica: avvicinarsi provoca quella dipendenza da serie tv che qui raggiunge la sua forma più acuta.

Ideata e condotta da Matthew Weiner – già autore de I Soprano – la vicenda si svolge a partire dal novembre del 1960 durante il duello Kennedy-Nixon, tornata elettorale che segna la fine della presidenza Eisenhower e degli anni ’50.

Si chiuderà esattamente dieci anni dopo, quando la società e i costumi avranno subito un cambiamento radicale.

Self-Made Men

Mad Men racconta del sogno americano e delle sue molteplici declinazioni, forse anche illusioni: ma ci parla soprattutto di successo e frustrazione, potere e umiliazione, situazioni che tutti hanno sperimentato nella propria vita. Lo fa indagando le dinamiche lavorative, famigliari e di coppia, scandagliando l’animo umano e le sue contraddizioni con perizia a tratti crudele: ma giurando fedeltà allo spirito americano, che vede nell’affermazione individuale – intesa come responsabilità ed emancipazione, dispiegamento delle potenzialità dell’individuo – l’unica possibilità di salvezza in un mondo competitivo che non fa sconti.

È la serie dove tutto e tutti sono in continuo movimento, in un contesto che si evolve rapidamente – gli anni ’60, il decennio della grande fuga in avanti.

Tutti sono alla ricerca di un Sacro Graal personale che potremmo genericamente definire felicità, un cammino comune che spesso giunge a un bivio: da una parte la realizzazione lavorativa, dall’altra quella sentimentale. Quasi tutti alla fine sceglieranno la via della carriera, che nella cultura americana è la pietra fondante dell’edificio sociale e dalla quale discendono tutte le altre realizzazioni, inclusi amore e famiglia. Sarà così per le donne della serie – Peggy e Joan – figure simbolo della transizione da un’epoca sessista a una nuova era di emancipazione femminile. Ma anche per chi, come Pete Campbell, troverà nel riconoscimento professionale (e dunque sociale) quella fiducia necessaria a rimettere a posto una situazione famigliare andata in pezzi.

Don Draper è il protagonista della serie: è un uomo di successo, vincente in ogni attività, un maschio alfa dotato di intuito e carisma, irresistibile per ogni donna in cui si imbatte.

Ha la mascella squadrata e lo sguardo virile, più che un pubblicitario/creativo di Manhattan ci ricorda Philip Marlowe o un duro del cinema degli anni ’40-‘50, nella solitudine esistenziale e nei riti che definiscono il personaggio.

È iconico, caratterizzato con precisione nei dettagli che lo rendono tale: elegante e stiloso come il Marlowe di Bogart, beve Old Fashioned e fuma Lucky Strike così come Marlowe prediligeva Camel e farsi servire un Gimlet. Ha la battuta di spirito sempre pronta e attrae magneticamente le donne, seppur non fatali come quelle raccontate da Chandler.

È un inconsueto cavaliere solitario che scappa dalla povertà e trova il successo, fino a diventare inconsapevole testimonial di uno spot sugli anni ’50: benessere e pace sociale, casetta a due piani con giardino, prole florida, moglie bionda e accondiscendente che veste abiti pastello, amante emancipata che vive in città.

Nell’animo di Draper – figlio della Grande Depressione – coabitano il vagabondismo di Kerouac e il self-made man calvinista. La sua doppiezza è quella di un’intera epoca, divisa tra conformismo e trasgressione, maccartismo e beat generation.

La sua ricerca tormentata di un equilibrio lo porterà on the road per l’America, dal rozzo Midwest all’esotico Ovest, con Manhattan come punto di riferimento e vero centro del mondo.

Nella puntata conclusiva lo troveremo in California, ospite di un centro di meditazione: durante un incontro di gruppo ascolterà lo sfogo dolente di un uomo, Leonard, uomo medio e anonimo assai distante dal maschio alfa che Don incarna.

Leonard condividerà il suo dolore di sentirsi insignificante e non riuscire a stabilire un vero contatto con le persone. Don, in lacrime, si alzerà per abbracciarlo, riconoscendo in quella esperienza la sofferenza che si porta dietro dall’infanzia: ma prendendosi la scena ancora una volta con l’istinto del predatore di attenzioni.

Peccato e redenzione, Yin e Yang

Don Draper nasconde un segreto nel suo passato, con cui deve convivere e che gli provoca una lacerazione interiore. Nel dibattito morale interno alla sua psiche si fronteggiano luci e ombre, il Don Draper diurno e il Dick Whitman notturno: si inseguono per poi fuggire uno dall’altro, si rinnegano ma si rimpiangono allo stesso tempo, faticano a stare insieme.

