Come Bugo è riuscito a farmi alzare dal letto

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Dal lunedì al venerdì mattina la sveglia dello smartphone suona alle sette e un quarto. Io però mi sveglio sempre prima, poi mi riaddormento, poi mi risveglio. Lo screensaver segna le sei e cinquantotto. Richiudo un occhio, lo riapro, le sette e dieci. Mi alzo perché mi dà fastidio sentir suonare una qualunque sveglia. Tranne le volte in cui si è proprio dei cadaveri in catalessi, che senso ha rivoltarsi tra le coperte per qualche altro minuto prima dell’alzabandiera?

Occhei, mi alzo. Cioè, vorrei tanto alzarmi ma mi sa che è meglio se mi stendo di nuovo che qua non è aria. Stramaledettissima vertigine da cervicale. Non immaginavo che mi beccasse di nuovo, maledizione. Mi capitò la prima volta alcuni anni fa, sempre al risveglio e sempre all’atto di alzarmi in piedi dal letto. Dopo due giorni si affievoliva ma non passava, e me la feci sotto al pensiero di qualcosa al cervello. Poi passò, e ultimamente me ne viene un filino se mi abbiocco un po’ per poi rialzarmi e provare a portare avanti la giornata. Da quando ho smesso di giocare a pallacanestro (cioè vent’anni fa ma vabbé, sono dettagli) sono diventato un pezzo di legno tra schiena e collo. Non che prima fossi l’Ispettore Gadget, per carità, ma in questi giorni – complice la posizione scorretta in ufficio o qualche malocchio – l’infiammazione si è acutizzata al punto da regalarmi un nuovo inedito: delle piccole scariche di infiammazione tra collo e capoccia. Una settimana e sembrava tutto passato e invece eccoli qua, sti nervi bastardi al loro ultimo grido belluino prima della resa temporanea. Sentenza della Cassazione: vertigini da cervicale again, dopo anni di tregua.

Dicevo, occhei mi alzo, anzi no che è meglio. Ma forse sì, oppure no, non lo so, ci devo pensare.

E intanto la radio cerebrale automatica fa partire la consueta canzone del mattino a random. Che meraviglioso congegno è la mente umana, e che grandioso mistero è quella di chi vive di musica. Possono darti il buongiorno i Meshuggah di quel pezzo che ti distrusse un’intera serata o un qualunque ritornello bastardo scritto a tavolino da dodici autori di canzonacce malefiche le cui peggiori defecazioni hai dovuto subire in fila alla cassa del supermercato.

Del tutto inconsciamente, così, libera e felice per i fatti suoi. Ti svegli e parte la radio interiore, senza freni, senza limiti, qualche volta pure senza senso.

Il pezzo di stamattina, in realtà, è un suono, una piccola incursione di tastiere che fa capolino due o tre volte a massimo nel pezzo che chiude quel disco che, in parte, fatico a togliermi dalla testa, perché mi risulta sinceramente un bel disco di pop elettronico in scontro frontale con tante altre interessanti incursioni. Tutto questo solo perché in queste settimane ero curioso di sentire il disco nuovo di Bugo. Tutto questo perché è successo quello che è successo e ci voleva un’epidemia a dirigere l’attenzione verso qualcos’altro. Ma che gioiellino: Battisti allo stato puro ma con criterio, con gran gusto per la melodia e senza timori di miscellanee battiatiane con occhiolino funky di qua e qualche capatina cantautorale di là.

Dovrei decidermi a fare qualche esercizio per questa stramaledetta cervicale, anche se ormai le vertigini sono arrivate. Vanno e vengono a piacimento, e ci vorrà un po’ prima che se ne tornino in letargo. Ma già il titolo selezionato per l’album mi porge una simpatica riflessione: Cristian Bugatti, il suo vero nome. Come l’esigenza che hanno percepito almeno Eminem (The Marshall Mathers LP, volumi 1 e 2 del 2000 e del 2013) o i nostrani Nek (Filippo Neviani, album del 2013) e Ron (il live Rosalino Cellamare in concerto del 2007). Quindi prendi per il culo o veramente ti stai accodando? Retrospettivamente pensando, sulla scia del fattore ironia che lo ha sempre un po’ contraddistinto, verrebbe da pensare più alla prima ipotesi. Ma poco importa.

Importa di più, invece, il fatto che solo in queste settimane ho capito perché Bugo è un nome che già sapevo di conoscere ma per la cui ammirazione non riuscivo a riportare alla luce una parvenza di origine. Poi un momentaneo lampo di iperlucidità mnemonica ha riportato la mente alle notti insonni di una quindicina di anni fa, davanti al televisore acceso su un canale a caso che, però, in quel preciso periodo era QOOB.

