Watchmen, la serie: analisi di un’impresa impossibile

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Watchmen, la serie HBO, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto la serie, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

È stata una delle serie televisive più sorprendenti ed acclamate del 2019, ma rischia comunque di non avere una seconda stagione: secondo il suo creatore Damon Lindelof (Lost, The Leftlovers), infatti, tutte le idee migliori per Watchmen sono già state utilizzate nei nove episodi che compongono la prima stagione, per cui al momento è molto difficile proseguire, a meno che non si voglia farlo senza una valida base di partenza (e in quel caso Lindelof non farebbe parte del progetto).

Watchmen è stata una scommessa vinta, per Lindelof, per la HBO e per chiunque abbia creduto in un progetto tanto rischioso. Alla base c’è una delle graphic novel più importanti di sempre (sicuramente la più importante in ambito supereroistico), una monumentale opera di oltre quattrocento pagine che riesce nello stesso tempo a rileggere e mescolare quarantacinque anni di storia americana e tradizione supereroistica, una storia gigantesca e sostanzialmente infilmabile (ne sa qualcosa Terry Gilliam, che per il suo adattamento abortito dell’opera aveva in programma una lunga serie di stravolgimenti), portata sul grande schermo con scarsi risultati da Zack Snyder nel 2009.

Dieci anni dopo il tentativo di trasposizione letterale, Watchmen torna sullo schermo (questa volta il piccolo) ma con una veste del tutto nuova e un’intenzione ancora più ambiziosa: la serie di Lindelof infatti è un sequel del Watchmen originale, che ignora totalmente il film di Snyder per ricollegarsi direttamente all’opera a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons, trentatré anni dopo la prima pubblicazione.

Come il capostipite, anche questa nuova incarnazione di Watchmen vuole essere una riflessione sui tempi attuali: se il Watchmen di Moore e Gibbons rifletteva le ansie della Guerra Fredda e la paura di un imminente olocausto nucleare, quello di Lindelof è un degno specchio delle paure dei nostri giorni, tra rigurgiti di sentimenti nazionalistici e di intolleranza verso le minoranze, con lo spauracchio di una guerra tra poveri ormai alle porte.

Nothing ever ends. Erano queste le ultime parole che sentivamo pronunciare dal Dr. Manhattan nel fumetto: l’essere divino rivolgeva questa semplice frase ad Adrian Veidt, alias Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, colui che aveva appena sterminato un quarto della popolazione di New York, simulando un attacco alieno al fine di fermare la Guerra Fredda e raggiungere l’utopia di un mondo in pace. Con queste parole il Dr. Manhattan instillava un atroce dubbio nella mente di Veidt, che dopo due decenni di pianificazione iniziava a sospettare che forse il suo piano non avrebbe cambiato le cose per sempre. Nothing ever ends è una frase che sentiamo ripetere anche nella serie televisiva, che infatti prende il via proprio da questo concetto: siamo sul finire del 2019 e, trentaquattro anni dopo la messa in atto del complotto di Veidt, l’utopia si sta sgretolando. Il Presidente degli Stati Uniti è Robert Redford, che è in carica dal 1992 (grazie ad un piano di Veidt) e che ora vede la sua popolarità sgretolarsi ogni giorno di più. Gli eroi in maschera sono ufficialmente fuorilegge su tutto il territorio nazionale, mentre a Tulsa (Oklahoma) le forze dell’ordine operano a volto coperto per proteggere le proprie identità da quando un’organizzazione criminale nota come Settimo Cavalleria (i cui membri utilizzano maschere ispirate alla faccia di Rorschach) ha cominciato a minacciare le vite dei tutori dell’ordine. In un contesto così complesso stupisce il fatto che la protagonista assoluta sia Angela Aabar (Regina King), una figura così piccola e sola in un mondo così complesso. Stupisce anche la centralità nel racconto di una città come Tulsa (teatro nel 1921 di un vergognoso massacro a danno della popolazione afroamericana), ben diversa dalla ben più grande New York del capostipite.

Watchmen però ci insegna che è nei dettagli che si nasconde la grandiosità e, non a caso, superati i primi episodi (che possono essere spiazzanti anche per il più accanito conoscitore del fumetto) la sua trama comincia ad espandersi nelle direzioni più inaspettate, come una gigantesca carrellata all’indietro che rivela un disegno impossibile da cogliere da vicino.