Nella grandezza di Don – archetipo del self-made man – c’è il seme lasciato da Dick – un loser, figlio dell’America della Grande Depressione. È solo per un caso fortuito che Dick è diventato Don, appropriandosi dell’identità di un commilitone morto sul campo nella guerra di Corea.

Quel seme germoglierà in un fortissimo desiderio di riscatto sociale: ma la convivenza tra i due alter ego sarà problematica e lacerante, come può esserlo un trascorso di cui ci si vergogna.

Quel gesto avvenuto nel passato non è stato dettato da hybris – l’orgogliosa tracotanza umana cara alla tragedia greca, che genera spirito di vendetta negli Dèi – ma dall’istinto di sopravvivenza. È quel tipo di azione da cui può scaturire una svolta, una di quelle sliding doors di cui il successo si nutre poiché fanno parte della sua natura intrinseca: nasce da un peccato originale il successo – sembra suggerirci lo script – da un’opportunità moralmente disdicevole che l’individuo, artefice del proprio destino e della propria salvezza, deve saper cogliere. Anche quello apparentemente meritorio contiene il seme del proprio opposto, un punto oscuro della vita di cui ci si vergogna.

Don e Dick sono la stessa persona, nella quale si incarna l’interdipendenza tra i due poli opposti: hanno origine reciproca e la Grazia dell’uno non si sarebbe manifestata senza il Peccato dell’altro.

La vita di Don è continuamente contrappuntata dalla morte: quella del fratellastro Adam, un loser tenuto a distanza per scacciare il ricordo di un passato di povertà e violenza. E quella tragicomica del collega Lane Pryce, l’inappuntabile britannico la cui prima e unica manchevolezza non viene perdonata da Don. Entrambe sono tragedie di cui egli è moralmente responsabile: se ne farà carico in modo stoico, soffrendo ma accettando di compiere il proprio destino di egotico individualista.

A chiudere il cerchio c’è Peggy Olson, la brava ragazza cattolica di Brooklyn che vive una parabola simile: il suo peccato originale riguarda la maternità e sembrerebbe ancora più riprovevole – sebbene il filone narrativo non venga approfondito – ma quell’esperienza le permetterà di trovare la forza e la maturità necessarie per affrontare un ambiente di lavoro fortemente sessista.

Nelle vicende parallele di Don e Peggy, ci piace immaginare di trovare una singolare convergenza tra Taoismo, Cattolicesimo e Calvinismo: del resto l’America è crocevia di culture, il paese dove tutto è possibile.

Prigioni e fughe, destini e desideri

I personaggi di Mad Men vivono prigionieri dei rispettivi ruoli e vite quotidiane.

Nonostante una condizione di successo sociale, agiscono come individui insoddisfatti e talvolta frustrati: di sé stessi e dei propri limiti, del coniuge o della situazione sentimentale, della posizione lavorativa o economica, finanche di un’identità sessuale repressa.

Si ingegnano a escogitare fughe attraverso tradimenti, piccole furberie, escamotage di bassa lega.

Ognuno di essi è attraversato dal fremito di un desiderio incessante che non conosce pace: un bisogno irrinunciabile di nuove emozioni che si espande come il tasso di crescita dei consumi – quello dei decenni ’50 e ’60 per l’appunto.

È un continuo sabato del villaggio ciò che vivono i personaggi di Madison Avenue, completamente sottomessi alla legge del desiderio, che non si accontenta di ciò che raggiunge: “la felicità è il momento prima che tu abbia bisogno di più felicità” ci dice Don Draper citando in filigrana Schopenhauer.

Nessuno di essi trova pace o può colmare un indecifrabile senso di vuoto se non nell’azione, nell’inizio di una nuova avventura, sentimentale o professionale che sia: solo nel movimento c’è salvezza per l’uomo contemporaneo, solo nella tensione verso un nuovo obiettivo si placa l’angoscia. Compiuta la missione, la noia torna a governare giorni di stanche abitudini: si dovrà ripartire, perché lo spirito e il mercato non tollerano stagnazione.

Questa bulimia viene rappresentata plasticamente attraverso i simboli del desiderio sessuale e delle dipendenze – da alcol e tabacco: la routine con cui i personaggi si versano drink e accendono sigarette, detta il ritmo agli appetiti sessuali e alla sistematicità con cui tradiscono i rispettivi partner.

Tutti si muovono sul palco della vita secondo un cliché che non riescono a superare.

Don Draper è in fuga dal proprio passato, una spada di Damocle che minaccia la sua vita agiata. È in fuga dalla dipendenza dal sesso – che gli impedisce relazioni stabili – e dalle cadute di umore dovute all’abuso di alcolici.

