Fela Kuti, l’Afrobeat e l’anteposto culturale della Repubblica di Kalakuta

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14 Agege Motor Road, Idi-Oro, 10 km a Nord dai quartieri centrali di Lagos. Questo indirizzo ebbe la fama di divenire quell’anteposto geografico in cui la storia della Nigeria, ma con molta probabilità di una buona parte della vicina Africa, ha raggiunto livelli di pensiero sociale, politico e, soprattutto, musicale impensabili, di rilevanza storica. Quello fu l’indirizzo, infatti, della Repubblica di Kalakuta.

Collettività creata da una mentalità e presenza, quella di Fela Kuti che, nel corso degli anni ’70 divenne e costruì un concetto di comune, oltre che di comunità e società, auto dichiaratasi indipendente dalle forze governative e coloniali che a quel tempo opprimevano fisicamente e psicologicamente tutta la Nigeria, e divenendo per questo aspramente invisa agli occhi dello stato centrale stesso. La Repubblica di Kalakuta, oltre ad essere rifugio e punto di genesi di idee politiche pacifiste, antimperiali e panafricane, fu, ancor di più, il fulcro musicale di quel genere, l’afrobeat, di cui Fela fu maestro e pioniere.

Capire le radici di una mentalità così proattiva come quella di Fela Kuti è un esercizio che viene fatto partire tra i confini della sua stessa famiglia. Di discendenza alto borghese Nigeriana dove il padre fu un ministro anglicano e sindacalista, la madre – figura chiave nella vita di Fela – fu un’attivista di primo ordine nel gruppo femminista del movimento anticoloniale nigeriano, due fratelli medici affermati ed un cugino, Wole Soyinka, addirittura primo Premio Nobel per la Letteratura della storia d’Africa. Non c’è da stupirsi quindi se il giovane Fela Kuti abbia avuto la grande fortuna, a differenza dei suoi coetanei nigeriani, di poter viaggiare all’estero. Questo aspetto, come per tantissime altre figure emblematiche nella storia, fu la chiave di volta della sua biografia. Trasferitosi a Londra nel 1958, anziché seguire le orme dei fratelli, e quindi frequentare la facoltà di medicina, decise di studiare e cimentarsi nella musica. La storia che noi oggi conosciamo ci suggerisce che quella fu una scelta per Fela fondamentale. Fu essenzialmente tramite la musica che Fela poté esprimere e veicolare il suo pensiero politico e di lotta sociale oltre che, nel tempo, presentarsi come un vero e proprio riferimento scenico ed artistico all’interno delle big band afrobeat che lo seguiranno nei suoi live, tanto travolgenti, quanto, a volte, bizzarri.

Viaggiando successivamente in Ghana e negli Stati Uniti ebbe il tempo e l’opportunità, infatti, di coltivare sempre di più le sue fantasie musicali tanto da cimentarsi nell’unione di generi come il jazz, la salsa, il funk e, soprattutto, musica tradizionale highlife, tipica proprio del Ghana. Dal punto di vista politico invece fu l’amore e la vicinanza al movimento Black Power nord americano che lo mutò culturalmente per sempre. Nei dieci anni che vanno dalla fine degli anni ’50 alla fine dei ’60 Fela Kuti si presentava già come un individuo carismatico e stravagante, attivista e polistrumentista, politico e cantante, circondato da decine di mogli fuori dal palco e decine di musicisti sul palco.

Tutto quanto raccontato non rappresenta nient’altro che quell’humus che pose le basi alla nascita della Repubblica di Kalakuta.

Auto proclamatasi indipendente dalla Nigeria e dalla sua dittatura militare nel 1970, quella comunissima e piccola palazzina posta al numero civico 14 sulla Agage Motor Road di Lagos divenne a poco a poco, ed in maniera del tutto naturale e spontanea, casa ed ospizio per dissidenti politici, seguaci di movimenti socialisti, riformisti, omosessuali e di liberazione sessuale di Lagos. In aggiunta, la Repubblica di Kalakuta fu anche studio di registrazione tra i più creativi ed indeterminati della storia della musica ma anche sede perfino di una clinica per cure mediche di base aperta a chiunque ne avesse bisogno.