Come il fumetto, Watchmen ha il via con un omicidio: questa volta tocca a Judd Crawford (Don Johnson), capo della polizia di Tulsa, solo che a differenza della graphic novel sappiamo fin da subito chi ne è l’autore. Da qui parte il viaggio di Angela Abar che, indagando su un caso apparentemente piccolo, si ritrova coinvolta in una trama gigantesca che la porta ad entrare a stretto con parte di quelli che, per chi attendeva la serie, sono i veri miti del racconto: i personaggi originali.

Chi nascosto, chi in esilio e chi con una nuova vita, alcuni dei personaggi principali della graphic novel tornano gloriosamente in questa serie, riaprendo archi narrativi che erano già stati splendidamente conclusi da Moore, riuscendo comunque a portarli a termine nel modo più sensato possibile. Nel corso di Watchmen scopriremo la vera storia di Giustizia Mascherata, l’unico personaggio dell’originale la cui identità e storia erano avvolte nel mistero più totale: non solo Lindelof ha il coraggio di mostrare ciò che Moore aveva preferito lasciare avvolto nel mistero (la nascita del primo eroe in maschera), ma lo fa anche in un modo assolutamente geniale, con un colpo di scena ed una serie di rivelazioni degne di essere studiate dalle future generazioni di sceneggiatori, mettendo questa figura al centro di tutto.

Rivediamo anche Laurie Blake (Jean Smart), alias Silk Spectre, la figlia del Comico, che è diventata ciò che voleva diventare nelle ultime pagine del fumetto e che dopo tanti anni si è trasformata in un personaggio pressoché irriconoscibile, per certi versi molto simile a quel padre tanto detestato.

Dovremo aspettare molto a lungo l’apparizione di Dr. Manhattan, quanto di più simile a Dio possa esserci in questa storia, per goderci un altro dei più grandi colpi di scena della storia recente dell’intrattenimento televisivo. La sua sparizione nel 1985 ha lasciato l’umanità sola ed impaurita, ma forse in fondo l’umanità non ha mai avuto veramente bisogno di un dio, come non ha bisogno di grandi burattinai.
Proprio parlando di burattinai, lasciandolo per ultimo, è impossibile non menzionare la straordinaria prova di Jeremy Irons nei panni di Adrian Veidt. Sempre in bilico tra luce e tenebre, così votato al bene da essere disposto a compiere le atrocità peggiori per realizzarlo: Adrian Veidt era il personaggio più complesso di Watchmen insieme a Manhattan, e vederli interagire un’ultima volta, con un dialogo memorabile, è una soddisfazione impagabile per chiunque abbia amato la graphic novel.

Irons fa proprio il personaggio in maniera sublime, impegnato in un one-man-show di pochissimi minuti ad episodio, quasi completamente avulso dal resto della serie e decisamente weird, recitando con l’intensità e il carisma di chi si è formato sui palchi della Royal Shakespeare Company e non intende far nulla per nasconderlo. Ispirandosi a Wile E. Coyote per caratterizzarlo, Lindelof re-immagina Veidt intrappolato in una prigione dorata, circondato dall’utopia che tanto aveva sognato negli anni passati: quello che però l’uomo più intelligente del mondo non aveva previsto era che il raggiungimento di tale utopia non lo avrebbe reso felice, perché non ci sarebbero più stati fili da tirare.

Non era facile riuscire con questa serie, perché non è facile dare un degno seguito ad un capolavoro già perfettamente autoconclusivo. La serie di Watchmen è riuscita in questa sfida impossibile ed è stata premiata tanto dalla critica quanto dagli ascolti. Restano alcune questioni irrisolte, che potrebbero aprire la porta in un futuro non troppo lontano ad altri episodi (spiegare ad esempio che cos’è successo a Nite Owl), ma a giudicare dalle continue smentite del suo creatore, questa serie sembra destinata a rimanere un unicum, ulteriore elemento distintivo che potrebbe renderla col tempo un cult anche presso il pubblico che non conosce il materiale di provenienza.

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