La Spezia e le Cinque Terre: la storia, le attrazioni, la magia

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Come è noto, La Spezia è uno dei quattro capoluoghi della Liguria, situata nell’estrema parte orientale della regione, a pochi chilometri dal confine con la Toscana  e vicina all’Emilia. La sua popolazione conta circa 93.000 persone, anche se l’area urbana supera i 115.000, costituendo la seconda città della Liguria.

L’origine del nome

Sulle origini del nome della città, vi sono varie ricostruzioni storiografiche che partono da un antico documento del 1071, dove per la prima volta compare il nome Spezia per indicare la zona identificabile con il cuore della città vecchia, il “Poggio”. Tuttavia, sembra che la prima trascrizione accertata del nome sia avvenuta in un documento del 1256. In alcune mappe della Repubblica di Genova, elaborate tra la fine del sedicesimo e del diciottesimo secolo, si riscontra l’utilizzo dei toponimi Spezza e golfo della Spezza. La stessa denominazione compare nella Galleria delle carte geografiche dei Musei Vaticani risalente all’ultimo scorcio del Cinquecento.

Sull’etimologia del termine sono state avanzate numerose ipotesi, anche se nessuna di esse è ancora considerata del tutto risolutiva. Secondo qualche storico, Speziam o Speciam, nelle sue varianti documentali più antiche, non sarebbe altro che l’usura fonetica dei termini Ospitia o Ospitium, cioè luogo di riposo per i viandanti ed i pellegrini, o anche degli abitanti della gloriosa città di Luni distrutta. Per altri, il nome avrebbe legami con la “spedizione del sale” (sal album), rappresentando una sintesi dell’espressione ab expediendo. Non mancano riferimenti ad un’eventuale origine greca del nome: Spithia o Spetzia potrebbe aver avuto l’intento di descrivere le tante insenature presenti nel golfo del nascente borgo. E ancora, qualche esegeta ritiene che possa riallacciarsi alla radice latina di palus (palude), traendo spunto da un antico documento del 1081 che menziona il “fossato Pieza”, ritrovato tra i manoscritti del Monastero del Tino. Nel 1860, il Pistarino ha creduto di trovare la soluzione, analizzando un passo di un’opera di fra Jacopo d’Acqui del XIV secolo, Chronicon Ymaginis Mundi, in cui il termine Spetie era usato con il significato di “pietra”, come in tutto il latino medioevale. 

Al di là delle origini del nome, grandi controversie sono nate per spiegare l’apparizione dell’articolo la, in parte adoperato già nei primi documenti in lingua volgare. Dopo il congresso di Vienna, si decise di eliminare definitivamente l’articolo, per rispettare una regola di buon senso, secondo la quale prima del nome di una città, esso non andrebbe collocato. La decisione non fu accolta con entusiasmo dai cittadini e, nei primi due decenni del secolo scorso, l’utilizzo indiscriminato di Spezia e La Spezia ingenerò non poca confusione. Nel 1926, tre anni dopo che Spezia fu costituita provincia autonoma, il consiglio cittadino chiese al governo di reintrodurre l’articolo davanti al nome della città, richiesta poi accolta e sanzionata con il regio decreto del 2 ottobre 1930, che rettificò definitivamente il titolo in La Spezia. E’ necessario precisare che i linguisti moderni non ritengono più il la usato davanti al nome della città come un articolo, bensì come una particella indeclinabile facente parte del nome stesso. La Crusca, influenzando anche una recente interpretazione prefettizia, ha poi chiarito che è preferibile far precedere Spezia dalle preposizioni articolate, piuttosto che da quelle semplici: della Spezia e non di La Spezia. Ciò deriverebbe da una tradizione consolidata sul territorio, come recita lo stesso statuto comunale.

La storia di La Spezia

Il territorio circostante La Spezia fu abitato fin dall’epoca preistorica, come evidenziano le numerose statue stele ed i reperti dell’età del bronzo e del ferro recuperati sulle alture del Golfo e nelle vallate più vicine. In età storica si stanziarono i Liguri, sconfitti a più riprese dai Romani e definitivamente domati nel 155 a.C. dal console Marco Claudio Marcello. Si può dire che le origini della città della Spezia affondino radici nella colonizzazione romana, ma che abbiano legami profondi con la celebre città di Luni, molto fiorente in epoca antica.

