Le conseguenze dell’amore: trama, analisi e spiegazione del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione de Le Conseguenze dell’Amore di Paolo Sorrentino, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

“Cosa ha a che fare la notte con il sonno?”

John Milton

Lasciar congedare la vita, salutandola dolcemente, è un tenero sollievo che ogni uomo prova quando cala la notte e le palpebre separano il cosciente dall’incosciente. Il sonno ci accompagna in un mondo in cui i pensieri non hanno alcuna logica, se non quella da lui dettata, dove qualsiasi dottrina dall’autorità incontrastabile si disperde nel paradossale, assumendo forme che comprendiamo e condividiamo nell’hic et nunc, ma che al risveglio lasciamo da parte con sprezzante ironia poiché scaraventati nella monotonia del mondo reale e privati di quella libertà mentale che solo un infante può avere o pochi altri eletti. La stanchezza dell’esistenza e il ristoro che ne consegue ci lasciano accarezzare il desiderio perverso e puerile di abbandono verso l’ignoto, che attrae e spaventa allo stesso tempo, ma che non può non essere abbracciato e che ci conduce in un’estensione dove qualsiasi forma di volontà è annientata e, come nell’utero materno, viviamo perché dipendiamo da ciò che ancora non conosciamo eppure quel sangue caldo è il posto più sicuro dove potremmo trovarci.

Sonno e Morte danzano attorno allo stesso fuoco scambiandosi consigli su come trattare l’uomo e litigando costantemente, da buoni fratelli che si rispettano (“Consanguineus lethi sopor”), per chi deve cingere la madre Notte. Sebbene Sonno sia il figlio prediletto di quest’ultima spesso, come accade tra chi condivide lo stesso spirito e lo stesso sangue, si slega dal profondo abbraccio che li tiene legati lasciandoci così soli, inermi e spogliati del nostro ristoro.

Il crepuscolo infatti non porta con sé soltanto l’assopimento del fisico e dell’animo ma anche pensieri, ricordi, pulsioni e immaginazioni ingeriti dal nevroticismo routinario e che trovano rigurgito soltanto nel buio della notte, che li nobilita o li degrada senza mezzi termini. La calma piatta, il silenzio e l’oscurità accompagnano il nottambulo durante questo pellegrinaggio la cui destinazione è comune a tutti i tormentati, cioè l’allietarsi dell’anima. È il momento in cui il pittore disegna con leggerezza il dettaglio più bello della sua opera, il tempo in cui lo scrittore trova quella specifica parola che farà emozionare tutti quei disgraziati che lo leggeranno, ma anche il tempo in cui quell’uomo di mezza età dai capelli ormai grigi penserà che sposare sua moglie sia stato uno dei più grandi sbagli della sua vita e che effettivamente quella collega che tutti i santi giorni si affaccia alla porta del suo ufficio per salutarlo ha proprio un bel culo, cominciando a fantasticare su come sarebbe bello se ci fosse lei in quel letto e non quel suppellettile stantio che ha accanto da venticinque anni. Insomma è il momento in cui la mediocrità che attanaglia gran parte della vita lascia spazio alla risurrezione del desiderio, che si concretizza o nel sublime o nella grettezza più assoluta.

C’è chi però, scevro da elucubrazioni mentali, inclinazioni artistiche e impeti deformi ha solo un unico semplice desiderio, apparentemente più fesso ma potenzialmente molto più complesso da realizzare che nasce spontaneo quando cala il sole: quello di dormire. La frustrazione degli insonni non ha eguali, un dramma infinito che sfocia in una profonda ossessione fino alla perdita di senno, oltre che ovviamente di sonno. Dormire diventa l’unico pensiero che invade la mente, annebbiando tutto il resto e i consigli sterili degli altri su come raggiungere questa chimera diventano solo frasi becere che fanno incazzare i malati di sonno. Tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge del sonno e della morte, solo gli insonni sono trattati in modo diverso: hanno la possibilità di non smettere mai di vivere e di “godere” molto più del tempo che ci viene regalato, saranno solo più rincoglioniti il giorno dopo ma con un pezzo di vita vissuta in più.

