Dal Vietnam alla Formula 1: la storia di Brett Lunger

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Nurburg,  1° agosto 1976

Le estati tedesche non sono famose certo per il clima rovente, e quel giorno in Renania ha piovuto a lungo, un evento affatto eccezionale. Nurburg è un paesino medievale che fatica ad arrivare a duecento abitanti, e se non fosse perché ospita il più lungo tracciato motoristico permanente del mondo, pochi lo conoscerebbero. Il 1° agosto del 1976 è in pieno svolgimento l’annuale Gran Premio di formula 1.

Poco prima del via il meteo è instabile e la pista umida; alcuni piloti partono attrezzati per una gara sotto la pioggia, altri azzardano le gomme più adatte all’asciutto. Hanno ragione questi ultimi e la pista va asciugandosi. Niki Lauda, indiscusso signore e padrone delle competizioni con la sua Ferrari, è tra quelli che avevano puntato sulla pioggia e, una volta obbligato a cambiare gomme, riparte dal fondo della classifica come un forsennato, per recuperare il tempo perduto.

Quando arriva al chilometro 14, presso Bergwerk, la rossa vettura di Lauda sfiora i 240 km/h, quasi fosse stata scagliata con un’enorme fionda. Niki ha appena superato la Surtees bianca e rossa di Brett Lunger, uno di quei piloti che di solito vede per pochi secondi, quando si presenta l’incombenza del doppiaggio.

A Bergwerk qualcosa non funziona: probabilmente per un errore di pilotaggio dovuto all’asfalto ancora umido – anche se altri parleranno di un guasto tecnico – la Ferrari di Lauda punta le rocce all’esterno della curva come una pallina da flipper impazzita. L’auto rimbalza al centro della pista ed esplode in una palla di fuoco. Proprio Lunger non riesce a evitare l’improvviso ostacolo e centra Lauda, spostando la formula 1 di qualche metro.

Lauda – che nell’impatto ha perso il casco – è cosciente ma intrappolato nell’abitacolo. Avvolto dalle fiamme sta respirando i gas velenosi esalati dalla benzina in combustione.

Nurburg, il giorno prima

Quando Brett Lunger viene avvisato che lo cercano al telefono dell’hotel, per una chiamata internazionale, sa già cos’è successo. Il padre è malato da tempo e si aspetta il peggio da un momento all’altro; quando viene avvisato del decesso dell’anziano genitore, Brett vorrebbe fare fagotto e tornare a casa, forse anche per sottrarsi all’ennesima prestazione scialba con la Surtees, un’auto che della formula 1 ha solo il nome. È invece la madre a convincerlo a gareggiare lo stesso: “Tanto qui ormai non c’è nulla da fare”.

Se è vero che le azioni degli esseri umani sono sempre collegate tra loro, forse quelle parole della mamma di Brett sono decisive per la salvezza di Niki Lauda.

Nurburg, 1° agosto 1976

“Forse il mio addestramento militare ha funzionato. Sono stato in grado di agire in condizioni estremamente difficili e il fatto di aver combattuto in Vietnam è stato certamente importante in questo. Si impara a filtrare questioni irrilevanti.”

Le parole con cui Brett Lunger commenterà quello che succede dopo lo scontro tra la sua Surtees e la Ferrari di Lauda potrebbero sembrare sminuire l’accaduto: in realtà Lunger sotto pressione è freddo come il ghiaccio, e non è la prima volta che questa caratteristica l’aiuta a portare a casa la pelle e a salvare quella di chi è con lui.

Vietnam, 1968

Otto anni prima Brett Lunger è impegnato in una situazione ben diversa dal glamour del mondo della formula 1; arruolatosi nei Marines – convinto fin da ragazzo che la patria vada servita prima di ogni cosa, con un furore tipicamente americano – ben presto viene spedito in Vietnam.

Fino a qualche anno prima Brett era in una situazione molto più privilegiata. Nato il 14 novembre del 1946 a Wilmington, nel Delaware, Robert Brett Lunger è il ricco rampollo della dinastia dei Dupont, facoltosi imprenditori nel campo della polvere da sparo. Le radici della famiglia affondano in Europa, quando all’indomani della Rivoluzione Francese, l’avo Eleuthere du Pont de Nemours non trovò di meglio che riparare nelle lontane Americhe, dove nel 1802 avrebbe fondato una fabbrica di polvere da sparo e avviato la sua immensa fortuna; siamo pur sempre negli Stati Uniti, del resto.