Come tutto il bacino mediterraneo occidentale, la caduta dell’impero romano provocò distruzioni e decadenza, a causa delle invasioni barbariche, soprattutto da parte degli Eruli e dei Goti nell’Italia settentrionale. Dopo la guerra gotica, la zona del levante ligure passò sotto il dominio bizantino e successivamente fu conquistata dai Longobardi. La città più importante della zona era sempre Luni che, dopo aver subito le scorribande dei Vichinghi prima e dei Saraceni dopo, decadde in via definitiva verso la fine del IX secolo. Dopo un periodo abbastanza buio per il Levante Ligure, nel XII secolo la repubblica genovese acquistò il borgo di Porto Venere e, poi, quello di Lerici: proprio in questo periodo cominciò ad essere citata Spezia come centro autonomo in alcuni documenti commerciali, distinguendosi dal borgo di Vesigna, nucleo più antico sorto sulle alture.

Dopo l’effimera “signoria guelfa” di Nicolò Fieschi, che si estendeva da Sarzana a Lavagna, Spezia fu ricondotta nell’orbita genovese alla fine del tredicesimo secolo, vivendo nei due secoli successivi un sensibile sviluppo, tanto da diventare sede della “Podesteria”, su disposizione del doge genovese e nel 1371 sede del “Vicariato di Levante”, una delle tre circoscrizioni in cui era suddivisa la repubblica ligure. Nel XV secolo su tutto il Levante ligure si imposero i Visconti di Milano e l’area del golfo antistante Spezia, comprendente anche quelle che saranno denominate “Cinque Terre”, fu teatro di ripetute scorribande incursioni piratesche. Per questi motivi, la navigazione era sconsigliata ai mercanti che preferivano altre rotte per realizzare gli scambi commerciali.

All’inizio dell’età moderna, la Lunigiana, il cui centro più importante era diventato Sarzana, ed il Levante Ligure furono oggetto di contesa tra i Visconti di Milano ed i Medici di Firenze, con un periodo di influenza francese su tutta la repubblica di Genova, di cui Spezia condivise le sorti fino alla caduta per opera dell’occupazione napoleonica. Fu proprio Napoleone a sottolineare l’importanza militare della città, elevandola nel 1808 al rango di “Distretto” e dichiarandola “porto militare” con decreto imperiale. Con la fine dell’effimero impero francese, a seguito del Congresso di Vienna, la Liguria entrò a far parte del Regno di Sardegna. Nel terzo decennio del diciannovesimo secolo, la popolazione della città della Spezia aumentò sensibilmente. Proprio in questo periodo la zona iniziò ad essere una delle mete più ambite di scrittori, musicisti e poeti, attratti dalle bellezze naturali e dal clima particolarmente mite. Vedremo in seguito i motivi specifici che portarono il golfo ad essere denominato “dei poeti”.

Nel 1849 Cavour, allora Presidente del Consiglio e Ministro della Marina, favorì la costruzione dell’Arsenale della Marina Militare, affidando la direzione dei lavori all’ufficiale del Genio, Domenico Chiodo, a cui ancora oggi è intitolata una delle zone più importanti della città, proprio in prossimità del comprensorio militare. La costruzione dell’Arsenale, nella seconda metà dell’Ottocento, dopo l’Unità di Italia, favorì una notevole immigrazione nella città, funestata da una tremenda epidemia di colera nel 1864 e dai drammi della prima guerra mondiale un cinquantennio dopo. Durante il secondo conflitto, La Spezia subì notevoli attacchi aerei da parte delle Forze angloamericane, per la sua importanza militare ed industriale, caratteristiche che avrebbe conservato in maniera marcata nei decenni immediatamente successivi. Dalla fine della guerra fredda, periodo in cui l’anonima La Spezia era uno dei centri di spionaggio più attivi in ambito europeo, la città e l’intera provincia sono state protagoniste di un’intensa opera di riqualificazione turistica, anche grazie all’inserimento, a partire dal 1997, delle “Cinque Terre”  e del parco di Porto Venere tra i luoghi del patrimonio mondiale dell’Umanità UNESCO.