Il tempo per un insonne durante la notte sembra essere circolare, non ha né inizio né fine, è una giostra che non si ferma mai sulla quale è stato spinto a forza ma che finisce poi per accettare atarassicamente. Si muove nel letto in modo irrefrenabile, sente prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo, si alza per pisciare, beve un bicchiere d’acqua, poi un altro ancora, si rimette a letto ma non trova la posizione più confortevole perché in realtà nessuna lo è, poi comincia a disperarsi, prende un’altra pasticca di melatonina dal blister che tiene sempre sul comodino, gli viene da ridere pensando a questo girotondo interminato, dopodiché decide di alzarsi e di prendere una boccata d’aria alla finestra, torna a letto e apre un libro ma dopo qualche minuto è annoiato perché vuole solo dormire, si accende una sigaretta e si promette subito dopo di staccare la spina, non pensando più al dormire, come? Provando a dormire, ma nel frattempo si è fatta mattina e prima di decidere di alzarsi ripercorre al contrario tutte queste fasi. La setta degli insonni è condannata a vivere in un purgatorio in cui il tempo scorre troppo lento pur facendo invecchiare inevitabilmente mente e fisico, annientando qualsiasi forma di piacere proprio perché l’unica agognata è irraggiungibile e per questo rende l’uomo avvezzo alla solitudine, ormai privo del tutto della sua componente bambinesca, quella più bella: l’immaginazione.

“Tutti i guai dell’uomo derivano dal non saper stare fermo in una stanza”

Blaise Pascal

Chi fa parte della setta degli insonni è Titta Di Girolamo (Tony Servillo), uomo dal nome frivolo ma dall’esistenza profonda, protagonista de Le Conseguenze dell’amore, seconda opera del regista premio Oscar Paolo Sorrentino. Titta è un uomo di mezza età che vive da otto anni un esilio coatto in un’anonima cittadina Svizzera, all’interno di un albergo mediocre che invecchia l’uomo più della vita stessa. Nessuno sa che lavoro faccia eppure ogni primo del mese non si lascia sfuggire il pagamento del pernottamento, pagando la riservatezza che quelle quattro mura pallide gli garantiscono.

Una volta era un noto commercialista, un nome importante, tanto da attirare l’attenzione di Cosa Nostra, per la quale ha investito e poi perso in un solo giorno duecento miliardi di lire. Ecco spiegato l’esilio, il debito era troppo grande e l’unico modo per saldarlo è stato consegnargli la sua vita, trasferendosi in un non-luogo dove tutto diventa effimero compresi i sentimenti, le parole, gli sguardi. L’unico compito che gli è stato affidato e che lo rende ancora dipendente dalla cosca è quello di trasportare una valigetta piena di denaro una volta a settimana e depositarla a nome suo in una banca del Paese. Titta è un automa, uno spettro che fa sempre le stesse cose, non provando più niente per gli altri e per se stesso, privato del suo spirito di iniziativa e di qualsiasi forma di condotta. Nemmeno il riposo gli è concesso, perché il gusto del piacere che il sonno porta è un privilegio che non c’è nel mondo di mezzo, a metà tra vita e morte. La confraternita degli insonni e degli annoiati accoglie così il loro adepto più ortodosso che, tra il fumo strozzato di una sigaretta, una partita a carte con una coppia anziana di coniugi, proprietaria in passato dello stesso albergo e poi caduta in rovina, e una settimana enigmistica poco enigmatica per chi è avvezzo alla solitudine dà occhiate sparse in giro che oscillano tra l’indifferenza e il voyeurismo.

Il silenzio è l’ospite che fa più rumore in quell’albergo con cui Titta ha stretto un legame indissolubile, dietro il quale nascondersi e consolarsi, dolce rifugio per la noia e la nostalgia, due elementi che non hanno bisogno di essere raccontati e condivisi con un pubblico dignitosamente interessato. Gli scambi di parole tra Titta e gli altri sono frasi strappate di un canovaccio che lascia da parte la sregolatezza e abbraccia completamente l’armonia e l’equilibrio in cui ognuno non esce mai dal proprio ruolo e si adegua al gioco del silenzio del protagonista, intervallato da poche frasi che sembrano sentenze senecane a cui non si può controbattere. La sua stanza è lo scrigno in cui sono contenuti tutti quei pensieri e monologhi che silenziosamente concepisce quando non rimangono attaccati sul cuscino nel disordine della notte, insieme a qualche capello grigio che la mattina viene spazzato via dalla donna delle pulizie, timorosa di varcare la soglia di quella camera sempre troppo perfetta per non nascondere i segreti di un uomo anch’egli sempre troppo perfetto. 

