The Wolf of Wall Street: la storia vera del film di Scorsese

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È uno dei film che più hanno segnato l’immaginario degli anni dieci, ha fatto raggiungere la fama mondiale a Margot Robbie, contiene una delle migliori interpretazioni della carriera di Leonardo Di Caprio e, soprattutto, è tratto da una storia vera che ha dell’incredibile: The Wolf of Wall Street è sicuramente tra i titoli più amati della filmografia anni duemila di Martin Scorsese che, superati i settant’anni d’età, continua a dispensare lezioni di grande cinema agli spettatori di tutto il mondo, con uno stile di regia e una gestione dei tempi che fa invidia a registi ben più giovani ed energici.

La storia del film è memorabile fin dalle primissime fasi del suo sviluppo: alla base della sua produzione c’è una gara che vede coinvolte le due maggiori star di Hollywood degli ultimi due decenni, perché è tra Leonardo DiCaprio (e la Warner Bros.) e Brad Pitt (e la Paramount) che nel 2007 avviene la guerra di offerte per assicurarsi i diritti di trasposizione del libro Il Lupo di Wall Street, autobiografia di Jordan Belfort, uno dei più noti broker degli anni novanta, arrestato nel 1996 per frode e riciclaggio e oggi formatore motivazionale di professione. L’asta dei diritti viene vinta da DiCaprio, che pensa subito di affidare la regia al suo amico e mentore Martin Scorsese (i due hanno già tre film insieme alle spalle), ma dopo alcuni mesi di lavoro senza avere un definitivo via libera da parte della Warner, il regista italoamericano decide di lasciare la preproduzione del film per dedicarsi interamente a Shutter Island.

Dopo essere stato a proposto a Ridley Scott nel 2010, il film torna nelle mani di Scorsese due anni dopo, quando la Warner abbandona il progetto per essere sostituita nella distribuzione, ironia della sorte, proprio dalla Paramount, che perse l’asta pochi anni prima. 

Ma quanto c’è di reale nella storia di The Wolf of Wall Street, e quanto invece è intervenuto il cinema, con la sua magia, a romanzare gli eventi? Quante delle scene più memorabili sono accadute realmente?

Partiamo subito dai minuti iniziali della pellicola, quando un giovanissimo Jordan Belfort (DiCaprio), al suo primo giorno di lavoro come stagista presso L. F. Rothschild, incontra il broker Mark Hanna (un ottimo Matthew McConaughey) e riceve da lui una spietata lezione sulla sua nuova professione. Secondo il vero Hanna (anch’egli imprigionato per frode), il dialogo che vediamo nel film, comprese le parti sui benefici della cocaina, è sostanzialmente identico al dialogo che avvenne nella realtà. L’unica differenza è nella parte più memorabile di quella scena, ovvero il celeberrimo momento del petto battuto: a quanto pare non si tratta di un momento previsto dalla sceneggiatura originale, ma di un’improvvisazione decisa dal regista dopo aver notato la peculiare usanza di battersi il petto a tempo di musica che aveva McConaughey prima di recitare una scena, usanza importata nel momento della recitazione vera e propria e trasformatasi in una scena indimenticabile.

Trattandosi di una trasposizione dell’autobiografia di Belfort, è normale che The Wolf of Wall Street segua a grandi linee fatti realmente accaduti (come ad esempio la perdita del lavoro di Jordan a seguito del lunedì nero del 19 Ottobre 1987) e che, soprattutto, sia narrato dal punto di vista (in realtà piuttosto allucinato, a causa dell’enorme quantitativo di droghe assunte) del suo protagonista: se questo significa che la scansione temporale degli eventi mostrati nel film è decisamente accurata, non bisogna però dimenticare che molti elementi di contorno possono essere non corrispondenti a quanto accadde nella realtà, a partire dai personaggi che circondano il protagonista assoluto della vicenda. È da tenere a mente infatti che quasi tutti i nomi (nonché le descrizioni) dei personaggi di contorno sono stati cambiati rispetto alla realtà, a partire dal braccio destro di Belfort, Donnie Azoff (Jonah Hill), ricalcato sulla figura del reale Daniel Mark “Danny” Porush (condannato per frode e riciclaggio di denaro nel 1999), che durante la lavorazione del film intentò una causa contro la produzione, sostenendo che la descrizione di lui fatta nel film fosse inaccurata e ottenendo il cambio di nome. Nonostante le proteste di Porush, pare che comunque ci siano alcuni legami tra la sua storia personale e quella del personaggio interpretato egregiamente da Hill: innanzitutto Porush sposò realmente una sua cugina di primo grado, Nancy, dalla quale ebbe tre figli (i due divorziarono poi nel 2000) e pare inoltre che durante un discorso motivazionale ai broker della Stratton Oakmont (la società di brokeraggio fondata da Belfort nel 1989, che nel film mantiene lo stesso nome), l’uomo ingoiò realmente un pesce rosso vivo.