Il golfo dei poeti

La Spezia è una delle mete irrinunciabili per chi vuole conoscere la Liguria, affacciandosi su uno dei tratti più belli della costa, il “Golfo dei poeti”. Partendo dal castello di San Giorgio, posto sulla cima del colle del Poggio, è possibile scendere verso le vie del centro, tra cui spicca il cuore pulsante della città, Via del Prione, dove sorgono importanti edifici come il Museo Lia ed il teatro Civico. Oltre a tipiche costruzioni liguri, piuttosto basse e variopinte, è possibile ammirare alcuni edifici in stile liberty, con fregi di strana e misteriosa fattura che richiamano alcuni palazzi di memoria mitteleuropea. Come ho accennato in precedenza, anche per testimonianza costante e diretta, la città nell’ultimo ventennio ha cambiato volto, scoprendo la propria vocazione turistica ed artistica. In particolare, l’avveniristico ponte Thaon de Revel che collega la passeggiata Morin al porto Mirabello, una sorta di isola artificiale nel golfo, attribuisce un tocco quasi nordeuropeo alla Spezia, un valore che si aggiunge ai suoi colori tipicamente mediterranei.

Il golfo della Spezia, come abbiamo già detto in precedenza, è anche chiamato “golfo dei poeti”, definito così dal commediografo Sem Benelli che, in una villa sul mare nei pressi di Lerici, elaborò il suo capolavoro La cena delle beffe. Ma tale denominazione, consacrata dal Benelli, deriva dal fatto che già nei secoli precedenti molti scrittori ed artisti avevano soggiornato presso questo “anfiteatro d’acqua”. 

La citazione più antica si deve a Dante con la sua menzione  “Tra Lerice e Turbia la più diserta, la più rotta ruina è una scala verso di quella, agevole ed aperta”, nel canto III del Purgatorio, prendendo come esempio emblematico la costa dell’estremo Levante Ligure per sottolineare l’inaccessibilità delle rocce del Purgatorio. E tra il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo, personaggi illustri come David Herbert Lawrence, George Sand, Virginia Woolf, Charles Dickens ed Henry James soggiornarono nei pressi del golfo.Furono due, tuttavia, gli artisti che legarono maggiormente il loro nome al golfo della Spezia: la romanziera Mary Shelley, di cui si racconta che avrebbe composto il suo best seller (Frankenstein) a Lerici e l’avventuriero/poeta Lord Byron, al quale è dedicata un’epigrafe in uno dei luoghi più panoramici di Portovenere.Tra i personaggi illustri italiani è giusto ricordare lo scienziato Paolo Mantegazza, il pittore Oreste Carpi, il “vate” Gabriele D’Annunzio ed il poeta Filippo Tommaso Marinetti che definì il golfo della Spezia, come “il golfo delle meraviglie”.

Vi è però da ricordare una presenza nel golfo di particolare rilievo storico ed artistico: quella del geniale pittore Sandro Botticelli nella seconda metà del quindicesimo secolo. In quel periodo il golfo della Spezia era chiamato “golfo di Venere” e Botticelli si innamorò della bella aristocratica genovese Simonetta Vespucci che spesso soggiornava a Fezzano, uno dei borghi attualmente inglobato nell’area comunale di Porto Venere.  La ragazza morì giovanissima di tisi, ma prima fu protagonista di una delle più splendide opere del patrimonio artistico mondiale. Sandro Botticelli l’avrebbe scelta, infatti, come modella per rappresentare la Nascita di Venere. Alcuni studiosi ritengono, dopo un’attenta analisi, che sullo sfondo del dipinto, dietro lìimmagine della donna, sarebbe riconoscibile il golfo della Spezia ed, in particolare, il promontorio di Fezzano, quello del Varigano e perfino l’isola Palmaria.

I dintorni

Lerici

Tra i dintorni della Spezia, non si può fare a meno di parlare di Lerici, la località affacciata sulla propaggine più orientale del Golfo dei poeti. Alcuni reperti storici hanno evidenziato che il primo insediamento risale all’epoca etrusca, intorno al VII secolo a.C., diventando in seguito un porto ben attrezzato prima per i Liguri e poi per i Romani. Nel tardo Medioevo Lerici fu contesa, con fasi alterne, dai signori Malaspina di Massa, dalla Repubblica genovese e da quella pisana. E furono proprio gli abitanti di Lerici che contribuirono, in maniera decisiva, alla sconfitta dei Pisani durante la battaglia della Meloria del 1284. Tra gli edifici di maggior interesse, spicca sicuramente il “castello” che sorge su uno spiazzo naturale formatosi in cima al Mons Illicis, un piccolo promontorio a picco sul mare, ultimo lembo del più grande complesso del Caprione. Il primo nucleo del castello fu edificato nella seconda metà del dodicesimo secolo, ma furono i Pisani, circa un secolo dopo, durante il loro breve dominio sul borgo di Lerici, a completare la struttura del castello vero e proprio. 