Il segreto inconfessabile di Titta è il suo unico palliativo contro la monotonia della noia, l’eroina. Più che un vizio è un vezzo, una consuetudine che da ventiquattro anni non scade nell’eccesso ma che si autoriproduce tutti i mercoledì mattina alle dieci in punto e da cui consegue, una volta l’anno, una costosa procedura di lavaggio completo del sangue. Anche riguardo questo tenero veleno si pone nel mezzo, a metà tra la tossicomania e il completo distacco dalla sostanza, tra dionisiaco e apollineo, tra vita e morte, accettando passivamente di vivere nel limbo. Siringa nel braccio e breve godimento non appena quel liquido fluido entra nel sangue e produce un orgasmo ormai cancellato dal tempo, interrompendo completamente i nessi logici e alterando le percezioni temporali, proprio come durante il sonno, quando non è necessario pensare alla vita e il Sé diventa più sfumato. Il piacere è riflesso e solitario, una forma di autoerotismo estemporaneo che non lascia niente dentro perché imperfetto, seppur ottimo per i solitari come lui.

“Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche.”

Jean-Paul Sartre

Il non detto ha una forza espressiva più forte di ciò che viene detto in questo dramma perché la vera comunicazione è fatta di sguardi, smorfie e piccoli gesti insignificanti. L’espressione di uno stato d’animo mascherata da finta indifferenza attrae quanto più chi osserva perché nasconde mistero e sensualità. Come una Venus fintamente pudica che sa di essere estremamente bella e che vive per essere guardata mentre svolge le proprie attività quotidiane, nascondendo il prosperoso seno e le intimità non per vergogna ma per richiamare a sé tutta l’attenzione e il desiderio dell’altro, allo stesso modo l’intera opera costruisce perfettamente il teatro in cui si inserisce il protagonista a cui tutti gli altri figuranti devono strutturalmente adeguarsi.

Titta vive la sua vita nella completa indifferenza, non curandosi di niente e di nessuno perché ha rinunciato stoicamente alla felicità e alla condivisione del piacere eppure i personaggi che spartiscono con lui la scena, sebbene abbiano timore a rompere l’armonia che il distacco produce, tentano attraverso modi un po’ goffi ma umani di sospendere la monotonia in cui si è rifugiato. Basta pensare all’uomo di affari, almeno così si definisce, che lo disturba durante la sua solita settimana enigmistica non per vero interesse ma per pura noia e questo inutile dialogo ci dimostra che esistono due tipi di annoiati: quelli che stanno zitti e guardano in basso per non essere disturbati e quelli che devono a tutti i costi conversare superficialmente con chiunque interrompendo la noia dell’altro. Titta si prende gioco di lui dicendo di lavorare per un’azienda che però si occupa di cose non attinenti alla professione da lui vagamente dichiarata; una risposta buttata lì senza prestare attenzione a connessioni logiche proprio come si risponde a qualcuno di cui non ci si cura, congedandosi poi con una frase che sa di precetto: “La verità è noiosa”, e chi altro può dirlo se non lui la cui intera esistenza è un bluff?

Certo non è neanche semplice raccontare ad un perfetto sconosciuto di essere un ex commercialista costretto a vivere in un albergo di una qualsiasi cittadina svizzera per aver “contratto” un  debito con la Cupola, ma Titta ormai, non essendo più avvezzo al contatto umano e a tutte le emozioni positive che alle volte i rapporti concernono, si diverte a giocare la parte del borghese vestito bene, misterioso, che dice una quantità immane di cazzate prendendosi gioco con tragica ironia degli uomini, ancora di più se sono fessi. Lo fa con il direttore d’albergo quando questo, pur vantandosi di aver dato una risposta notevole quando gli era stata riferita la bugia circa la vera attività di Titta, enfatizzando come questo non paghi solamente la stanza ma anche la discrezione che gli è sempre stata regolarmente garantita, desidera inevitabilmente conoscere la professione di quell’uomo eccessivamente riservato e schivo.

Titta respinge quella normale invadenza con un giochino retorico tipicamente infantile: “Ogni uomo ha un segreto inconfessabile, lei mi racconta il suo segreto inconfessabile, quello più recondito e io le racconto il mio”. Il direttore, prendendosi prima qualche secondo per rispondere, racconta di avere rubato un paio di scii a uno sconosciuto. Certamente non un bel gesto ma i segreti spregevoli, quelli che non fanno dormire la notte, che costringono a cambiare vita e a rinunciare ai propri desideri sono ben altri e questo Titta lo sa perché lo vive costantemente. Pertanto, proseguendo il gioco da lui stesso cominciato, racconta con tono imperturbabile una simpatica storiella di gioventù quando invece di sfamare il fratellino piccolo con una deliziosa pastina al pomodoro se ne ciba avidamente, lasciando così il povero infante in lacrime e senza cibo. Un’ottima risposta che respinge qualsiasi forma di curiosità, elevando quanto più in alto l’inganno, antidoto contro la stupidità e l’invadenza. 