Musica, poesia, accoglienza e libertà di pensiero divennero dunque a Kalakuta gli strumenti per dar voce a chiunque volesse opporsi alla corruzione del regime coloniale e militare governativo del tempo, all’oppressione sessista o, semplicemente, a tutti coloro che avevano voglia di evadere jammando con sax, tastiera e percussioni insieme a concittadini e nuovi amici che si sentivano esuli dalla quella figura di zombie che Fela Kuti stesso aveva ideato e cantato.

Zombie è infatti l’album che pose Fela Kuti nel 1977 direttamente nel mirino della critica nigeriana e del suo regime dittatoriale. L’omonima traccia descrive e sbeffeggia i metodi ed i servigi dei militari nigeriani verso un esercito-governo che non faceva altro che controllare e lobotomizzare la mente di milioni di persone con metodi rudi e dispotici. Anche nel vicino Ghana, dopo uno dei suoi soliti coinvolgenti show live che attirò come una calamita una marea di giovani africani, Fela, per l’irriverenza cantata nelle sue canzoni verso le istituzioni africane del tempo e mimando contemporaneamente le movenze degli adepti zombie al regime, fu espulso dallo Stato perché considerato soggetto pericoloso per l’ordine pubblico.

In Nigeria, nel frattempo, – era questione ormai di poco tempo – arrivò il fatto che in tanti temevano e che in molti purtroppo si aspettavano. L’ondata di popolarità, ed allo stesso tempo avversione, che il successo di Zombie stava portando con sé sancì la fine stessa di quella goccia di libertà che la Repubblica di Kalakuta rappresentava all’interno della megalopoli di Lagos. L’effetto pratico fu la distruzione della Repubblica di Kalakuta stessa.

All’alba del 18 febbraio 1978 mille soldati irruppero al civico numero 14 di Agege Motor Road. Il risultato è quantomeno immaginabile: clinica devastata, uomini e ragazzi picchiati e seviziati, Fela ridotto in fin di vita, metri di nastri di musica registrata andati perduti per sempre, donne presenti in quel momento – di cui una parte alcune delle ventisette mogli di Fela – stuprate ed, infine, la madre stessa di Fela che tragicamente precipitò nel vuoto da una finestra. Insieme a Kalakuta morì, dopo essere stata in coma per qualche giorno per le ferite riportate, anche una delle donne dal pensiero più moderno della storia recente della Nigeria. Ebbene, Fela come reagì? Nonostante le tante ossa rotte e dopo solo pochi giorni da quel devastante atto tornò sulla scena pubblica ancora più attivo ed irriverente che mai.

Scrisse il pezzo Coffin for Head of State in ricordo della madre mentre pianificava di far recapitare la sua bara direttamente sotto la residenza del generale Olusegun Obasanjo e poi la canzone Unknow Soldier dato che l’inchiesta ufficiale sui fatti che portarono fine a Kalakuta fu imputata verso un fantomatico soldato sconosciuto.

Anche senza più avere una sede fisica Kalakuta ed i suoi ideali che Fela Kuti stesso aveva originato non smisero più di circolare nel cuore dell’Africa equatoriale. Negli anni’80 Fela continuò a portare la sua musica ancora in giro per il suo continente ma anche al di fuori sebbene sempre alle prese con decine di carcerazioni forzate dal regime del suo Paese e scarcerazioni coadiuvate a volte dall’intervento di Amnesty International. Tra problemi familiari, divorzi dalle ultimi dodici mogli rimaste ed accuse di misoginia e sessismo legate al suo ideale spinto di poligamia, la carriera sociale, politica e soprattutto musicale di Fela Kuti si spensero agli inizi del successivo decennio, gli anni ’90. Quel decennio, caratterizzato tante volte storicamente dalla giunzione tragica morte-AIDS-musica non risparmiò neanche Fela Kuti seppur la causa effettiva biologica di morte non è stata mai confermata.

Un milione di persone, si racconta, parteciparono all’ultimo saluto di Fela Kuti a Lagos il 3 Agosto 1997.

Lì, tra quell’onda di compagni e connazionali, uno spirito esilarante, oppositore, pacifista ed artisticamente unico era ormai destinato a rimanere incancellabile nelle menti di milioni di uomini e donne africane.  

Cover image: True Africa

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