Quello che è sicuramente romanzato nella figura di Donnie Azoff è la sua decisione di iniziare a lavorare con Belfort: nel film Donnie prende questa decisione quando ha la prova dei guadagni esorbitanti di Jordan, suo vicino di casa; nella realtà non fu Danny a conoscere Jordan, ma fu sua moglie Nancy, durante un viaggio, a incontrare il futuro lupo di Wall Street, condividendo con lui le sue preoccupazioni sulla posizione finanziaria del marito e favorendo l’incontro tra i due. In ogni caso, da quell’incontro nacque una profonda amicizia tra i due uomini, che insieme fondarono la società di brokeraggio più spietata dei primi anni Novanta, andando incontro insieme a più di un guaio con la giustizia.

Un altro personaggio indimenticabile della pellicola è sicuramente quello di Naomi Lapaglia, la seconda moglie di Belfort, il ruolo che ha trasformato Margot Robbie in una star. L’alter ego nella realtà del personaggio è Nadine Caridi, che Belfort conobbe realmente ad una festa della Stratton Oakmont e per la quale arrivò davvero a lasciare la prima moglie, Denise Lombardo (che nel film viene chiamata Teresa Petrillo ed è interpretata da Chrstin Milioti). Di reale, però, non c’è solo la dinamica dell’incontro tra i due: come accade nel film, il vero Jordan Belford donò alla moglie un gigantesco yacht (chiamato Naomi nel film, Nadine nella realtà) che naufragò realmente!

Salpato da Civitavecchia nel giugno del 1996, con l’intenzione di dirigersi in Costa Smeralda (in seguito Belfort confesserà di aver preso la decisione sotto l’effetto di stupefacenti), il Nadine incontrò onde alte sette metri, accompagnate dal maestrale a trentacinque nodi: dopo numerosi S.O.S., l’intero equipaggio della nave (composto da diciannove persone) venne tratto in salvo dalla Capitaneria di Porto di Olbia mentre il Nadine colava a picco, a 1300 metri di profondità.

Questo evento viene decisamente enfatizzato nel film, sia nella sua ricostruzione vera e propria (con le onde decisamente troppo alte) che nella dinamica iniziale (pare che Belfort volesse infatti raggiungere la Sardegna, e non la Francia, per una semplice gita di piacere).

L’avvocato di Belfort che vediamo nel film, Manny Riskin (Jon Favreau), è basato sulla figura di Ira Sorkin, l’avvocato diventato famoso per aver difeso Bernard Madoff, autore del più grande schema Ponzi mai messo in piedi (nonché la più grande frode commessa da una singola persona in territorio statunitense), che nel corso degli anni novanta rappresentò realmente Belfort e la Stratton Oakmont. Per quanto riguarda invece i genitori di Belfort, Max e Leah (interpretati da Rob Reiner e Christine Ebersole), la descrizione fatta nel film rispecchia fedelmente quella delle memorie di Belfort ed è quindi da ritenersi accurata.

Dove invece il film si discosta maggiormente dalla realtà è nella descrizione del rapporto tra Belfort e l’agente dell’FBI Patrick Denham (Kyle Chandler) che gli dà la caccia: l’uomo di legge che compì le indagini su di lui, il cui vero nome è Gregory Coleman, non incontrò mai Belfort dal vivo prima del suo arresto (come invece vediamo nel film), che avvenne sul finire del 1996, dopo oltre sei anni di indagini avvenute nel più assoluto riserbo (e durate quasi l’intera vita della Stratton Oakmont). Dulcis in fundo, a fine film vediamo un breve cameo del vero Jordan Belfort, nei panni dell’uomo che accoglie il personaggio di DiCaprio sul palco all’esordio della sua nuova carriera come motivatore.

A prescindere da quanto ci sia di reale in quello che vediamo nel film (che comunque deve essere visto tenendo presente che si tratta di un racconto basato su una fonte di parte), il valore della pellicola di Scorsese risiede nell’efficacia con cui vengono narrate le vicende in oggetto: senza perdere una briciola della capacità di messa in scena di capolavori come Casinò e, soprattutto, Quei Bravi Ragazzi (che è probabilmente il film a cui The Wolf of Wall Street somiglia di più in tutta la filmografia scorsesiana), il regista riesce a tenere incollati gli occhi dello spettatore allo schermo per tre ore intere con una storia di ascesa e caduta che riesce ad essere contemporaneamente sia simile che assolutamente diversa (sia nella forma che nella sostanza) a quelle che aveva già consegnato alla storia negli anni migliori della sua lunga e inimitabile carriera. Come se Jordan Belfort fosse una nuova versione di Henry Hill o di Sam “Asso” Rothstein, che ha semplicemente scelto una diversa scorciatoia (solo in apparenza più legale) per raggiungere i propri sogni di gloria, puntualmente destinati ad infrangersi.

Snobbato, come da tradizione, agli Oscar del 2014, The Wolf of Wall Street ha guadagnato alla sua uscita il primato di film più scaricato dell’anno, imprimendosi in breve tempo nella memoria collettiva e diventando l’ennesima pellicola di culto di Martin Scorsese. Un altro film imprescindibile per uno dei più grandi maestri che il Cinema abbia mai avuto.

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