Gli esperti considerano l’edificio uno dei più significativi esempi di architettura “castellana” dell’intera Liguria. L’aspetto odierno è composito, rivelando la sovrapposizione di stili che si sono succeduti nel corso dei secoli. Ciò che ha colpito maggiormente gli artisti è stata la pianta pentagonale della torre in stile gotico, frutto della tradizione militare lunense. Inoltre la forma pentagonale richiama chiaramente una simbologia esoterica: i quattro elementi (aria, acqua, fuoco e terra) da aggiungere al quinto elemento: lo “spirito”, la quintessenza. Anche la torre testimonia la grande rivalità tra Genovesi e Pisani. Essa, infatti, fu fatta edificare da questi ultimi per controllare meglio la prospiciente Portovenere, baluardo sicuro dei Genovesi.

Di grande suggestione, all’interno del castello, è la cappella di Santa Anastasia che presenta una pianta rettangolare, divisa in due parti da un grande arco dal quale si estendono le volte a crociera. La scarna muratura è tipicamente medioevale, alla quale si aggiungono, come parte decorativa, fasce bianche e nere delineate anche sul soffitto. Nella chiave di volta è raffigurato San Giorgio, molto popolare nell’area geografica lunense a partire dall’età protocristiana.

Portovenere

Nell’estremià occidentale del Golfo dei Poeti, è situata Portovenere, luogo di incomparabile bellezza, le cui immagini sono spesso utilizzate, come spot pubblicitario, per rappresentare la Liguria ed, in alcuni casi, l’Italia stessa. Portovenere o la sua variante testuale Porto Venere si trova all’estremità meridionale di una piccola penisola, dalle cui propaggini si sono distaccate le tre isole della Palmaria, del Tino e del Tinetto. Le spiagge del comprensorio sono rinomate per l’acqua cristallina e per la notevole profondità, citate nelle guide turistiche degli operatori di tutto il mondo. Gli studiosi ritengono che le origini più antiche del borgo risalgano al VI secolo a.C., dove era insediata la popolazione dei Liguri, ma vi sono due fonti storiche certe successive che la menzionano: uno scritto di Caludio Tolomeo del 150 d.C. e l’Itinerarium Maritimum Imperatoris Antonini Augusti di Antonino Pio del 161 d.C.. Si pensa che il nome latino Portus Veneris derivi dal tempio dedicato alla dea Venere Ericina, edificato dove alcuni secoli dopo sarebbe stata costruita la pittoresca e magnifica chiesa di San Pietro, a picco sul mare, a poche decine di metri dall’isola Palmaria (tra le due sponde,  lo stretto braccio di mare prende appunto il nome di “canale di Portovenere). Gli antichi Romani avrebbero dedicato il tempio alla dea della bellezza, in quanto, secondo il mito la stessa sarebbe nata dalla spuma del mare, abbondante ed impetuosa proprio in quel punto della frastagliata costa.

La chiesa di San Pietro

Il luogo più suggestivo di Portovenere è proprio la chiesa di San Pietro, costruita all’estremità occidentale del borgo su uno sperone roccioso, sospesa tra i flutti del mare, con l’isola Palmaria da un lato ed i promontori delle Cinque Terre dall’altro. Il percorso che conduce dal centro abitato alla chiesa costeggia terrazze ed aperture, naturali ed artificiali, tra le quali la più celebrata è la cosiddetta “grotta di lord Byron”, in onore del dandy inglese, particolarmente legato a quel territorio. 