Diviso tra tanti sport tipicamente americani – baseball, hockey e football – casualmente Brett si appassiona alle gare automobilistiche; è un passatempo mentre studia a Princeton, e sta per laurearsi con una tesi sulla politica americana nel sud-est asiatico. Come ricorderà lui stesso, a causa dell’incidente del Golfo del Tonchino, sarà costretto a ”buttare dalla finestra” le teorie da lui enunciate e a mettere da parte gli studi.

In Vietnam Brett, da bravo ragazzo sportivo americano, si mette presto in luce per acume e coraggio in numerose puntate di ricognizione nei territori controllati dai vietcong. Narra la leggenda che in una missione Lunger si trovi a salvare la vita di un giovane commilitone; il ragazzo rappresenta la fortuna per Brett: è infatti uno dei figli del proprietario della Liggett & Myers, l’industria di tabacco che produce le sigarette Chesterfield’s. Quando Lunger viene congedato, l’anno dopo, vuole ricominciare con le corse e trova proprio nel riconoscente industriale lo sponsor che lo sosterrà in tutta la sua carriera, specie negli anni della formula 1.

Lunger è un buon pilota, certo non un fuoriclasse, ma riuscirà a costruirsi una buona carriera prima nella formula 5000 – sorta di surrogato a stelle e strisce della formula 1 – poi in Europa. Il 1975 è l’anno del debutto nella massima serie, tre gare piuttosto incolori con quella stessa Hesketh che nelle mani di James Hunt fa faville.

Nurburg, 1° agosto 1976

In ogni caso di sfida improvvisa, il cervello non pensa. Uno reagisce. Vorrei essere eloquente e avere una risposta poetica” – raccontò anni dopo Lunger al giornalista Pete Lyons – “ma la verità è che, se ci sei, fai quello che devi fare. Mi ero già trovato in situazioni come questa, in cui sono diventato freddo come una pietra. Tutto diventa lento e, quindi, prendere decisioni diventa molto semplice.”

Le azioni di Lunger sono quelle di un soldato abituato all’azione in tempi strettissimi: scende dall’auto e cerca di ridurre l’incendio col suo estintore. Con lui entrano in azioni gli altri eroi di quel giorno, piloti abituati a frequentare i bassifondi delle classifiche, ma che non si tirano indietro davanti al pericolo; sono Harald Ertl, barbuto pilota e giornalista austriaco, Guy Edwards e, soprattutto, Arturo Merzario, il pilota che due anni prima aveva lasciato suo malgrado il posto alla Ferrari al rampante Lauda.

Mentre Ertl ed Edwards si danno da fare con gli estintori, Lunger e Merzario si gettano impavidi tra le fiamme; Arturo sa – per aver corso con le stesse macchine – che le cinture di sicurezza che intrappolano il campione austriaco sono diverse da tutte le altre, con un peculiare sistema di sganciamento. Merzario riesce a liberare Lauda e Lunger, incurante delle fiamme, lo solleva dalle spalle e lo tira fuori da quell’inferno. Pochi passi per allontanarsi e i due cadono sull’asfalto. Il soldato Lunger ha portato in salvo Lauda il campione.

“Ho visto di nuovo Niki nei box di Monza, prima delle prove. Mi ha avvicinato, mi ha guardato negli occhi e tutto quello che ha detto è stato ‘grazie’. Si è girato sui tacchi e se n’è andato, ma andava bene così”.

La carriera di Brett prosegue fino al 1978; sostenuto dal munifico sponsor fonda una propria scuderia e corre con March, McLaren ed Ensign. Tanto coraggio non è compensato né da pari talento né da particolare fortuna: pur facendo squadra con Hunt, Jones e Piquet – tutti futuri campioni del mondo – Lunger non riesce a conquistare nemmeno un punto, segnando un settimo posto in Belgio nel ’78 come miglior risultato.

Non sono stato un eroe” – dirà Lunger a proposito di quella domenica per cui sarebbe stato sempre ricordato – “È stata fatta una grande storia, ma non feci nulla di speciale. Mi sarebbe piaciuto di più essere ricordato per aver vinto una gara che per quell’episodio.”

Abbandonate le corse, Lunger rimane per un po’ nell’ambiente come cronista e continua nello sport dedicandosi alla maratona e al ciclismo. A conferma di un talento malsicuro ma di grandi doti umane, Brett pilota il suo aereo leggero in favore di un’associazione umanitaria che si occupa del trasporto di malati e veterani tra ospedali e case e – prendendosi il gusto di smentire qualche luogo comune – si impegna nella lotta al fenomeno delle armi facili negli USA.

A dimostrazione che si può lottare per le posizioni di rincalzo per tutta la carriera, ma uscire comunque vincitori da battaglie ben più importanti.

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