Roger Sterling scappa da un’esistenza annoiata di uomo ricco per nascita: si muove con la vitalità del gaudente tra un divorzio e l’altro, tra un matrimonio e una nuova preda sessuale.

Peggy Olson fugge dalla ragazza cattolica e pudica di Brooklyn che le è di ostacolo per emergere a Manhattan.

Pete Campbell fugge dall’immagine che gli restituisce lo specchio. Sa di comportarsi come un moccioso viziato che si atteggia a bullo per far colpo sulle ragazze. Sa di essere in competizione con gli adulti Dan e Roger, invidiandone personalità e spigliatezza: ambisce a diventare socio per sentirsi alla pari, consapevole che sarà sempre un gradino sotto – mancando di quella coolness che i due hanno ricevuto come dono naturale.

Anche Midge Daniels – l’artista del Village amante di Don nella prima stagione, donna emancipata e scaltra – diventa poco a poco schiava dello stereotipo beatnik al punto da ritrovarsi in miseria e tossicomane.

Figure tragiche

Ci sono vicende che hanno una valenza esemplare e pedagogica all’interno della serie.

Betty Draper/Francis, prima moglie di Don, è forse la figura più tragica: costantemente infelice, negli ultimi episodi le sarà diagnosticato un male incurabile.

Un po’ casalinga disperata e un po’ Madame Bovary, Betty è inizialmente la mogliettina oleografica da spot pubblicitario che col tempo inacidisce. Insicura e ansiosa, cristallizza la propria vita nella forma sociale dominante di moglie e madre, interiorizzando il ruolo e soffocando quelle potenzialità che la avrebbero condotta a un’esistenza meno stagnante e più aperta alle occasioni della vita.

Condivide con gli altri personaggi una ricerca incessante e mai soddisfatta della felicità, limitandosi a cercarla nella vita coniugale e nella famiglia, fallendo nel trovare il proprio posto nel mondo. La sua attitudine conservatrice, presuntuosamente chiusa ai cambiamenti che stanno attraversando la società e il mondo femminile, rappresenta la hybris del personaggio – la tracotanza – che scatenerà la punizione degli Dèi sottoforma di infelicità cronica e malattia finale.

Fedeltà ottusa ai valori tradizionali, inazione e remissività: sono i componenti che determinano la cattiva sorte del personaggio Betty e gli stessi che connotano Lane Pryce – l’altro personaggio tragico della serie.

Dall’indole compassata tipicamente british, Pryce si lascia sedurre dall’ambiente libertino di Manhattan arrivando a perdere i suoi tradizionali punti di riferimento.

È l’ombra di Don Draper: è uncool, impacciato nel muoversi al di fuori di percorsi prestabiliti e routinari che lo proteggono – lavoro e famiglia. Proprio come Betty, è un adulto con una debole autonomia: non è in grado di imporsi e scegliere la propria strada, neanche quella sentimentale.

Nella scena del night club, quando vorrebbe presentare al padre la ragazza di colore di cui si è innamorato, Lane è preda dell’euforia tipica del compassato: ci sembra di rivedere Trintignant ne Il sorpasso. Subirà poi una scioccante umiliazione dall’anziano genitore, che lo picchierà con un bastone intimandogli di rimettere ordine nella propria vita – una delle scene più toccanti dell’intera serie.

Chi non sa stare al mondo non è degno di restarci. Non esiste giustizia: chi non sa reagire è costretto a subire e soccombere. Chi non sa essere duttile, adattandosi al cambiamento e maneggiando il cinismo quando necessario, uscirà di scena e verrà rimpiazzato da altri pretendenti: come Lane Pryce o come Allison, la prima segretaria di Don, troppo sensibile e ingenua al punto da scambiare l’avventura di una notte per qualcosa di più profondo.

Se nel capolavoro di Risi l’inadeguatezza era una presa di distanza dalla montante volgarità dell’Italia del boom, in Mad Men si celebra la vittoria dello spirito americano sul tradizionalismo britannico. Roberto Mariani precipita nel burrone a bordo della Lancia Aurelia guidata da un irresponsabile; Lane Pryce penzola macabramente nella penombra del suo ufficio, vittima del senso di vergogna per aver compiuto un atto disonesto – l’unico in un’esistenza irreprensibile.

* * *

In Mad Men ci siamo specchiati e riconosciuti nel nostro stare al mondo e relazionarci con il prossimo, vittime e colpevoli allo stesso tempo: abbiamo preso atto della doppiezza nascosta in ogni azione e momento della vita, sorridendo alla fine con la leggerezza che prova Don nella scena finale.

Perché la tragicommedia umana ha trovato in Mad Men la sua espressione forse più completa, partecipata e approfondita per un prodotto televisivo: lo spot più convincente realizzato dai pubblicitari di Madison Avenue.

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