L’incantevole costruzione è costituita da un nucleo più antico, la piccola basilica paleocristiana fondata sui resti del tempio romano, edificata nel V sec. d.C., con pianta rettangolare ed abside semicircolare, tuttora identificabile per la pavimentazione costituita da sottili lastre di pietre e da marmi di carattere composito.  Unita alla piccola chiesa paleocristiana, vi era un’abbazia benedettina, comprendente la suggestiva loggia romanica a quattro aperture colonnate, da cui è possibile ammirare un panorama mozzafiato. La loggia, probabilmente, era stata edificata con materiali ricavati dal demolito tempio di Venere. Nel tredicesimo secolo, i Genovesi diedero vita alla parte “gotica” della chiesa, riconoscibile dalle fasce bianche e nere, tipiche dell’architettura ligure di quell’epoca. L’interno della chiesa si presenta semplice e mistico: tre navate con copertura a volte ogivali a crociera, rette da pilastri polistili. Dopo aver ammirato una copia della statua bronzea di San Pietro, conservata in Vaticano, ci si può avvicinare ad un altare in marmo bianco, scarno e luminoso, dove alcuni anni fa vissi un bel momento della mia esistenza. Dal borgo è possibile salire verso la chiesa di San Lorenzo, sede parrocchiale, eretta dai Genovesi nella seconda metà del dodicesimo secolo e verso il Castello Doria, dal quale si gode una vista stupenda sull’intera Portoevenere e sul promontorio di San Pietro.

L’isola della Palmaria

L’isola della Palmaria, compresa nel Comune di Portovenere, è la più grande dell’arcipelago spezzino, con la sua forma triangolare o trapezoidale, a seconda del punto di vista dell’osservatore. I lati che si affacciano verso Portovenere e verso il golfo presentano un aspetto meno selvaggio, degradando dolcemente verso il mare e ricoperti di una tipica macchia mediterranea, mentre il lato rivolto verso il mare aperto  presenta falesie ripide e numerose grotte, tra cui la Grotta Azzurra, visitabile con le imbarcazioni e la Grotta dei Colombi, raggiungibile solo con corde specialistiche. Proprio in questo antro sono stati ritrovati fossili di animali pleostonici, come il camoscio ed il gufo delle nevi e perfino tracce di sepolture umane, lasciando supporre la presenza dell’uomo ben 5000 anni fa. È da ricordare che San Venerio, il patrono del golfo della Spezia, nacque proprio sulla Palmaria. 

Il suo nome, tuttavia, è legato particolarmente all’isola del Tino, dove visse in eremitaggio fino alla morte avvenuta nel 630. Per onorare la sua memoria, il vescovo Lucio di Luni, nel VII secolo, fece costruire un piccolo santuario, e nell’XI secolo fu fondato un monastero benedettino che acquistò grande fama tra i nobili dell’area geografica circostante, ricevendo sostanziose donazioni. Il territorio dell’isola è dichiarato “zona militare” e, pertanto, può essere visitato solo in poche occasioni annuali, tra cui il 13 settembre ed il weekend immediatamente successivo, quando ricorre la festività di San Venerio. Il faro posto sulla cima dell’isola è considerato uno dei più belli d’Italia: nelle chiare notti è possibile scorgerne i lampi nell’oscurità del mare e del cielo, da Lerici e da alcuni promontori delle Cinque Terre.

Il Tinetto, infine, è poco più di uno scoglio, con la presenza solo di qualche arbusto tipico della macchia mediterranea. Ma, pur avendo un’estensione ridottissima, il Tinetto presenta i resti di un antico cenobio cristiano, sulle cui pareti sono disegnate tracce di antiche decorazioni a croci lunate, incise con i colori rosso e blu.

Le cinque terre

Tra le meraviglie della costa spezzina, un posto particolare occupano le “Cinque Terre”, uno dei tratti di costa più spettacolari e frastagliati del Levante Ligure, tra Punta Mesco, partendo da occidente, e Punta di Montenero. In questo tratto di costa si trovano cinque borghi pittoreschi: Monterosso al Mare, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore (sempre partendo da occidente). Nel 1997, unitamente a Porto Venere ed al suo arcipelago, di cui abbiamo già parlato, le Cinque Terre sono state inserite nella lista dei luoghi “Patrimonio dell’umanità” UNESCO. Con due successivi provvedimenti, rispettivamente del 1998 e del 1999, sono state istituite “l’Area marina protetta delle Cinque Terre”, allo scopo di proteggere l’ambiente e di valorizzare le risorse biologiche ed il “Parco nazionale delle Cinque Terre” con tre obiettivi programmatici principali: la conservazione degli equilibri ecologici, la tutela del paesaggio e la salvaguardia dei valori antropologici dei vari siti.

