Sussidiario illustrato della giovinezza: l’adolescenza attraverso gli occhi dei Baustelle

Nell’immaginario collettivo l’adolescenza viene concepita come un periodo privo di responsabilità. È una condizione invidiata, un rimpianto tra le rughe o semplice oggetto di nostalgia a causa di un tempo che scorre inevitabile.

L’arte è capace di spiegarci la vita, magari senza farlo apposta, attraverso il racconto dell’esperienza dell’autore nella quale un fruitore può rivedersi. Forse un’empatia, forse qualcosa di meno. Ricordo ad esempio una sera nell’appartamento universitario in cui vivevo. Un mio coinquilino mi passa una penna USB e tra le cartelle incontro un album capace di rapirmi allo stesso modo a distanza di anni.

Era il 2000 quando l’etichetta indipendente Baracca&Burattini (riconducibile al Consorzio Suonatori Indipendenti) pubblicava il Sussidiario illustrato della giovinezza dei Baustelle. La sapiente commistione  di easy listening, colonne sonore morriconiane, canzone d’autore francese e italiana e qualche incursione new wave ne fa un punto di svolta della musica italiana. Al di là dei miei gusti. Me ne farò una ragione.

L’adolescenza, dicevamo. Sì, perché i testi che escono dalla penna di Francesco Bianconi sono il ritratto di adolescenti schiacciati dal mondo e dagli eventi, così da svelare i mostri di una fase delicata della vita. Per tutte le dieci canzoni potremmo vedere dieci storie, un po’ come Edgar Lee Masters racchiude in epitaffi le vite degli abitanti di Spoon River. I ragazzi raccontati dai Baustelle sono vittime dei piccoli contesti, come la ragazzina che, non avendo scelta, si rassegna a un amore ambivalente per il suo James Dean di provincia,  tra l’accontentarsi e una parallela assuefazione.
Però l’amore sa anche generare ansie. Come quando incontri Martina, che è “miele infinito per anima”, ma sei schiavo di una paura che ti costruisci tu stesso e ti prepari a quel momento in cui, presto o tardi, ti tradirà per poi strapparti il cuore ridendo. Tanto ce l’hanno già detto che l’ultima prova è proprio la morte. Magari è colpa di quando, durante quell’estate, hai slacciato il reggiseno a quella ragazza e il giorno dopo l’hai sgamata che lo lasciava fare al tuo migliore amico. Probabilmente è da cose così che si inizia a perdere la fiducia.

Se riesci ad affacciarti sull’amore, ti riscopri fragile e precario come tante parole divise in sillabe. In caso contrario inizi a vivere fermo come un platano in un parco, che guarda l’amore degli altri (che al massimo i platani li incidono con i cuori e le iniziali). Oppure, se finisci in certi giri, l’amore lo rievochi da una branda del riformatorio, costantemente attraversato dal risuonare delle sue urla.

Da adolescente la avverti tanto la noia. Inizi a fumare sigarette come se fossero acqua da bere, una sorta di  piccola ribellione personale, ma fuori dal tuo mondo c’è una modernità che scorre; sotterranea o sotto gli occhi di tutti, ma pur sempre lontana da te. La tua piccola panacea è la musica new wave, quella degli inglesi, e forse l’unica cosa che ti tiene coi piedi per terra è quella voglia di fare sesso che avverti quando hai lei a pochi passi.  Magari questa volta concretizzare, per non affogare in quel rimpianto della cameriera, quella che sei arrivato a seguire fino a lavoro e poi all’uscita. E cosa è rimasto? Il sapore di ciò che avrebbe potuto essere. Forse.

E in tutta questa confusione, ti appaiono nella testa fotogrammi di Mario Bava, la bossa nova, il ciuffo di De André, l’uomo in maschera, Fellini, Juliette Greco, l’amplificatore VOX, “La vita agra”, Morricone, l’Impero dei sensi. Sono le tue suggestioni preferite, piccoli frammenti di un collage che ti rappresenta. E, anche se non sono frasi complete, sono i momenti in cui capisci meglio chi sei. Perché la più rivelazione migliore arriva come un abbaglio e va saputa cogliere.

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