Quello stesso fratello (Adriano Giannini) che anni prima aveva lasciato disperare privandolo del pasto, il giorno prima di partire per le Maldive decide di recarsi senza alcun preavviso all’albergo sconfinato dove risiede Titta, prima di congedarsi dal belpaese. I due sembrano estranei che condividono soltanto i geni e il cognome, poiché l’esteriorità e l’indole sono totalmente discordanti. Titta è un animale solitario, fuori dal branco e dal mondo, che vive un’esistenza indubbiamente tenebrosa senza alcuna pulsione, né di vita né di morte; Valerio, il fratello, è un fanfarone, interessato esclusivamente al piacere epidermico, che prende le cose così come vengono senza ragionarci troppo. Capello lungo non curato, barba di tre giorni, maglione eccessivamente liso e variopinto, insomma completamente l’opposto di Titta, impeccabile da qualsiasi angolazione lo si guardi.

Il dialogo tra i due è portato avanti da Valerio con argomenti sterili per chi vive in solitudine da otto lunghi anni, tanto che Titta risponde solo per cortesia e con lo sguardo rivolto altrove, eppure è l’unico familiare che ancora si interessa a lui dato che sua moglie e i suoi figli oltre a un breve, vano e saltuario contatto telefonico non gli offrono nulla, mentre il padre, che lo reputa un criminale, non viene proprio preso in considerazione dall’ex commercialista poiché sentirsi giudicato da un vecchio, anche egli scontento della propria esistenza, non è ammesso da chi è già stato condannato dalla vita stessa. Ciò che interrompe la placida atmosfera è la riesumazione del vecchio vicino di casa dove i due fratelli sono cresciuti, che aveva un legame particolare con Titta tanto da essere ritenuto ancora il suo migliore amico, sebbene non si vedano da oltre vent’anni. Dino Giuffrè, un nome come un altro, ma che risveglia in lui delle piacevoli reminiscenze, tanto da sconcertarsi al solo sentirlo nominare, enfatizzando il loro legame perché “Quando si è stati amici una volta lo si è per tutta la vita”, così dice quando il fratello lo schernisce circa questo ipotetico e fantasioso rapporto. La solitudine lo ha disabituato a tenere un discorso ordinario ma lo aiuta costantemente a ricordare, rinvigorendo ciò che ha abbandonato diversi anni prima, specie se gli ha lasciato memorie positive e probabilmente quell’uomo che ripara le linee elettriche in Trentino dopo le tormente è ancora il suo migliore amico proprio per questo. 

L’albergo diventa un luogo, o meglio un non-luogo, in cui gli ospiti prendono parte a questa recita che Titta con la sua sola presenza ha messo in scena. È un luogo in cui il sé perde il proprio significato e la propria profondità poiché ognuno vive un’esistenza sospesa senza scopo alcuno, diventando anche esso un soprammobile inutile. L’incomunicabilità, la sospensione, l’assenza, l’insonnia, perfino le persone diventano abitudini che si ripetono inesorabilmente. Così si ripete la classica partita ad asso piglia tutto che Titta gioca quotidianamente con la coppia di anziani, una volta proprietari dell’albergo, poi caduti in rovina e diventati normali ospiti dello stesso. A differenza degli altri personaggi che interrompono la monotonia del protagonista portandolo ad agire, loro fanno parte della piattezza tediosa che lo avvolge. Anche essi come Titta hanno perso tutto, ma vivono la perdita in modo diverso: Isabella, la moglie, è ormai abbandonata alla rassegnazione e all’aridità che colora la sua esistenza, aspettando tra una partita di carte e l’altra una morte comoda in quello che un tempo era il suo albergo; Carlo, il marito, desidera provare un’ultima emozione che gli faccia scoppiare il cuore, un canto del cigno che accompagni una fine tragica e rocambolesca spazzando via la mediocrità in cui ha trascorso gli ultimi anni. Eppure come dice Titta “Bisogna avere coraggio per morire in modo rocambolesco” e l’unica forma di temerarietà che a quel povero vecchio è rimasta è esercitata sul tavolo da gioco, barando ad asso piglia tutto.