La costa è quasi interamente rocciosa, con elevata ripidità ed, in alcuni casi, con una totale verticalità sul mare. Le poche spiagge sabbiose e ciottolose sono localizzate nel borgo più importante, Monterosso, nonché a Corniglia e a Riomaggiore. L’acqua cristallina del parco marino delle Cinque Terre è considerata tra le più pure dell’intero bacino mediterraneo, al punto da essere utilizzata in numerosi prodotti farmaceutici e parafarmaceutici per prevenire e curare sindromi da raffreddamento e respiratorie. Il contesto collinare del comprensorio si presenta naturalmente aspro, così come sottolineato da Dante nella citazione già illustrata, ma addolcito, nel corso dei secoli, dalla costruzione di terrazzamenti o fasce per la coltura, creandosi un meraviglioso effetto, in quanto i borghi sorgono dove il mare si insinua in maniera quasi serpentina ed assumono una forma quasi ad imitare quella delle colline adiacenti.

La presenza dell’uomo è attestata in epoca molto antica, seguendo lo stesso schema indicato in merito ai reperti ritrovati nella Grotta dei Colombi presso l’isola Palmaria già menzionati. Inoltre, vi sono evidenti tracce dell’epoca neolitica, grazie al ritrovamento di asce levigate, lasciando supporre che l’area fosse abitata da un gruppo autoctono e stabile di cacciatori. Hanno destato molto interesse negli studiosi alcuni grandi massi, i cosiddetti “menhir”, nella zona di “Campiglia Tramonti”, dove attualmente sorge la Cappella di Sant’Antonio. Secondo l’interpretazione di alcuni esegeti, questi massi avevano funzioni astrologiche/calendariali, a similitudine dei grandi complessi nordeuropei, come Stonehenge; per altri, invece, si tratterebbe di “grandi pietre” votive o religiose da cui si sarebbero poi sviluppate le statue stele, diffuse soprattutto nell’area lunense.

Le cronache romane dimostrano che la costa delle Cinque Terre fu difficilmente domabile, a causa della forte opposizione dei Liguri, a differenza della zona di Luni, dove poterono stanziarsi con maggiore facilità. Tuttavia, alcune fonti testimoniano che, a partire dall’età augustea, l’area delle Cinque Terre diventò meta di ricche famiglie dell’aristocrazia romana. La stessa etimologia di “Corniglia” sembrerebbe riferita alla gens Cornelia che avrebbe gestito un ampio latifondo sulla costa, attratta dalla possibilità di ricavare pregiati vini dalle rigogliose viti della costa, come parecchi secoli dopo sarebbe stato istituzionalizzato con la produzione d.o.c. “vino delle Cinque Terre”. A tale proposito, nella opulenta e ricca Pompei sono state ritrovate anfore di vino sulle quali era incisa la scritta Cornelia: alcuni studiosi hanno creduto di aver individuato una chiara traccia del collegamento con la costa del levante ligure.

I cinque borghi, nella loro conformazione più o meno analoga al giorno d’oggi, iniziarono a formarsi nell’XI secolo. Il più antico documento risale al 1056 e si riferisce ad un atto rogato a Monterosso, con il quale un marchese aveva venduto alcuni immobili situati nell’area di Porto Venere. Nei secoli successivi, le Cinque Terre seguirono le sorti della repubblica di Genova, dovendo fronteggiare il costante pericolo degli attacchi da parte dei pirati ottomani, come testimoniano le numerose torri di avvistamento, da cui le sentinelle, mediante segnalazioni prestabilite con il fuoco, avvertivano la popolazione delle eventuali incursioni. Uno degli episodi più famosi avvenne nel 1545, quando il pirata Dragut depredò e deportò schiavi da Monterosso e da Corniglia, ma fu respinto da Manarola, con l’aiuto dei cittadini di Riomaggiore.

Passando ad una brevissima rassegna dei cinque borghi, occorre precisare che essi sono inseriti in tre comuni autonomi: Monterosso, Vernazza comprendente anche Corniglia, Riomaggiore comprendente anche Manarola.