QOOB (precedentemente FLUX, prima ancora Yos) era una specie di succursale di Mtv, se non vado errato. La sua particolarità era che non prevedeva trasmissioni ordinarie ma solo videoclip e cortometraggi sperimentali, spesso intervallati da spezzoni di interviste a personaggi noti e meno noti, condotte quasi col fare di una specie di documentario surreale e visionario, spesso senza interlocutore. Accendere il televisore su QOOB, quelle notti di quelli anni per me molto difficili e sinistri per diversi motivi, voleva dire sintonizzarmi con una parvenza di stazione video-radiofonica oltre la ionosfera clandestina, pronta ad entrare sotto la tua pelle e fare di te un essere altro, quasi sovrannaturale. Oltre a certe sperimentazioni di Chris Cunningham, un’accoppiata di video musicali, in particolare, mi devastava irrimediabilmente: What else is there dei Röyksopp e Friend of the night dei Mogwai mi lasciavano percepire un’appartenenza ad altri mondi; erò lì, in quella camera, ma ero altrove, su un altro pianeta.

Tra questi video, di tanto in tanto, se ne insidiava un altro, completamente diverso per tematiche ma non particolarmente distante per conformazione visuale. Conobbi così Bugo e Ggell, narrazione a passo uno di un trauma esistenziale irrimediabilmente scatenato dall’assenza della nota crema modellante in casa di un povero ometto che, privo di tale sostanza, sa di non poter più prender parte a una qualsivoglia parvenza di vita sociale.

Il fatto è che in questi giorni, d’improvviso, mi sono ricordato di lui, di quel video psichedelicamente simpatico, di quell’altro pezzo che chiedeva di entrare nel giro giusto e di quell’altro video, là, quello della mano, di cui tanto mi parlavano gli amici all’università e che senz’altro non mi dispiaceva, per inventiva e per spirito di predisposizione ad argomentazioni magari anche consone a qualche direzione intuitiva ma raramente così schiette e ironicamente divertite. E allora, spinto da un improvviso e rinnovato moto di sincera simpatia, sono andato a sentirmi un po’ di cose verso le quali non avevo mai prestato particolare interesse. Motivo? Capita a tutti di essere attratti, in un certo arco di tempo, da qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che gravita attorno alle orecchie per una qualunque ragione. Il mio motivo di iniziale distacco era la contemporanea passione per la musica elettronica sperimentale che stavo approcciando sia per personale curiosità che per un esame universitario che non sapevo nemmeno se avrei dato. Ma mi coinvolgeva e mi spingeva pian piano verso quelle esperienze compositive che oggi porto avanti con orgoglio.

Così niente giri giusti e soluzioni modellanti per capelli, in quel periodo e negli anni a seguire fino ad oggi, ma la minuscola colonia batterica era ormai inoculata ed è un po’ scoppiata proprio ora che è tempo di epidemie (sanremesi, reali o intellettive che siano). E menomale, perché altrimenti mi sarei perso uno dei pochi connazionali viventi ad essere ancora in grado di non ripetersi quasi mai, portando avanti sempre un discorso artistico coerente con le proprie intenzioni, meglio se supportate da realtà discografiche che qualche soldo lo spendono per sperimentare un po’ dopo aver incassato coi soliti noti.

Semplice ma diretto, mai complicato ma estremamente onesto e ammirevole in scelte linguistiche e sonore che sanno coinvolgere e condividere una complessiva visione del mondo appartenente a tutti eppure così singolare e, in qualche modo, speciale.

Già ho sullo stomaco (per non dire altrove) una larghissima fetta di logiche produttive italiote; spirare senza scoprire più nulla di proveniente dal mio contesto di appartenenza (volente o nolente) sarebbe l’ultimo affronto di una realtà territoriale che, col passare degli anni, guardo sempre più in cagnesco in qualità di fittizia fucina di talenti in bella mostra e reale ospizio di ricicli intellettuali e opportunismi compositivi da voltastomaco.

Primo esercizio per combattere le vertigini da cervicale: respirazione diafframmatica e respirazione toracica. Sì. E quando mi ci metto, con tutto quello che ho da fare? Per cosa, poi, e per chi?

Magari non ci ha pensato nessuno o lo hanno fatto in pochi, in tutti questi anni, ma desiderare di essere come GG Allin, pur di avere qualcosa da fare, è una delle più grandi dichiarazioni di nichilismo oltranzista da mettere nero su bianco per stabilire l’entità di un concetto ben preciso. È quel piccolo diamante di Io mi rompo i coglioni, da Dal lofai al cisei del 2002, un titolo che è tutto un gioco di rimandi tra composizione verbale e sonora, in richiamo a quel lo-fi che tanto ha scartavetrato i nostri, di attributi. Perché a quel tempo Bugo, più che lo-fi, aveva un approccio sperimentale come veramente pochi, per non dire praticamente nessuno. Complici anche etichette minori in cerca di bizzarre particolarità che sapessero farsi notare, senza dubbio, ma si tratta pur sempre di coraggio produttivo che in troppi guardano in cagnesco nel tentativo di entrare nella scia del carrozzone a loro contemporaneo.