“Il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”

William Shakespeare

Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche. Le conseguenze del silenzio di Titta portano però l’attenzione di chi è interessato a ridare vita a quell’anima spenta, invece di far scomparire l’uomo nella sua imperturbabilità. Nel rifugio anonimo dove l’ex commercialista dimora non ci sono soltanto ospiti spenti e appassiti, ma trova spazio una figura silenziosa che sospende la noia e attira gli sguardi, con un’eleganza e una grazia che solo la gioventù può garantire. È Sofia (Olivia Magnani), la cameriera di diciotto anni dagli occhi verdi e i lineamenti dolci, che suscita in Titta una forte attrazione, espressa però solamente attraverso sguardi sfuggenti che non vogliono dare importanza all’oggetto che viene guardato. Il suo silenzio e la sua mansuetudine non nascondono segreti inconfessabili e non nascono dall’apatia per una vita buttata al vento, ma seguono spontaneamente la natura dolce di quella donna perché, sebbene sia talmente aggraziata e genuina da non far vedere altro oltre la purezza della fanciullezza, gli sguardi e il portamento celano, neanche così troppo bene in realtà, il fascino consapevole di donna. Lei vorrebbe solamente il saluto e la parola, oltre che gli occhi addosso di un uomo che fa finta di non notarla e che prova a non sottovalutare le conseguenze dell’amore poiché è proprio questo che accende il desiderio più potente: la conquista dell’indifferenza. 

Titta è molto attento a non destare sospetti circa il suo voyeurismo, volgendole soltanto sguardi sfuggenti e disinteressati mentre continua a svolgere le sue azioni quotidiane e porterebbe avanti questo gioco del silenzio all’infinito, nullificando anche esso come ogni sua abitudine. È Sofia che rompe quell’equilibrio stonante inveendo contro di lui dopo l’ennesimo saluto non corrisposto, pur non ricevendo una risposta concreta se non la fuga dell’uomo, meravigliato di quella reazione improvvisa e forte per una creatura che comunica solo con sorrisi e saluti inefficaci. Titta così, un po’ per sfida e un po’ per seguire il consiglio di quel fratello tanto scanzonato quanto sincero, si siede a quel bancone dove la giovane cameriera trascorre la maggior parte del tempo e le dice con tono risoluto che sedersi proprio lì è stata la cosa più pericolosa che abbia mai fatto. Per lui difatti è molto più semplice considerare le conseguenze del consumo di eroina e del legame con Cosa nostra piuttosto che le conseguenze dell’amore, incalcolabili per chi ha perso il gusto della vicinanza e dell’unione. Si nasconde nella sua timidezza che gli fa notare tutto senza essere visto, specie se quel tutto è la cosa più graziosa, l’ultima, che la vita gli sta offrendo.

Le parole così non vengono più strozzate e i due possono vivere con normalità un rapporto comunque fatto di distanze, dove i silenzi e le occhiate rimangono le vie di comunicazioni più potenti. Titta non sa più conquistare se non attraverso ciò che paradossalmente gli ha rovinato la vita, il denaro. Come ad una bambina a cui uno sconosciuto offre un gelato troppo buono per esser rifiutato perché ancora troppo piccola per capire che solo le puttane vengono viziate dai loro innumerevoli amanti poiché è l’unico modo per averle, così Titta, ancora troppo sconosciuto per il ruolo che vorrebbe interpretare, regala un’automobile da centomila dollari alla giovane cameriera, troppo poco bambina per accettare quel dono. Non c’è malizia ma solo povera incoscienza di chi non sa più offrirsi all’altro.

Disabituato ad agire e a confrontarsi con un sé che non sia il proprio, Titta si ritira nella sua stanza e offre all’eroina, fuori dallo schema da sempre rispettato, l’onere e l’onore di consolarlo. Un soave simposio a cui l’opera ci invita, facendoci entrare di nascosto in quella camera buia dove seguiamo quell’uomo solo avvolto nel piacere effimero, osservandolo cadere inerme sul letto come un Aiace qualsiasi sconfitto, mentre una musica opprimente accompagna questo momento. È l’immagine più intima di tutta l’opera, in cui il piacere solitario e riflesso diventa così un rito sacro. La celebrazione del culto viene però interrotta dalla stessa Sofia, curiosa di conoscere il luogo in cui Titta dimora, anche se in realtà vuole sapere chi è davvero l’uomo che le ha fatto quel regalo così importante da alterare completamente i loro rapporti.

Ecco che Titta, attraverso uno stream of consciousness sputato fuori senza censura alcuna, vuoi perché mosso dall’eroina vuoi perché mosso dall’amore, racconta alla giovane donna tutto ciò che è e tutto ciò che ha fatto. Le confida i segreti più inconfessabili e i disagi di un uomo di mezza età consumato dall’insonnia e dalla solitudine, annientando definitivamente le barriere che li tengono distanti. Senso di colpa e curiosità erotica avvicinano la ragazza a quell’uomo disastrato, attratta da ciò che sarebbe ripudiato da qualunque altra giovane donna. Eppure non riesce a concedergli il piacere dello svago da lei promesso, più per incoscienza che per colpa in realtà, strappandogli quel briciolo di serenità di cui si era illuso. Sfortunato nel non essere amato quanto vorrebbe, ma tragico nel non saper amare.