Monterosso al mare

Seguendo il criterio “occidentale”, partiamo da Monterosso al mare, il borgo più esteso delle Cinque Terre, suddiviso in due parti: la parte più antica ad est, quella relativamente più moderna (Fegina) ad ovest. La parte originaria presenta le caratteristiche del tipico borgo ligure, con abitazioni variopinte ed alcuni edifici religiosi di rilievo, come la chiesa di San Giovanni Battista, con la sua pregevole facciata in stile gotico bicromo, bianco e scuro, estratto dalle cave di Punta Mesco ed il suo rosone centrale in marmo bianco. Il campanile della chiesa era un tempo una delle torre di guardia a protezione dei pirati, ricostruito dopo esser stato danneggiato da un terremoto. Nella parte più moderna sono situate le spiagge, le più estese delle Cinque Terre, seppure gli spazi siano ristretti, anche per il notevole affollamento nella stagione estiva, dovuto soprattutto alla prossimità alla stazione ferroviaria.

Lo spettacolo paesaggistico è mozzafiato, grazie all’acqua generalmente di colore turchese ed alla presenza di due faraglioni che conferiscono un fascino ancora più suggestivo a quel tratto di costa. Nella propaggine più occidentale è collocata la particolare “statua del gigante”, in realtà raffigurante Nettuno che sembra uscire direttamente dalla roccia.  La statua fu realizzata nel 1910 in cemento armato ed è alta ben 14 metri. Purtroppo, a causa del trascorrere del tempo e dei bombardamenti delle due guerre mondiali, ha perso entrambe le braccia, il tridente e la grande terrazza a forma di conchiglia. A Monterosso trascorse gran parte della sua vita Eugenio Montale, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1975, nella villa conosciuta proprio come “Villa Montale”.

Vernazza

Vernazza è considerata uno dei borghi più belli d’Italia. Il suo toponimo, secondo fonti ormai quasi certe, deriverebbe dal latino “verna”, che può essere traducibile come “indigeno” o “autoctono”. I primi documenti che parlano di Vernazza risalgono al 1080, dove si cita castrum Vernatio, come base marittima degli Obertenghi, una potente dinastia di origine franca. Il borgo è uno dei più ripidi delle Cinque Terre ed è attraversato da strette viuzze che scendono verso la strada principale, confluendo in una piazzetta antistante la splendida baia del porticciolo. Nel 2013 il New Times ha inserito Vernazza tra i 46 luoghi al mondo da visitare assolutamente, un trend americano confermato negli anni successivi, in cui si è assistito ad un massiccio aumento del turismo in tutte le Cinque Terre. Il Torrione ed il Castello Doria ricordano il passato di strenua difesa di Vernazza, mentre la splendida chiesa di Santa Margherita di Antiochia con le sue vetrate sul mare, regala suggestioni mistiche anche agli animi meno sensibili. Purtroppo Vernazza è stata la località più colpita dal tremendo alluvione del 2011, ma ha saputo rialzarsi alla grande, riguadagnando il ruolo di ambita meta turistica.

Un profondo legame affettivo mi lega a Corniglia, la cui posizione è centrale nell’area delle Cinque Terre. Mi viene subito in mente una citazione di Boccaccio (Decameron, decima giornata, seconda novella):

E allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito ed un gran bicchiere di vernaccia di Corniglia.

Corniglia

Il vernaccia, con ogni probabilità, era il vino che si produceva a Vernazza, mentre, per quanto riguarda Corniglia, abbiamo già parlato del suo legame con la gens Cornelia. Il borgo di Coniglia si differenzia dagli altri quattro, in quanto non si affaccia direttamente sul mare, trovandosi sulla cima di un promontorio alto circa novanta metri che, per chi proviene dalla stazione ferroviaria, è raggiungibile percorrendo una pittoresca scalinata, chiamata Lardarina e costituita da 33 rampe con 382 gradini, oppure attraverso una direttrice tortuosa. Il carugio centrale porta fino alla piazza principale del borgo, dominato dalla chiesetta di santa Caterina, alle cui spalle si arriva su una piazzetta denominata “fosso”, dove si trovano i resti di un torrione genovese del sedicesimo secolo. Dalla cima del torrione è possibile ammirare uno splendido panorama della costa in direzione Manarola, mentre, al lato opposto, dalla terrazza Santa Maria si scorgono gli stupendi tramonti che illuminano la baia di Vernazza. Marina di Corniglia è un piccolo golfo composto da un porticciolo, circondato da un piccolo molo e dall’imponente promontorio delle “tre croci”.

