La vera storia del mostro di Udine

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Quella del Mostro di Udine è una storia nera e misteriosa che ha accompagnato la zona friulana tra l’inizio degli anni ’70 e la fine degli anni ’80.

Tutto ha inizio nel Settembre del 1971, quando la trentacinquenne Irene Belletti viene ritrovata senza vita in prossimità della stazione di Udine, uccisa con sette coltellate. Le indagini si avviano, ma non si riuscirà a risalire ad un colpevole.

Apparentemente si tratta di un episodio isolato, ma negli anni successivi si susseguono numerosi omicidi nel territorio friulano. Tutte le vittime sono donne. La maggior parte di esse prostitute. La causa della morte è in molti casi l’accoltellamento, in altri lo strangolamento.

Tuttavia inizialmente non tutti vedono collegati gli omicidi tra di loro, pensando possa trattarsi di casi slegati piuttosto che opera di un killer seriale. L’ipotesi del serial killer comincia a prendere campo dopo il ritrovamento di Marina Lepre (quella che sarà l’ultima vittima della serie, composta da 13 omicidi). Insegnante, 40 anni.

Il 26 Febbraio 1989 viene ritrovato il suo cadavere, sul greto del torrente Torre. Uccisa a coltellate. Sul suo ventre è stata praticata un incisione con un’arma da taglio affilata, che parte dall’addome e arriva al pube, evitando l’ombelico. Formando così una sorta di “S”.

La perizia medico-legale viene affidata al dottor Carlo Moreschi, il quale esamina anche i delitti di Carla Bellone, Luana Giamporcaro e Aurelia Januschewitz. Anche su queste vittime è presente il taglio a forma di “S”, come sul corpo di Marina Lepre. La conclusione è che questi quattro delitti siano tutti opera della stessa mano.

Alcune delle vittime del killer

Nel frattempo emerge una testimonianza inquietante. La stessa notte dell’omicidio di Marina Lepre, poche ore dopo il ritrovamento del corpo, due carabinieri si trovano sul posto dell’omicidio per effettuare un sopralluogo. Mentre ispezionano la zona, sentono dei lamenti. Decidono così di avvicinarsi alla zona dalla quale sembrano provenire i rumori, trovandosi davanti una scena angosciante: un uomo, di età apparente sui 60 anni, che invoca perdono davanti all’entrata di una chiesa, con le braccia protese al cielo.

I carabinieri si avvicinano e gli chiedono i documenti, scoprendo che si tratta di un medico specializzato in ginecologia. Decidono di riaccompagnarlo a casa, nell’abitazione dove risiede insieme al fratello. Arrivati sul posto, sarà proprio il fratello a negare l’accesso ai carabinieri, in quanto senza mandato di perquisizione. L’episodio rimane quindi in sospeso, così come i sospetti sullo strano soggetto visto quella notte.

Le indagini non subiscono ulteriori sviluppi, e le 13 vittime rimangono senza un colpevole. Nel 1996 le investigazioni vengono riaperte, e si concentrano proprio sulla figura dell’uomo sospetto intercettato la notte dell’ultimo omicidio. Si scopre così che in realtà il medico non ha mai potuto esercitare la professione, in quanto affetto da disturbi psichici.

Viene perquisita la sua abitazione, ma non vengono trovati elementi che possono dimostrare la sua colpevolezza. Il soggetto in questione muore nel Dicembre 2006, e l’inchiesta a suo carico viene chiusa.

Gli interrogativi sul caso sono molti. Gli omicidi sono tutti opera della stessa mano, oppure sono da attribuire a due soggetti diversi? E l’individuo attenzionato dai carabinieri? Era estraneo alla faccenda oppure aveva qualcosa a che fare con le uccisioni?

Le indagini vengono riaperte nel 2019, durante le riprese della serie documentaristica Il Mostro di Udine, andata in onda su Crime+Investigation.

L’avvocato Federica Tosel (legale dei familiari delle vittime Maria Carla Bellone e Maria Luisa Bernardo) ha chiesto la riapertura in seguito al ritrovamento di alcuni reperti mai analizzati, che sono stati inviati al RIS di Parma per eseguire le analisi.

Non ci resta che che vedere se queste ricerche produrranno degli esiti, nella speranza di riuscire prima o poi a risalire alla verità.

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