“L’incubo dei carnefici è questo: che la loro vittima riviva”

Ernest Junger

Cosa nostra. Due parole che accostate danno un significato al potere molto personale, identificando qualcosa di concreto, di tangibile, che si può avere e che si può toccare con mano sebbene non venga specificata la “Cosa” di cui si fa menzione. Una sostanza divisibile in due parti differenti ma strettamente connesse: una più visibile fatta di pistole, accenti poco gradevoli e denaro, l’altra più celata fatta di sorrisi ingannevoli, proverbi che nascondono minacce e dominanza. 

Nell’opera Cosa nostra viene presentata in modo grottesco, tragicomico, fa paura solo a Titta perché a noi che osserviamo in silenzio spaventa più la solitudine di quel povero sciagurato che due scagnozzi più simili a Gianni e Pinotto che a Tony e Manny. Quando i due malviventi entrano nella stanza d’albergo dove l’ex commercialista risiede, questo è visibilmente scosso, non solo perché l’ambiente in cui vive è stato corrotto da due corpi estranei dai modi poco ortodossi e ineleganti che hanno completamente alterato l’equilibrio e l’ordine del luogo, ma soprattutto perché solitamente i criminali di quella specie non si scomodano se non necessario e questo Titta lo sa. Infatti comincia a fare una serie di domande per capire le motivazioni che hanno spinto loro a venire in una cittadina anonima, lontana e gelida; lui, che di solito per esprimere un concetto fa fatica ad usare più di quattro parole. Nella lingua dei mafiosi le domande sono poco gradite, dato che sono loro i presentatori del quiz, piuttosto vogliono risposte. 

La venuta dei due mafiosi interrompe per pochi istanti la cornice drammatica in cui fa da sfondo la vita di Titta, pur mantenendo l’atmosfera gelida e grigia che ben si sposa con il paesaggio del luogo. Viene loro commissionato un omicidio non lontano dal luogo in cui risiede Titta, che si svolge nel silenzio e nella piattezza più totale senza grossi colpi di scena, abbracciando perfettamente la filosofia dell’intera opera. Sono due personaggi quasi coheniani, tragicamente ridicoli e singolari sia nelle azioni che nelle poche parole che escono dalle loro bocche: basta pensare al “tutto bene, solo che a un certo punto mi è venuta fame” detto dal giovane mafioso quando il collega più anziano si accerta della buona riuscita dell’omicidio. 

A dire il vero il motivo della loro visita è un altro e cioè rubare la famosa valigetta colma di denaro che Titta deposita regolarmente in banca, unica sua mansione e responsabilità. Pistola alla tempia e il gioco è fatto, fin troppo semplice rubare a un uomo flemmatico, annientato oltre che disarmato. Eppure non tengono conto del fatto che rubare qualcosa di estremamente prezioso a un uomo che non ha nulla da perdere è un errore che anche due malavitosi non possono commettere. Perciò Titta quando viene portato di fronte al boss per spiegare come sono andate effettivamente le cose, con sguardo dimesso e testa ricurva verso il pavimento come pronto per ricevere il colpo finale dal boia incappucciato, racconta per filo e per segno i fatti senza omettere alcun particolare, tranne il modo in cui egli stesso ha recuperato il prezioso oggetto.

Titta ha messo in atto un piano strategico perfetto per recuperare i contanti e noi spettatori lo viviamo per la prima volta attraverso una serie di flashback costruiti o meglio decostruiti perfettamente da una serie rapida di sequenze visive che mostrano l’astuzia e il coraggio di un uomo fino a quel momento scoraggiato, proprio mentre viene condotto in un posto lontano apparentemente privo di significato, ma che sarà l’ultimo paesaggio che ricorderà. La valigia è stata così recuperata ma lo sciagurato eroe è stufo di vivere una vita che è stato costretto a vivere, scaraventato con violenza in un mondo sporco e annichilito che non riesce a sentire più suo, un mondo che gli deve tutte le ore di sonno che gli ha sottratto ingiustamente e il ristoro che ne consegue; proprio per questo la sua decisione è quella di non restituirla andando incontro a una fine sicuramente tragica, per alcuni eroica, per altri fessa. Loro si sono rubati la sua vita perciò lui si tiene la loro valigetta, anzi a dirla tuta l’ha data in dono alla coppia di anziani con i quali ha condiviso numerosissime partite a carte oltre che una vita annoiata e costretta, eppure senza valigetta non ci può essere vita.