Una delle spiagge più particolari è quella naturista di Guvano, uno dei più bei tratti della costa. Spostandoci verso il lato orientale rispetto alla stazione ferroviaria, troviamo il vecchio “Villaggio Europa”, al centro di una lunga querelle giudiziaria nata nel 2002, di cui ancora si scorgono le rovine, deturpando in parte lo splendido paesaggio. Si tratta di una lunga storia di contraddizioni burocratiche tra diverse Autorità giudiziarie, amministrative e gli eredi dell’ultimo proprietario che non ha ancora una soluzione definitiva. In realtà, il villaggio, pur trovandosi in prossimità della stazione di Corniglia, è situato già nel comune di Riomaggiore, sul cosiddetto spiaggione, eroso dall’avanzare progressivo del mare, ma dove, a mio avviso, si può godere dell’acqua più limpida e spettacolare delle Cinque Terre.

Manarola

Mi manca non poter percorrere il meraviglioso sentiero a picco sul mare da Corniglia a Manarola, come potevo fare alcuni anni fa, a causa della chiusura per frequenti frane. Il promontorio di Manarola, con le sue case colorate situate su un costone roccioso che si protende sul mare, è un autentico gioiello presentato tra le immagini paesaggistiche più preziose dell’intero globo. La via principale, chiamata Discovolo fu ricavata dalla copertura di un corso d’acqua, al centro di stretti carrugi e di numerose scalinate che portano nelle abitazioni arroccate sul promontorio.                     L’etimologia del toponimo è molto incerta: qualche studioso ha azzardato la derivazione dal latino Manium arula, traducibile in “piccolo tempio dedicato a Mani”. Nel periodo natalizio, Manarola si accende con le luci del suggestivo presepe, il più grande al mondo, realizzato in maniera artigianale e formato da migliaia di luci montate su apposite sagome. Queste sagome rappresentano le figure tradizionali abbinate al presepe, creando un’atmosfera magica, nonostante siano ricavate da materiale riciclato. Nel periodo pasquale, sulla stessa collina viene realizzata una via crucis luminosa, mentre vicino alla panoramica chiesa di san Lorenzo, in occasione della festa del santo, si illumina una raffigurazione del martire con la famosa graticola.          

Riomaggiore

Un romantico sentiero, non a caso chiamato “via dell’amore”, non sempre aperto al pubblico, ci porta a Riomaggiore. La particolarità del borgo è la sua struttura composta da diverse file quasi parallele di “torri genovesi”, collocate lungo un vecchio ripido torrente. Riomaggiore si estende su due diverse vallate, separate da un ripido costone, sulla cui parte più bassa sorge il castello. Secondo una leggenda antica, non accertata storicamente, Riomaggiore sarebbe stata fondata nell’VIII secolo da un gruppo di profughi greci che fuggivano dalla furia dell’imperatore bizantino iconoclasta Leone III Isaurico, ma il borgo si sviluppò dopo l’anno 1000, grazie all’espansione della repubblica di Genova. Anche l’insenatura di Riomaggiore accoglie i visitatori con un acqua limpida e cristallina, con colori cangianti dal verde all’azzurro.

E concludo la stesura di questa breve rassegna, mentre scendo verso lo “spiaggione di Corniglia”, oltre il vecchio villaggio Europa. È un pomeriggio di sole di fine inverno, ma si avverte un tepore da tarda primavera, in considerazione del microclima dovuto alla presenza delle rocce a picco che riparano dal vento. Il mare è appena increspato,  altri due visitatori sono abbastanza distanti. Mi stendo sulle rocce, noncurante della durezza delle pietre, soltanto un gabbiano, in cerca di cibo o di compagnia, si accorge della mia presenza. Un mio sorriso non lo spaventa, anzi lo invoglia ad avvicinarsi… è uno dei pochi momenti in cui mi sento veramente in sintonia con il mondo circostante…

Questa storia fa parte del libro:
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