Un po’ più Beckqui che negli esordi di La prima gratta, probabilmente, perché i successivi Golia & Melchiorre (2004) e Sguardo contemporaneo (2006; qui c’è lo zampino di Giorgio Canali) cominciano a guardare un po’ di più a una sottospecie di ordine – comunque lievemente tumefatto – da formato canzone (Che diritti ho su di te è splendore battistiano puro, in tal senso). Non che non ci fosse in precedenza, anzi; solo che qui l’insieme si fà più lineare, pur mantenendo splendidi riferimenti underground (come nel sound di Millennia, ad esempio). Non si è più dalle parti di sontuosità di groove come Piede sulla merda Pasta al burro (allucinante, questa), ma il profilo è quello di un grande intuito per soluzioni regolari ma mai e poi mai banali o ripetitive.

Secondo esercizio: decompressione delle prime cervicali e della nuca. Certo, come no, tu aspettami che arrivo.

Contatti (2008) è il disco del giro giusto, del video della mano e l’elettronica prestata alla conformazione melodica pseudo-elettro-clash (Le buone maniere sembra una cosa dei Ladytron dei primi due dischi) trova qui, probabilmente, il suo rifugio ideale. Un tratto distintivo che non mollerà più il buon uomo – fatta eccezione per una tellurica parentesi di cui dopo – portandolo a rasentare anche picchi alla Fatboy Slim (C’è crisi), confluendo in curiose miscellanee cantautorali con la fatidica verve battistiana (un po’ tutto il successivo Nuovi rimedi per la miopia, del 2011).

Altro esercizio: mobilizzazione ad occhi chiusi. Sì, così mi sfascio per terra da seduto. Meglio fuggire via da ogni ipotesi di corpo malandato, per il momento. Un po’ come suggerisce di fare dal corpo di una stabilità in terra ferma quella Vado ma non so dal sound quasi in stile M83. Già, perché Nessuna scala da salire (del 2016) è forse il disco a nome Bugo più compatto, sia per tematiche che per scelta di suoni. Complice la coproduzione di Matteo Cantaluppi (che ha preso sottobraccio anche i miei amati MasCara per un periodo consistente), è tutto un susseguirsi di intuizioni sonore a volte anche splendidamente strumentali (RadioBugoNascita di un pianeta), altre volte poggiate su metriche regolari ma sempre dal groove netto e sostenuto (Me la godo, che pure ha un video simpatico ma, stavolta, anche con veli di dolce tenerezza, a ben guardarlo).

Esercizio del cui numero ho perso il conto: rinforzo muscolare cervicale. Certo, certo. Non mi salverebbe neanche una seduta di fisioterapia da un lottatore di sumo. Però poi arriva RockBugo (2018) a scompigliare qualsiasi carta in tavola. Possibile mai? Una raccolta di brani riarrangiati, certo, ma, santiddio, col suono punk-garage-quasihardcore-bellicosamente-underground dei dischi di Hüsker Dü, Fugazi, Dream Syndycate o che so io. In realtà c’era già stata la “Easy Rider Version” di Che lavoro fai (da Sguardo contemporaneo del 2006; divertentissimo e molto significativo il video ufficiale, che avanza un’altra versione ancora) a indicare quella specifica direzione dopo le prime libere (e liberatorie) esperienze tendenti alla follia pura. Pare quasi una cosa tirata fuori da Barracuda dei Motorpsycho con tutti gli ovvi riferimenti hard-rock-blues retroattivi della situazione, ma con l’aggiunta di una innata capacità attrattiva per mezzo di tematiche apertamente condivisibili e innalzabili a espressione della propria stessa condizione.

Ecco, anche questa è una cosa interessante: tanti brani e diversi dischi della discografia di Bugo sono una sorta di inno interiore individuale, una specie di traduzione pratica di quello che ognuno di noi – nessuno escluso – pensa ma non esterna mai come andrebbe realmente fatto, pena l’esclusione proprio da quel giro giusto a cui si punta ad appartenere ma che non è mai l’ambito esistenziale desiderato o quello in cui si può sperare di trovarsi a proprio agio.

E poi gli arrangiamenti. L’incursione fugace di tastiere nella battistissima Stupido, eh? (dal nuovo album eponimo) che accende la mia radio cerebrale in questo mattino fuori equilibrio e che mi fornisce la conferma dell’esistenza di una nuova mente creativa – ideologicamente anche non così male – a cui provare ad aggrapparmi per continuare a scivolare un po’ di meno sulle superfici melmose di questa realtà contenutistica.

Un altro brano che mi ricorda di provare sempre e comunque ad essere me stesso (sì quello là, quello di Sanremo; e andatevelo a sentire sul serio una buona volta, maledetti), ma un po’ anche con spiragli di leggerezza che, per natura, tendo a concedermi sempre raramente (Come mi pareUn alieno).

Mezzora fa l’orologio girava in senso orario.

Occhei, mi alzo.

Articolo pubblicato originariamente su Motel Wazoo e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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