“Nulla perisce nell’immenso universo ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo”

Publio Ovidio Nasone

Per comprendere una storia è necessario solamente tenere gli occhi aperti oppure serve qualcosa di più? Il concreto, il tangibile, ciò che può essere visto ci rende soltanto dei semplici spettatori, ma la capacità di certi artisti di costruire scenari in cui vivere l’opera ci permette di passare ad un piano superiore. Da un livello sensibile ad un livello intellegibile, da un’idea all’Idea. È proprio questo ciò che l’arte e il cinema in particolare riesce a fare, cioè darci l’idea universale di quella specifica cosa attraverso l’essenzialità. È questa l’investitura che è stata data agli artisti che fanno del cinema la via di trasmissione dell’emozione più diretta e più completa, grazie a certe peculiarità della settima arte come Julio Cabrera ci ricorda in 100 años de filosofía. Una introducción a la filosofía a través del análisis de películas: il multiprospettivismo, cioè la grande dote che ha il cinema di passare dalla prima persona alla terza per arrivare a una persona generale e generica che coinvolge tutti; la manipolazione del tempo e dello spazio che può essere attuata in modo del tutto libero da chi la governa, il montaggio, cioè ciò che connette, anche qui in modo del tutto arbitrario e sconfinato, le sequenze di immagini.

Potremmo aggiungere un elemento ulteriore che nella settima arte ha sempre ricoperto e continua a ricoprire un ruolo fondamentale: la musica. Nell’opera di Sorrentino tutti questi elementi si intersecano perfettamente andando a creare un’armonia unica e coerente dall’inizio alla fine. Il regista partenopeo non è soltanto un demiurgo di immagini dal fascino evidente, sebbene l’esaltazione visiva che ne deriva sia l’arma più seducente del suo cinema, ma è un vero e proprio esteta che si serve del potere di tutte le arti per perseguire un’ideale di bellezza quasi irraggiungibile. Nelle prime opere (L’uomo in più, L’amico di famiglia, Il divo e ovviamente Le conseguenze dell’amore) Sorrentino utilizza l’immagine e la potenza della fotografia come simboli elevati a oggetti filosofici che si fanno essi stessi narrazione, piuttosto che artifici retorici che rincorrono disperatamente il sublime come nelle opere più recenti. Basta pensare ai piani sequenza e ai primi piani dell’opera da noi descritta, dove la telecamera che avvolge in modo quasi voyeuristico e feticistico Titta è molto più esplicativa delle poche parole fumose che arricchiscono la pellicola.

Tutto questo però non si esaurisce alla mera esposizione dove lo spettatore diventa visitatore di un museo qualsiasi, ma il potere delle immagini è sorretto costantemente da una sceneggiatura intensa e profonda (spesso anche troppo), anche se le parole spesso sono strozzate e centellinate, che trova nella performance attoriale di Tony Servillo la concretizzazione di una scrittura elegante e affascinante. Attore feticcio del regista partenopeo a cui ha affidato ruoli ambiziosi e unici, interpretati tutti egregiamente. I due si sono scelti a vicenda e entrambi hanno fatto la fortuna dell’altro: senza Servillo non ci sarebbe mai stato “questo” Sorrentino e viceversa, sebbene abbiano avuto fortuna anche in progetti che non comprendevano l’altro. Da L’uomo in più, Sorrentino ha abbracciato il suo attore preferito, mostrando al grande pubblico il talento dell’attore di Afragola, nato nei teatri partenopei e sviluppatosi nelle sale di tutto il mondo. Servillo arricchisce le opere del regista napoletano come nessun altro saprebbe fare, dando vita più che a meri personaggi da pellicola a uomini dall’esistenza profonda tutti con una loro filosofia, con i loro vizi, le loro malinconie e i loro accenti, troppo teatrali per non essere veri.

Nel cinema sorrentiniano trova spazio, anzi potremmo dire che se lo prende con forza, un altro elemento la cui importanza per la settima arte è stata già esaltata qualche riga sopra, cioè la musica. Per Sorrentino la musica non è un accompagnamento fine a sé stesso, ma è un pezzo del racconto imprescindibile che non permette distrazioni perché anche esso è narrazione. Da Stravinsky ai Talking Heads, passando per i Lali Puna, i Mogwai e The album Leaf il regista, spaziando da un mondo musicale ad un altro, riesce a dare all’opera un’espressività quasi dispotica, più di quanto già non facciano gli attori stessi e la fotografia sempre perfettamente proporzionata e pulita. Il modo in cui la musica si impossessa della scena ha reso certi scenari dei veri e propri pezzi di cultura pop: pensiamo per esempio al momento in cui ne Il Divo Andreotti (interpretato sempre dal solito Tony Servillo) stringe la mano alla moglie davanti la televisione mentre va in onda il concerto di Renato Zero che con tutti i suoi fan canta I migliori anni, una scena molto simile a quella di Loro dove Silvio Berlusconi (Tony Servillo) insieme alla compagna di vita ascolta Fabio Concato suonare e cantare “la loro canzone”; oppure ne La Grande bellezza Jep Gambardella (indovinate chi lo interpreta?) fa il suo ingresso alla festa per i suoi 65 anni sulle note di A far l’amore comincia tu in chiave elettro dance, con sigaro in bocca e capelli perfettamente tirati all’indietro; o ancora quando proprio ne Le conseguenze dell’amore Titta viene scortato in macchina nel luogo in cui tutto verrà dimenticato la radio trasmette Rossetto e cioccolato di Ornella Vanoni, canticchiata a voce bassa da uno dei suoi “accompagnatori”; sempre circa l’opera in questione come non soffermarsi sul momento intimo in cui Titta nascosto nel buio della sua stanza si abbandona al piacere velenoso dell’eroina mentre la musica tediante e alienante di Isan trasforma il tutto in un sacro rito. 

Sorrentino utilizza tutti gli strumenti che l’arte gli mette a disposizione per creare un’opera che vuole avvicinarsi al sublime, sia attraverso l’elevazione del grottesco e del brutto che tramite l’esaltazione del bello e dell’elegante, perseguendo perennemente un’estetica che valorizza qualsiasi fotogramma dell’opera. Ciò spesso diventa un vezzo feticistico che mira soltanto ad incantare lo spettatore, come una bella fotografia, spogliandosi della propria essenza primordiale, cioè la capacità di essere parte narrante della storia. In fin dei conti ciò che lo spettatore vuole è l’insieme perfetto delle due visioni: essere stupito mentre gli viene narrata una storia.

La storia di Titta Di Girolamo è l’esempio perfetto, la prova esatta che stupire narrando è possibile, facendo innamorare di ogni singolo fotogramma chi guarda. La narrazione rimane sempre coerente anche quando trasforma le sue creature, proprio perché avviene in modo del tutto naturale e spontaneo. La metamorfosi avviene internamente, rimanendo silente all’esterno, infatti Titta è sempre lo stesso uomo imperturbabile e impassibile che abbiamo conosciuto. Eppure quando è appeso ad una gru con un container colmo di cemento fresco a qualche metro di distanza dalle sue scarpe di pelle, percepiamo qualcosa di diverso. Sappiamo già che Titta non aprirà bocca, non emetterà alcun fiato e si lascerà morire così come ha vissuto, in silenzio, immergendosi in quel grigio plumbeo fino a diventare materia senza anima sotto gli occhi di due mafiosi incantati da tanta acquiescenza.

Come nella mitologia ovidiana, la metamorfosi è un palpito continuo stimolato da pulsioni emotive eterne e non c’è uomo che possa contrastare il movimento infinito delle cose. Titta passa una vita a far finta di non vivere e non appena decide di muoversi, appunto, viene travolto dal titanismo incontrastabile delle emozioni che lo portano obbligatoriamente a scegliere, ritrovandosi solo e appeso a una gru ma sicuramente con più vita nel corpo. Tuttavia la vita si fa cemento, paradossalmente ciò che di fisico si avvicina più alla sua interiorità. Scompare così nel silenzio, che non nasconde più indifferenza e atarassia, ma sprigiona eroismo, pur senza alcuna manifestazione esterna. Il sonno della ragione e del sentimento non hanno mai trovato corrispondenza col corpo, perennemente vigile, privato del ristoro da un destino cinico e derisore, ma la metamorfosi riequilibra qualsiasi cosa. Notte e Sonno si riabbracciano nel cemento strappando per sempre il nostro protagonista dalla setta degli insonni.

L’epilogo di una storia di vita non può che concretizzarsi con l’uscita di scena del protagonista, che lascia spazio alla malinconia e alla riflessione, quella vera, quella che non si disperde velocemente nel quotidiano, sebbene il grande teatro chiuda il sipario a suo piacimento, senza rispettare tempi, modi e spettatori che aspetteranno nuovamente di essere stupiti da un’altra grande bellezza.

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